Il declino degli ebook non è una buona notizia, nemmeno per la carta

Sintomi per una risurrezione del libro di carta a scapito del digitale, e buone ragioni per sperare nell'arrivo di un Uber per il mercato della lettura

Il declino degli ebook non è una buona notizia, nemmeno per la carta

Foto LaPresse

Roma. Fino a qualche anno fa sembrava questione di attimi, per le case editrici l’apocalisse digitale era vicina. Gli ebook avrebbero eroso le vendite di libri cartacei, rosicchiato i ricavi, disintermediato il dominio saldo sul mondo della lettura che gli editori detengono da decenni. Erano pronti al loro “momento mp3”, e come la musica digitale ha provocato il tracollo delle case discografiche così sarebbe avvenuto per i libri. Dietro a questa grande operazione c’era Amazon, un disruptor niente male, che usava argomenti che oggi Uber ha fatto suoi, fustighiamo tassisti ed editori per offrire un servizio migliore e ottenere prezzi più bassi, sdereniamo le corporazioni con la tecnologia. Per anni il tasso di diffusione degli ebook è cresciuto a doppia o tripla cifra praticamente in tutti i mercati occidentali, e agli editori non rimaneva che prepararsi al peggio. Ma il peggio non è arrivato.
In America, per esempio, le vendite di libri digitali hanno iniziato a stagnare nel 2013, per poi avviarsi verso il tracollo nei primi mesi di quest’anno. Secondo l’associazione degli editori americani le vendite di ebook sono crollate del 10,4 per cento rispetto all’anno scorso, è la prima volta dalla loro introduzione sul mercato che si vede un dato così.

 

La situazione americana è condizionata da un fattore specifico, l’aumento dei prezzi degli ebook ottenuto dalle case editrici dopo una lunga guerra con Amazon, che spesso ha reso la versione cartacea delle nuove uscite più conveniente di quella digitale, ma ieri il New York Times ha messo in fila nuovi dati, e ha mostrato l’altro lato della vicenda: mentre gli ebook crollano i libri risorgono. Per certe librerie americane il 2015 è stato l’anno migliore di sempre, tanto che negli ultimi tempi se ne sono aperte a centinaia, e gli editori costruiscono nuovi magazzini in previsione dell’aumento delle vendite. La paura è passata ovunque, visto che per esempio in Regno Unito già all’inizio dell’anno si esultava per la crisi dell’ebook, con il direttore di Waterstone’s, catena britannica, che diceva al Telegraph che le vendite del Kindle a Natale si erano “azzerate”. In Italia i dati dell’Associazione italiana editori dicono che gli ebook crescono (e le vendite di libri sono ancora in calo), ma occupano una quota di mercato così ridicola (3,4 per cento contro più del 20 in America) da non aver mai destato preoccupazione.

 

Certo nessuno si duole per la rinascita dei libri cartacei. E’ una buona notizia, ma sarebbe migliore se le promesse di nuove opportunità, prezzi concorrenziali, autopubblicazione, apertura di un mercato ingessato fatte dall’avanzata degli ebook non si fossero infrante, se quel processo di distruzione creativa che non avrebbe ucciso i libri e le case editrici ma li avrebbe costretti a migliorare – come Uber sta facendo con i servizi di taxi – oggi non fosse stato congelato. L’aria che si respira è quella del ritorno business as usual, con evidente sollievo da parte dei soliti noti.

 

[**Video_box_2**]Il mondo dell’editoria ha bisogno di un suo disruptor. Amazon, nonostante la sua carica dirompente, ha troppi interessi nell’editoria così com’è per riuscire a esserlo, e l’accordo sui prezzi con le case editrici americane lo ha mostrato. Le vecchie regole si stanno dimostrando più forti del fondatore Jeff Bezos, e anche l’innovazione ne risente. L’ultimo Kindle è troppo simile a quello di cinque anni fa, è molto più raffinato, ma non fornisce un’esperienza di lettura simile o migliore a quella di un libro, e sul lato del contenuto, degli ebook, la situazione è ancora peggiore: le promesse di interattività, di libri delle favole che si animano davanti agli occhi dei bambini, di volumi che grazie al digitale superano il limite fisico imposto dalla carta non sono state mantenute, né gli editori hanno incentivi a farlo finché un agente esterno, un disruptor appunto, non li spingerà a migliorare. Questo deficit è fondamentale, perché l’innovazione può esistere solo quando alcuni avanzamenti tecnologici sono abbastanza diffusi: Uber non avrebbe potuto avere successo anche solo 5 anni fa, quando la penetrazione delle tre tecnologie che hanno fatto la sua fortuna (smartphone, gps, internet mobile) non era capillare come oggi. Chi cerca di innovare nel mondo della lettura sta fallendo perché mancano le condizioni di base. C’è chi dice che il libro di carta resta la tecnologia migliore a nostra disposizione, ma anche i taxi non hanno visto arrivare Uber.

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