Il pauperismo deluxe di Corbyn passa anche da un (brutto) libro di poesie

Il labourista inglese che vuole essere Nichi Vendola.
Il pauperismo deluxe di Corbyn passa anche da un (brutto) libro di poesie

Jeremy Corbyn (foto LaPresse)

Mancano poche ore all’elezione del prossimo leader laburista ma rispetto ai rivali Jeremy Corbyn ha un vantaggio incolmabile che non è dato dalle cifre dei sondaggi bensì dal fatto che non esistano raccolte di poesie dedicate a Yvette Cooper o a Liz Kendall, né tantomeno a Andy Burnham. Da qualche giorno invece esiste “Poets for Corbyn”, curioso misto fra poesia d’occasione, antologia estemporanea, volantino elettorale e samizdat che circola su internet sotto forma di ebook ovviamente gratuito, sia per incentivare il pauperismo corbyniano sia perché si regge sull’antico principio propagandistico del leggere, meditare, diffondere su Facebook. Mentre si discute della composizione dell’eventuale governo ombra e s’inizia a svelare la composizione dello staff di fedelissimi (c’è anche il figlio di secondo letto), Corbyn ha già pronti i poeti di corte. In verità “poeti” è una parola grossa: non solo perché il primo effetto della raccolta è confermare l’assodata verità che non basti andare spesso a capo per scrivere poesie, ma perché fra i venti autori ci sono anche scrittori per l’infanzia, storici e traduttori o biografi di Wittgenstein, per non parlare di Becky Cherriman che risulta “workshop leader e performer”: sarà per questo che la sua poesia, “Austerity”, è l’unica stampata in colore diverso. Quanto ai poeti, una navigata veloce sui loro siti v’informerà che molti di loro oltre a scrivere versi scolpiscono statue, assemblano collage, organizzano happening, insomma sono stati baciati da tanto molteplici talenti da avere a stento il tempo di rileggere: così che i poeti-poeti alla fine siano pochini, sei o sette, fra i quali spicca Iain Gailbraith che ha voluto proporre una poesia inedita lì dove una buona metà delle firme ha ripescato qualcosa dalle pieghe più nascoste di pubblicazioni già licenziate. Queste ventinove pagine di poesie – di cui quattro, per la verità, occupate da “Poesia su rompicapo filosofici e genitoriali scritta in un anno elettorale” di Erin Belieu – dimostrano cosa c’è da aspettarsi qualora vinca Corbyn poiché tracima una propensione anni ’70 allo slogan, all’anafora maileriana estrema, alla rima “voice / choice” buona da essere scandita in corteo, all’antiquato trucchetto di sviluppare per versi e versi un’argomentazione ipotetica che in ben due casi si conclude con “poi dicono che il socialismo è fuori moda” oppure “allora sei socialista”. Una ammette che Corbyn “non è un cavaliere in tenuta scintillante / né un Messia dell’Ovest folgorante”; un’altra gli si rivolge in seconda persona (“Ti chiamano matto, dicono che non potrai mai vincere”) ma poi, siccome era troppo corta, versifica una mail di richiesta di tesseramento al Labour. Andy Jackson dà voce a Corbyn in prima persona (“Io rappresento le cose che vuoi dire ma non puoi”) in una prosopopea intitolata “Ineleggibile”. Nick Telfer era di fretta e per la poesia “Per l’amor di Dio” s’è limitato a ripetere ventuno volte “No Blair” in stampatello. Più che un programma, però, questa raccolta va vista come una ricompensa: anni or sono Corbyn aveva proposto una poesia da pubblicare sull’apposita rubrica del New Statesman ma il centenario settimanale laburista gliel’aveva rifiutata; in una recente intervista allo stesso New Statesman aveva rinfacciato l’aneddoto dicendo che gli sarebbe piaciuto vederla pubblicata ora, ma ancora niente; adesso può leggere una raccolta in cui spiccano i titoli “Per Jeremy Corbyn”, “Corbyn” e “J. C.”. Di là dalla scoperta che la massima ambizione di Corbyn è diventare Nichi Vendola, l’elemento più indicativo di “Poets for Corbyn” è l’editore. La Pendant Publishing stampa, su carta o sito, volantini per immobili che costano tre milioni, pubblicità di alta sartoria, magazine patinatissimi quali The Cloakroom Standard e Snap!, di cui segnalo un numero monografico dedicato alla lettera D (David Duchovny, Doris Day, Dirty Dancing e così via) – a dimostrazione che la svolta corbyniana del Labour sarà verso il pauperismo deluxe.
Antonio Gurrado

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi