Cosa manca a Colbert per essere il compare di pigiama che fu Letterman

La stoffa c’è, gli angoli verranno smussati, la fluidità arriverà. Il “Late Night Show” è un appuntamento attorno a cui una certa America costruisce le sue serate. E la sostituzione del suo re è stata una questione nazionale.
Cosa manca a Colbert per essere il compare di pigiama che fu Letterman

Stephen Colbert (foto LaPresse)

Non che fossero in discussione la capacità di Stephen Colbert d’essere un signor conduttore per uno show come quello che ogni sera la Cbs manda in onda alle 11.35. Il “Late Night Show” è un appuntamento attorno a cui una certa America costruisce le sue serate. E la sostituzione del suo re, David Letterman, è stata una questione nazionale. Riassunta in un interrogativo: ora che Colbert ha il mandato, come l’interpreterà? Che serate passeranno gli habitué di quell’appuntamento complicato – ironia, informazione, gossip, culto della celebrità, americanismo, grande musica – dopo lo switch? Pur accettando il principio che Letterman fosse un superstite di un’America pensionabile e che il suo ritmo e il suo stile fossero soavemente residuali, il problema è capire se lo spettatore si adatterà alle scelte di un conduttore diverso, con un gusto per la battuta d’altro genere (più nevrotica, bruciante, nonsense, meno “da barbecue”), ma con un maggiore tasso di naturale contemporaneità. L’8 settembre Colbert ha preso possesso di un Ed Sullivan Theatre rinnovato (con una grandeur un po’ grand guignol al posto dell’ambientazione accatastata e turistica dello show di Letterman) e ha scoperto le sue carte.

 

Cominciamo con un’osservazione sulla fisicità del personaggio: Letterman era furbescamente dinoccolato. Colbert evoca il padre di famiglia severo e conservatore di una sitcom tv anni 50. Azzimato, voce impostata, sguardo negli occhi dell’interlocutore nei momenti che contano. E’ la parte che si è scelto, e c’entra la sua educazione di devoto cattolico nato a Charleston 51 anni fa. Un professionista col culto del lavoro e con un fecondo periodo di avvicinamento a questa poltrona, iniziato sui palchi dei comedy clubs e culminato nel successo del “Colbert Report” su Comedy Central, interpretando il commentatore sarcastico, erudito, scettico di quel burlesque che è l’ultimo mondo politico d’oltreoceano. Quando, un anno e mezzo fa, Letterman ha annunciato la fine-gestione dello show e il nome di Colbert è stato annunciato, è cominciato il restyling del suo personaggio”. C’erano cose da tenere e cose da mettere in second’ordine: andava mantenuta l’irriverenza fulminante, ma andava mitigato il gusto per le battute surreali che Colbert coltiva e andava valutata la sua capacità d’allargare lo spettro del suo pubblico, dal “culto” di Comedy Central alla complicità che un host in onda 5 sere alla settimana deve stabilire con lo spettatore.

 

[**Video_box_2**]Dai tempi del dualismo Letterman-Leno le cose sono cambiate: oggi i due avversari di Colbert, Jimmy Fallon su Nbc e Jimmy Kimmel su Abc, hanno modificato il formato del talk show, optando per una serie di segmenti / gag destinati a essere consumati da una platea ancor più vasta, nel mondo virale di YouTube. Per ora Colbert ha mostrato di non raccogliere la sfida: il suo show è rimasto aderente alla sequenza di Letterman – monologo, due ospiti, chiusura musicale, interstizi comici – e la scelta dei primi ospiti (George Clooney, Jeb Bush, un duetto con Mavis Staple nel finale) è stata prudente. Colbert si è mosso con circospezione: il monologo di partenza ha contenuto accenni al suo stile (il vezzo di parlare a una “nazione”), ma ha sciorinato battute deboli. Con gli ospiti Colbert è stato acuto e sintetico, ma non ha saputo rinunciare al copione tra le mani e ha optato per un isterico rimontaggio delle interviste. La rilassata partecipazione di Paul Shaffer, bandleader del Letterman Show, non viene nemmeno sfiorata dalla caotica presenza di Jon Baptiste, che però ha ai suoi ordini una funk band di prim’ordine, più effervescente dei sessionmen del Late Show.

 

E comunque alla fine il decollo è avvenuto. La stoffa c’è, gli angoli verranno smussati, la fluidità non tarderà. Resta la vera domanda: il gioco di Colbert, l’intellettuale sapiente e il narcisista della satira, saprà diventare l’abitudine serale di una fetta d’America? Saprà andare oltre il commento caustico e diventare l’amico di mezzanotte, il compare di pigiama inventato da Letterman? La possibilità esiste. Ma perché si realizzi è indispensabile che Colbert si sfili la maschera. E semplicemente, ci sveli molto di più del suo autentico sé.

 

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