Estate con i nostri nonni

I nonni sono il punto perfetto di intersezione tra una vita e un’altra, tra un’Italia e un’altra, tra un pezzo di paese e un altro, e nell’epoca dell’Italia dei ragazzini abbiamo pensato che raccontare i nonni, anche i nostri nonni, sia un modo perfetto per mettere insieme i puntini di un pezzo d’Italia che ci piace fino alle lacrime.
Estate con i nostri nonni

Il tema che ha accompagnato i lettori del Foglio per tutta l’estate è un tema che riguarda tutti noi, che riguarda le nostre vite, le nostre famiglie, i nostri genitori, i nostri figli, i nostri amici, le nostre esistenze, i nostri affetti, i nostri ricordi e che, in due parole, potremmo sintetizzare così: i nonni. I nonni possono essere intesi nell’accezione tradizionale delle storie familiari delle persone che hanno avuto la fortuna di crescere a fianco dei genitori dei propri genitori, e troverete anche questo nelle pagine che vi offriremo, ma l’idea del Foglio è anche raccontare attraverso le storie dei nostri nonni qualcosa che riguarda il dna affettivo del nostro paese, con le sue sfumature, con le sue memorie, con i suoi sorrisi, con le sue lacrime e, volendo, anche con i suoi amori. I nonni sono il punto perfetto di intersezione tra una vita e un’altra, tra un’Italia e un’altra, tra un pezzo di paese e un altro, e nell’epoca dell’Italia dei ragazzini abbiamo pensato che raccontare i nonni, anche i nostri nonni, sia un modo perfetto per mettere insieme i puntini di un pezzo d’Italia che ci piace fino alle lacrime. Buona lettura.


 

 

Guerra e pace delle nonne

di Annalena Benini

 

Quella notte ho capito che c’era qualcosa di strano perché le nonne andavano d’amore e d’accordo, e nessuna sbuffava o si guardava allo specchio

 

La notte in cui ero morta ho sognato le mie nonne, morte anche loro da qualche anno. Ma quella notte ero quasi più morta io: avevo la febbre a quarantuno, respiravo male, non potevo né muovermi né stare ferma, avevo un elefante seduto sul petto, ma dicevo non è niente, è influenza, deve sfogarsi, il brodo di pollo mi farà bene. Però nel sogno le nonne sembravano preoccupate: stavano sedute su due poltrone verdi vicino al mio letto, ma non abbastanza vicine perché riuscissi a sentire quello che dicevano; confabulavano fra loro e mi lanciavano delle occhiate ritmiche, girandosi verso di me nello stesso momento. La cosa più strana, la cosa che mi ha fatto pensare: forse stavolta non è influenza, forse muoio davvero, era che le mie nonne nel sogno andavano totalmente d’accordo. [continua]


 

Il tempo dei nonni

di Marianna Rizzini

 

Quel lessico segreto che solo un nipote può intuire, e che i genitori non capiranno mai. Le ore passate con loro scorrono più lente, diverse, e resteranno per sempre

 

C’è il nonno che ogni giorno alla mezza apparecchia la tavola sempre con gli stessi piatti perché dagli anni Trenta in poi, nella sua Romagna, è quella l’ora in cui mangiare, e basta. C’è il nonno che a Milano tutte le mattine compra tre quotidiani, sempre gli stessi, perché è stato per quarant’anni un giornalista e a te che non sai neanche leggere dice che le campane da sentire sono almeno tre, punto. C’è la nonna giovane che a Ferrara non sembrerà mai nonna neanche da bisnonna, da quanto è stata mamma-bambina, con storie di guerra e di dolore, ma sempre con pettinatura a posto. E c’è la nonna altoborghese che balla il cha-cha-cha in un’anticamera Belle Époque a Brera e non sopporta di stare in casa per più di due ore di seguito – e anche se se n’è andata quando la nipote non aveva neppure quattro anni, la sua smania di uscire chissà come è riuscita a passargliela, anche se poi si rintanava per discrezione quando la zia scendeva per incontrare un fidanzato segreto, forse sposato, forse ricco, forse straniero e lei, la nonna, si sporgeva dalla finestra fin quasi a cadere per vederlo di sguincio. [continua]


