L’essenza irriformabilmente romana della nostra sorda decadenza

“Destini e declini”. Perché Roma è un pericolo per l’italia. Anche se controvoglia, l’attuale crisi europea, prolungata e complessa, costringe quasi ognuno di noi e quasi tutti i giorni a riflettere su come funziona e perché funziona male la società nazionale, la sua economia e l’ambiente locale in cui viviamo.
L’essenza irriformabilmente romana della nostra sorda decadenza

Anche se controvoglia, l’attuale crisi europea, prolungata e complessa, costringe quasi ognuno di noi e quasi tutti i giorni a riflettere su come funziona e perché funziona male la società nazionale, la sua economia e l’ambiente locale in cui viviamo. Leggo perciò con una certa voracità, a caccia di idee, di conferme e di smentite, il libro di Romano Benini appena uscito da Donzelli “Destini e declini” (pp. 244, euro 20) in cui, per non lasciarsi sfuggire nessun argomento, l’autore arriva a chiedersi se l’Europa di oggi non somigli in qualcosa all’Impero romano e alla sua lenta decadenza. La prima articolazione analitica scelta per tenere insieme e dare dinamismo al discorso, è il nesso, la progressione negativa fra tre momenti: crisi, declino, decadenza. Benini pensa all’Italia, a noi italiani, a Roma nella sua esemplarità storico-simbolica degenerativa, esplosa scandalosamente eppure prevedibilmente, in quest’ultimo anno e che ha fatto circolare una formula così eloquente come Mafia Capitale. Dal momento in cui questa formula circola, a ogni romano sembra finalmente chiaro perché i giardini vanno in malora, i trasporti non funzionano, le fogne neppure e le strade sono luride.

 

La voracità con cui leggo questo libro di Benini mi viene anche dalle viscere di nato a Roma, di romano mai fiero e sempre scontento di questo singolarissimo, privilegiato e sciagurato ambiente. Il senso fisico che Roma avesse a che fare con la decadenza dell’Impero romano, con una cupa, triste, demoralizzante atmosfera di immobilità secolare, me lo sono sentito addosso fin dall’infanzia: spesso meravigliandomi del fatto che in apparenza nessuno se ne accorgesse, nessuno ne fosse allarmato, scoraggiato, consapevole. Non bastava guardarsi intorno? Sì, certo, forse, la grande bellezza. Ma di che genere e a che prezzo? Una bellezza con dentro il verme, il morbo della paralisi, dell’impossibilità di agire, di muovere se stessi e gli altri in un ambiente che trasmette una disperante inerzia, un istinto a tirare tutto in basso, a cadere in basso, a tenere fermo tutto, a denigrare con un tipico, noncurante sadismo, ogni idea, impulso e progetto. A Roma è assente, del tutto assente, tutto ciò che ha reso dinamica, espansiva, grande e gloriosa, con tutti i suoi difetti, l’Europa moderna.

 

Mia madre mi spaventava, mi faceva cascare le braccia quando diceva, da tipica romana di una volta, che è inutile viaggiare, da Roma è inutile muoversi perchè non c’è niente altrove che sia meglio e di più di Roma. Città ferma che guarda a oriente, a una specie di eterno Egitto fuori della storia. Città di palazzi meravigliosi e inabitabili, con una nobiltà marcia. Di troppe magnifiche chiese con un clero soverchiante e pigro, un cristianesimo arrivato a Roma a corrompersi, in cui l’apostolo Pietro, tanto per cominciare, è stato crocifisso. Una città di rovine, di altissimi palmizi, sovrastata da un cielo superbamente alieno che guarda noi indifferenti con pari, inamovibile indifferenza. La città del mostruoso Colosseo, luogo di antiche incancellabili mostruosità imperiali. Città di allucinatori marmi fascisti, di finta grandezza, di scenari resi metafisici da una storia troppo lunga e da tempo finita. Città in effetti più siciliana e napoletana che toscana o lombarda o piemontese o veneta. Non laboriosità, non vivacità inventiva e comunicativa, non ordine razionale. Ho sempre pensato che in fondo, ma cosi visibilmente, nell’inconscio storico di ogni romano e residente a Roma una voce ripete questo: “Dopo l’assassinio di Giulio Cesare, dopo la caduta dell’Impero non è successo niente e niente per noi può veramente succedere”.

 

Benini azzarda, ma coglie intuitivamente, forse visionariamente questo punto. Roma è un pericolo per l’Italia se diventa il suo sintomo, il suo specchio, lo schema del suo destino. E tutto ciò è oggi di assoluta attualità. L’Italia deve riformare Roma e lo stato, deve costringere Roma a muoversi per non entrare nella schiacciante progressione che può trasformare la crisi in declino e il declino in decadenza.

 

Comunque li si giudichi, Bergoglio e Renzi rappresentano un principio dinamico. Bergoglio perché è un attivo gesuita che viene da lontano e ha una visione aperta, larga, militante del cristianesimo nel mondo di oggi, di fronte a cui Roma è quasi niente. Renzi perché è un giovane animale pieno di energia, uno scaltro fiorentino del contado, un ex scout.

 

Del resto, tutta la nostra letteratura del Novecento non ha fatto che esprimere, rappresentare, denunciare un morbo di decadenza. Pirandello, Gadda, Montale, gli ermetici, Moravia, Landolfi, Brancati, Carlo Levi, Lampedusa, Flaiano, Calvino, Morante, Pasolini, Sciascia: metafore, personaggi, situazioni, vicende di fuga e di impotenza, labirinti da cui non si esce, frustrazione stagnante, inerzia, disperate nostalgie, autistici giochi di specchi, “delirio di immobilità”.

 

[**Video_box_2**]Se nel declino indotto dall’attuale crisi si tarda troppo a venire fuori, si finisce nella decadenza. Benini nota che i paesi che hanno fatto le politiche giuste hanno anzitutto evitato il declino: Olanda, paesi scandinavi, Germania. Nei paesi mediterranei, anche se c’è ancora ricchezza, come in Italia, non c’è competitività e sviluppo. Le tasse ci immobilizzano, le disparità sociali si aggravano paralizzando la vita economica: “La crisi non ha avuto una risposta europea”, scrive Benini, “ogni stato ha reagito a modo suo (con qualcuno che nuota e altri che annegano)”. Sebbene dalle nazioni europee esca ancora il 40 per cento delle esportazioni mondiali e l’Europa detenga il 30 per cento del pil mondiale, la capacità di competizione scende: “Il discrimine quindi oggi è quello tra un’Europa mobile e una immobile. Il fattore della mobilità sociale è un altro di quei segnali che mostrano il rischio del passaggio dalla crisi al declino: la vicenda italiana si legge con chiarezza nella prevalenza della piccola e furba anima cortigiana del Belpaese rispetto alla sua grande e generosa anima artigiana.

 

Il discorso di Benini è ricco di analisi competenti e di sintesi audaci. Il lettore è trascinato in scorribande storiche suggestive di cui è impossibile rendere conto in un articolo. E non manca l’inventività espressiva. Difficile da dimenticare è la contrapposizione fra “anima cortigiana” (tuttora ahimè diffusa anche nelle nuove generazioni) e “anima artigiana” (che si ritrova in forme nuove nella nostra variegata provincia che non crede nello stato). Divertitevi o deprimetevi a individuare in tutti i luoghi e i casi della vita dove c’è l’una e dove c’è l’altra.

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