Perché trionfa agli Emmy la caricatura involontaria della cultura gender

“Trasparent”, o la trama un po’ eccessiva del sesso fluido.
Perché trionfa agli Emmy la caricatura involontaria della cultura gender

Roma. Dopo la serata degli Emmy Awards, gli Oscar della televisione americana, che poi è quella che vediamo noi, sappiamo che la televisione lo scorso anno ha avuto due grandi campioni: Il Trono di spade, la serie fantasy e un po’ spaventosa creata da David Benioff e D.B. Weiss, e Transparent, “un capolavoro”, secondo un articolo pubblicato dal Corriere a firma Maria Laura Rodotà lo scorso luglio, “un romanzo borghese con implicazioni universali in forma di serie tv”. Universali? Sul serio? Transparent, prodotta da Amazon e andata in onda su SkyAtlantic in giugno, è diventata nei mesi il simbolo della teoria del gender in formato tivvù.

 

“La vittoria degli scorretti” la chiama Repubblica, e il titolo della serie dice già tutto, un gioco di parole tra trans e parent, genitore. Ma nessuno, né i suoi detrattori né i suoi sofisticatissimi celebratori, nessuno che si sia accorto di quanto, per la verità, Transparent finisca per sembrare la caricatura stessa della confusione sessuale moderna, la parodia involontaria di una sessualità che perfino ai più disinvolti sul tema rischia di apparire esagerata, deformata. Con una colonna sonora che più bella non si poteva, una fotografia che volutamente stimola la lacrimuccia, Transparent è – per farla breve – la storia di Morton Pfefferman (un grande Jeffrey Tambor, non a caso è il più premiato finora), sessantenne professore di Scienze politiche in pensione che – un po’ fuori tempo massimo, a quanto pare, secondo gli standard del coming out politicamente corretto – decide di confessare alla famiglia di essere transgender. Cioè Morton si sente più Maura che Morton, papà diventa mamma. Ma le dieci puntate non raccontano soltanto lei/lui, il suo tormentato percorso fatto di vestiti comperati di nascosto e di mutandine rubate alla moglie. Piuttosto, i tre figli.

 

[**Video_box_2**]Il ritratto disegnato da Jill Soloway della ricca famiglia ebrea il cui quartier generale si trova a Pacific Palisades, uno dei quartieri più ricchi di Los Angeles, è composto così: una ormai ex moglie e madre dei tre figli alle prese con un compagno con Alzheimer terminale, l’unica a non avere confusioni sessuali ma in fondo ancora innamorata di Morton/Maura; la figlia maggiore, sposata e con due bambini, che rincontra una vecchia fiamma dei tempi del liceo – una donna – e improvvisamente lascia il tetto coniugale per tornare con lei; un figlio maschio sessodipendente sin dall’adolescenza, che aveva una relazione di natura sessuale con la baby sitter e scopre di avere un figlio pure più alto di lui, e nel frattempo si innamora della rabbina; una figlia più piccola che cerca risposte in una classe di studi di genere dove incontra un bell’ometto irsuto, che però è ancora una donna – dunque transgender pure lui in quanto non operato. Il risultato è un tantino mostrificante: al di là del coming out del capofamiglia, il suo rapporto con la sessualità è di certo causa di una serie infinita di problemi per la sessualità dei figli. In pratica, mentre noi eravamo qui ad arrovellarci sulle 52 possibili declinazioni della sessualità, a studiare le teorie pro e quelle anti gender, la Buona scuola del ministro Giannini, e mentre Conchita diventava il simbolo europeo dell’antigender, con gonna e barba e ugola d’oro, in tv andava in onda a puntate lo spot meno riuscito sull’identità sessuale fluida. Accattandosi pure un sacco di premi.

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