 

I miei nonni comunisti

di Stefano Di Michele

 

Braccianti poveri arrivati dall’Abruzzo, lavoratori con una fede semplice e l’Unità in tasca, sono stati i veri custodi dei miei primi dolori e dei primi stupori

 

Due nonni vivevano al piano di sotto; due al piano di sopra. I nonni di sotto erano quelli materni, Anna e Davide; i nonni di sopra quelli paterni, Maria e Stefano. Noi – io, mio fratello, la mia mamma, il mio papà – vivevamo con i nonni paterni. Ma c’era solo una rampa di scale, un nulla, tra un mondo e l’altro. Tutti braccianti immigrati dall’Abruzzo all’inizio degli anni Sessanta – nonni e genitori, e noi bambini: pure io minuscolo immigrato di tre anni. [continua]


 

I miei nonni tra ancore e navigare

di Mario Sechi

 

Cannoni e mitragliatrici, soldati americani e tedeschi come colonna sonora. Le notti a Torregrande. Desolina e le sue amiche che scappavano in campagna. E quella vita scandita dal rumore del mare

 

Se tu vuoi scoprire il mio mondo, devi aprire gli occhi e sognare. Se tu vuoi diventare grande, devi imparare a contar le fiammelle del cielo. Ti servirà, un giorno, a riconoscere la luce improvvisa. Io sono venuto al mondo in una notte stellata. Ho aperto i miei occhi, sopra di me c’erano infinite teorie di brillanti, le guardavo mentre venivo cullato tra le braccia di Desolina Careddu, mia nonna, moglie e vedova di Salvatore “Palloi” Marongiu, mio nonno. Il pescatore. E la sposa del pescatore. [continua]


 

Nonni fissi di un Dc ala dura

di Maurizio Milani


Figlio di Antonio e Paolo, nipote di una coppia biogenetica che affittava l’utero in Bolivia e di un’altra che faceva ballare orsi in Tirolo. Milani non esclude nulla

 

Per quanto riguarda i miei nonni, non li ho mai conosciuti essendo nato in provetta. Sono stato il quinto bambino nato in provetta d’Europa. Dei miei nonni mi hanno parlato i miei genitori, Antonio e Paolo. [continua]


 

Guerre di famiglia

di Renzo Rosati

 

Le mie tre vite con nonno Rosato e nonno Mario, i diari dalla prima linea, le gite in motocicletta, la Livorno di “Tutti a casa”. E’ così che si diventava uomini

 

All’inizio, la prima delle mie tre vite con i nonni fu una storia di nomi bizzarri e guerre lontane ed estranee. Mio nonno, padre di mio padre, si chiamava Rosato, e quindi Rosato Rosati, nato in Maremma tra Magliano e Pereta, terra ad alta concentrazione di battesimi fuori dal calendario dei santi. Poi nonno Rosato volle chiamare mio padre Avio, paese del Trentino dove aveva smobilitato dopo la Grande Guerra. Oggi è noto come uscita dell’Autobrennero. [continua]


 

Mi manchi stronzissimo eroe

di Daniele Bellasio

 

Si può essere contemporaneamente il migliore di tutti e un feroce egoista, liberale fuori e iracondo in famiglia? Sì, se il tuo nome partigiano di battaglia è “Annibale”

 

