Il film che non vincerà mai il Leone d'oro ma spiega perfettamente la Mostra di Venezia

“Marguerite” di Xavier Giannoli, uno dei migliori titoli in concorso è troppo intelligente, troppo cattivo, troppo indirizzato a tutti noi
Il film che non vincerà mai il Leone d'oro ma spiega perfettamente la Mostra di Venezia

E’ come “La lettera rubata” nel racconto di Edgar Allan Poe. L’azzeccato ritratto – e pure la chiave interpretativa di questa Mostra di Venezia che stasera assegnerà i premi – è in bella vista, sotto il naso di tutti e nessuno se ne accorge. Il film che tutto spiega e tutto chiarisce è “Marguerite” di Xavier Giannoli, uno dei migliori titoli in concorso. E uno di quelli che non vinceranno mai il Leone d’oro: troppo intelligente, troppo cattivo, troppo indirizzato a tutti noi (per fortuna, sarà da godere nei cinema il 17 settembre).
Marguerite Dumont – siamo nella Parigi degli anni Venti – è una cantante stonata, ma lei non lo sa. E’ ricca, con tanti amici ricchi da invitare ai suoi concerti di beneficenza. Tanta generosità va premiata: nessuno degli amici le rivela l’orribile verità. Intanto il fedelissimo maggiordomo – che la venera come Erich von Stroheim venerava Gloria Swanson in “Viale del tramonto” di Billy Wilder – distribuisce tappi per le orecchie alla servitù che spolvera vicino alla sala prove. Il dramma arriva quando Marguerite decide di esibirsi in un pubblico teatro, lontano dal recinto protetto e amicale.

 

Impossibile non pensare a “Marguerite” quando sullo schermo vedevamo passare certe pellicole decisamente stonate. Trame che non partivano mai, e che se partivano restavano senza fiato alla prima salitina. Elucubrazioni sul lutto e compiti in classe sul tema “Il rispetto dei nazisti per i capolavori del Louvre” oppure “Netanyahu che arma la mano dell’assassino di Rabin (mentre i rabbini dal naso adunco lanciano la loro maledizione)”. Sicilianità con processioni, vulcani, gran spreco di veli neri con pizzo che ormai stanno solo nelle pubblicità di Dolce & Gabbana. Vampiri con i denti cariati e miliardari russi che vogliono comprare un carcere a Bobbio e non un bel villone con piscina a Forte dei Marmi.

 

Impossibile non pensare a “Marguerite”, quando tutte queste stonature erano celebrate come capolavori. Evviva, applausi, ecco la rinascita del cinema italiano (con il tocco masterchef della farina di carrube comprata da Juliette Binoche per impastare le tagliatelle). Evviva, applausi, la scoperta della radici comuni dell’Europa (insegnate da un russo che mostra una nave nella tempesta perigliosa: quelli siamo noi). Evviva, applausi, corro subito a comprarmi “Il libro tibetano dei morti” (questa l’abbiamo sentita uscendo dalla sala).

 

[**Video_box_2**]Poi per forza “Marguerite” non se l’è filato quasi nessuno, nonostante la perfidia che scintilla in ogni inquadratura. Marguerite Dumont somiglia a tutti noi, che crediamo di avere talento e non sempre ne abbiamo. E se per caso arriva uno che il talento lo ha davvero – è il caso di Cary Fukunaga, con il bambino soldato di “Beast of No Nation” – ecco che parte la gara a chi lo fischia più forte.

 

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