Tutto ciò che noi siamo nel bene e nel male lo siamo per merito e per colpa dei nostri nonni. I genitori? I genitori sono soltanto causa e affetto. Io, per esempio, ho avuto un nonno eroe che era anche un grandissimo stronzo. I nonni sono ovviamente come il passato, cioè doppi: un po’ tradizione e dunque radici, un po’ conservazione e dunque freni. I nonni sono doppi perché intanto sono due e mio nonno era talmente doppio che aveva due nomi, uno corto e uno lungo; due figli, uno maschio e una femmina; due abitazioni, una in campagna e una città; due luoghi di provenienza, uno al sud e uno al nord; due squadre del cuore, due professioni, forse tre, due vite e due volti e due grandissimi denti davanti che, guarda caso, mio figlio ha tali e quali, larga fessura compresa. [continua]


 

Al bar Rosati a mia insaputa

di Fabrizio Cicchitto


Mio nonno Enrico e suo fratello Carlo aprirono il locale di Piazza del Popolo. Ci passarono nazisti e americani, ma a loro fecero più paura gli artisti della Dolce vita

 

Diversamente da altri che hanno affermato di non dovere nulla ai loro nonni, io devo confermare che ad essi devo moltissimo. Io sono nato nel fatidico 1940. Devo moltissimo ai miei nonni e a mia madre (mio padre, che era un medico, fu fatto prigioniero dagli inglesi, e tornò in Italia nel 1945), perché riuscirono a fare una cosa straordinaria e incredibile: resero per me gli anni dal 1943 al 1945 come un periodo incantato in cui gli echi della guerra mi arrivavano attutiti, filtrati, idealizzati. [continua]


 

Le loro poche parole

di Aldo Maria Valli

 

Dei miei nonni ricordo i silenzi e le cose non dette. Quei pranzi e quei tè in cui non sentivamo il bisogno di parlare tra noi, ma stavamo benissimo lo stesso

 

"Off!”. Se penso alla mia nonna Maria risento quella sua esclamazione. Che non era un “uffa!”, né un “uff!”. Era proprio un “off!”. Accompagnato da una leggera alzata di spalle e da uno sguardo a metà tra l’offeso e il sarcastico, era il suo commento preferito. Donna di poche parole, ma dagli occhi eloquenti, la nonna reagiva così quando le dicevamo che, alla sua età e con quelle sue gambe flebitiche, non avrebbe dovuto percorrere a piedi ogni mercoledì due chilometri all’andata e due al ritorno per venirci a trovare. Reagiva allo stesso modo quando si cercava di capire se continuasse a giocare al lotto. E sempre un “Off!” arrivava in risposta ai miei tentativi di sapere qualcosa della sua storia, della sua vita da giovane. Come dire: “A chi vuoi che importi? E che cosa c’è poi da ricordare?”. [continua]


 

Il coraggio di Ulderico

di Marco Archetti


Le notti insonni con nonna Clara, i pianti di mia madre e le maledizioni a Dio. Storia di mio nonno, della sua gamba, e di quell’uomo che scommise su di lui

 

No, non è una mignotta”. La sua giornata era cominciata così: avrebbe dovuto fare i salti? Non li fece. Tuttavia, appena Astor l’aveva detto, di primo acchito le era venuto da pensare “poteva andare peggio”. Poi, tempo tre secondi e una corona di spine le si era posata sul cuore, allora aveva capito che se quella puttana non era davvero una puttana in fondo non cambiava niente, ed era rimasta immobile sulla sedia, faccia in fiamme, capelli che fumavano. “Scusi, signor veggente, ma… può essere più preciso? Almeno il nome. E se ci riesce… be’, anche il cognome”. Astor era davanti a lei, palpebre alla zuava, in trance, e adesso russava. Clara l’avrebbe preso a sberle: aveva gli occhi chiusi, ansimava, diceva e non diceva, poi troncava a metà ogni frase. Lo faceva apposta? [continua]


 

Tu chiamali, se vuoi, borghesia

di Franco Debenedetti

 

Fughe lontane di ebrei, fedeltà sabaude. Avvocature, eserciti e visite in Monferrato. La lirica e Torino, le belle calligrafie. Storia di un’educazione non solo sentimentale

 

Venivano entrambi da gente che era dovuta fuggire, i miei due nonni. Quello paterno si chiamava Israel, era uno dei quindici figli di nonna Dolcina, la sorella di Isacco Artom. Il diminutivo Lilin doveva portarselo dietro dall’infanzia, se lo trovò lì bell’e pronto per quando il suo nome vero sarebbe suonato un po’ troppo esplicito. Me lo ricordo, il nonno Lilin, quando andavamo a trovarlo ad Asti: non mi piacevano tanto i suoi baffi un po’ umidi quando mi salutava con un bacio. Che noi si venga dalla Spagna di Isabella la Cattolica lo credono tutti i Debenedetti, gli attaccati originari e i più recenti staccati. C’è un le-vet Baruch attestato a Sabbioneta a scrivere un commento al Talmud, ma poi mancano alcuni anelli nella genealogia. Come arrivarono in Italia, via mare o via terra, da Livorno o dai Pirenei attraverso il sud della Francia? [continua]


 

Mio nonno mi salvò la vita

di Marina Valensise

 

Il nonno Saro sembrava uscito da un racconto di Cechov. Si chiamava così per grazia ricevuta dalla Madonna del Rosario. Quella sera, rincasò prima del previsto

 

Quella sera il nonno Saro rincasò prima del previsto. Non succedeva mai che rientrasse tanto presto, nell’ora canonica della passeggiata. Di solito, trascorreva la serata al Circolo, seduto sulle famose seggioline con le alette, a chiacchierare con gli amici. Da quella postazione riusciva a vedere le luci di casa sua, il quadrilatero art déco costruito nei decenni e mai finito, che occupava il lato opposto della piazza di Palmi. Per percorrere i duecento metri che separavano il Circolo di società dal portone di Corso Garibaldi poteva anche impiegare due ore, ciondolando sotto i lampioni al neon, per intrattenersi con le decine di persone, amici, conoscenti, pazienti, che si fermavano a salutarlo e con lui andavano su e giù lungo la piazza. [continua]


 

Positivamente nonna

di Simonetta Sciandivasci

 

Anna Olga ha evitato di essere indispensabile e saggia, preferiva terrorizzarmi con storie di streghe e incantesimi. Ma mi ha visto diventare adulta senza l’ansia del futuro

 

"L’ho fatta positivamente per te”. Me lo dice tutte le volte che vado a trovarla e, prima ancora di abbracciarmi, mi porge la sciarpa che ha lavorato ai ferri nel tempo che è trascorso dall’ultima volta che ci siamo viste. A mia nonna Anna Olga (Nina, per nonno Ciccio, suo marito – non so dire quanto mi manchi quel refolo di romanzo russo che soffiava nel lungo corridoio di casa, quando la chiamava così), la parola “apposta” non entra in testa, così come a mia nonna Maria non è mai entrato in testa Flavio, il nome del marito della sua seconda figlia, né Mirko, il fratello di lui – e infatti, per tutta la vita, li ha chiamati Flauto e Microbo. [continua]

 

Sconosciuti della pianura

di Mirko Volpi


Niente parole, pochi ricordi. Per assicurare il travaso delle esperienze e delle generazioni, la comunanza e il mai dichiarabile amore, c’erano solo i gesti essenziali

 

A me i miei nonni non mi hanno insegnato niente. Non mi hanno insegnato ad andare in bicicletta, né a pescare, né a raccogliere i funghi, né a cucinare la cassoeula; o a intagliare il legno, a spigolare, a usare il fucile da caccia, a mandare a memoria canzoni antiche. I miei nonni non mi hanno mai detto frasi memorabili, né consegnato illuminanti verità da tramandare ai posteri o sentenziosi, zuccherosi aforismi buoni per libracci da classifica, né hanno lasciato in eredità cose che significassero qualcosa di autentico o profondo per la storia minima e trascurabile della nostra famiglia. Io probabilmente con i miei nonni non ci ho nemmeno mai parlato davvero. [continua]

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