Made in Palmira

Il filo rosso tra l’iconoclastia dello Stato islamico e i veti anti scienza dell’islam. Parla la prof.ssa Charfi. C’è un filo rosso tra la furia iconoclasta dell'Is all’opera in Siria, in Iraq e non solo, e il fatto che il mondo arabo-musulmano nell’epoca contemporanea abbia dato i natali a soltanto due premi Nobel in materie scientifiche.
Made in Palmira

Roma. C’è un filo rosso tra la furia iconoclasta dello Stato islamico (Is) all’opera in Siria, in Iraq e non solo, e il fatto che il mondo arabo-musulmano nell’epoca contemporanea abbia dato i natali a soltanto due premi Nobel in materie scientifiche. Ne è convinta Faouzia Farida Charfi, professoressa di Fisica all’Università di Tunisi e già sottosegretario di stato per la Ricerca scientifica nel primo governo tunisino seguito alle dimissioni di Ben Ali nel 2011. Charfi, nel mensile Agenda Coscioni in uscita in questi giorni a cura dei Radicali dell’Associazione Luca Coscioni, parla di “fondamentalismo che minaccia la libertà di ricerca”; in questa conversazione con il Foglio, il suo ragionamento parte dalla distruzione in corso a Palmira, centro siriano risalente all’antica Grecia. “Per i jihadisti dello Stato islamico, abbattere quei resti archeologici è un modo per affermare la forza della loro organizzazione, il loro potere distruttivo. Anche altri gruppi islamisti hanno utilizzato quest’arma terroristica contro i preziosi manoscritti di Timbuctù in Africa, per esempio. E’ la soppressione totale del nemico, di tutto quello che è altro da sé, sia del nemico occidentale sia del musulmano che non la pensa come loro, sia di chiunque protegga una cultura pre-islamica e dunque ‘empia’”.

 

Il problema di fondo, però, che investe territori ben più ampi di quelli controllati da gruppi terroristici, secondo Charfi, è un tipo di “relazione con la cultura viziata dall’islamizzazione dell’insieme della vita pubblica, dall’accettazione dell’onnipresenza della religione da parte di una maggioranza della popolazione. Quello che dovremmo chiederci è: in che misura la cultura rappresenta oggi un pilastro delle nostre società? In che misura le società arabo-islamiche considerano il sapere secolarizzato e quello universale delle scienze esatte come elemento essenziale per lo sviluppo?”. La risposta, sottintesa, è: in misura troppo limitata. Per la Charfi lo dimostra la situazione dei diritti delle donne e più in generale del diritto di famiglia. Con “l’eccezione” della sua Tunisia, dice, che dispone dal 1956 di un codice di statuto personale nel quale, tra le altre cose, è stata abolita la poligamia, il diritto di ripudiare la moglie e che persegue l’emancipazione delle donne. Per quanto riguarda invece “la maggior parte degli altri paesi arabo-musulmani – continua la professoressa di Fisica – questi sono caratterizzati dall’onnipresenza della religione in tutto ciò che ha a che fare con l’insegnamento, dallo studio delle lingue alla storia. In molti paesi arabi vengono poi insegnate le regole della sharia, o legge islamica, che non devono essere criticate nemmeno in quelle parti oggi non più applicabili. Questo continuo imbrigliamento delle menti non consente la fioritura intellettuale o creativa”. Una dimostrazione degli effetti di lungo termine di tutto ciò, secondo la Charfi, è nel fatto che “nelle scienze esatte ci sono solo due premi Nobel originari dei paesi arabo-musulmani, il pachistano Abdus Salam, Nobel per la Fisica nel 1979, e l’egiziano Ahmed Zewail, Nobel per la Chimica nel 1999, che tra l’altro hanno condotto le loro ricerche al di fuori dei rispettivi paesi”. C’è poco da sorprendersi, dunque, per le “timide e rare reazioni” registrate nell’area dopo gli sfregi a Palmira: “Purtroppo infatti non educhiamo nemmeno i nostri giovani all’attaccamento a tutta la storia dei propri paesi, storia pre-islamica e islamica”.

 

Quando Cartagine fu censurata in Tunisia
Anche in questo caso, secondo la Charfi, la Tunisia costituisce almeno in parte un’eccezione. “Negli anni 70 e 80, il movimento islamista accettato dal regime di allora per limitare le contestazioni di sinistra si espanse nel mondo dell’istruzione e riuscì a far avanzare la sua concezione totalitaria dell’islam. Tutto si fondava sull’idea che la Tunisia si fosse civilizzata soltanto dopo l’arrivo dell’islam. Tuttavia la riforma dell’educazione del 1991, il cui ideatore fu Mohamed Charfi, ha avuto per obiettivo una ‘nazionalizzazione’ della storia stessa, ma anche la possibilità per i nostri allievi di riconciliarsi con un’idea di modernità e di storia propriamente intesa, senza escludere per esempio la parabola di Cartagine e secoli interi di civiltà tunisina”.

 

Se la sorte nefasta di Palmira e le flebili opposizioni alla stessa sono soltanto spie allarmanti dello status della cultura nel mondo islamico, l’ex sottosegretario tunisino Charfi parla più in generale di “regressione della libertà di ricerca scientifica nei paesi arabo-islamici”: “Mi riferisco all’importanza assunta per esempio dall’islam wahabita nei nostri paesi. Si tratta di un islam intollerante, i cui promotori si considerano ‘giustizieri’ del mondo. Hanno trasformato la religione in un’ideologia del terrore, le cui parole sono tutte orientate alla liquidazione degli ‘infedeli’. Queste persone antepongono il ‘jihad’ a tutto il resto, espungendolo dal suo contesto storico e imponendogli un significato offensivo”. Parabole satellitari e internet sono state “consacrate alla diffusione” di queste idee; innumerevoli i siti web nei quali si legge per esempio che quasi tutti i grandi passi in avanti scientifici e tecnologici di cui oggi ci avvantaggiamo erano già previsti nel Corano. E vittime di ciò cadono allo stesso modo la musica, le arti, la bellezza delle cose, “in una parola sola ‘la cultura’”. I paesi dell’area, nel Diciannovesimo secolo, attraversarono una fase storica diametralmente opposta, secondo la Charfi, quella che viene chiamata “Nahdha” o Rinascimento: “Ma il mondo islamico non è rimasto fedele a quanti avevano avviato una riflessione sull’interpretazione del testo coranico, a quanti avevano messo in causa l’ortodossia che blocca ogni tentativo di evoluzione. I riformatori della Nahdha – sottolinea la Charfi – ammiravano i popoli europei che avevano gettato le basi della scienza moderna e ritenevano che a essa si dovesse attingere, quale che fosse la sua origine. Io preferirei che si ritrovasse quel tipo di ammirazione razionale per la scienza che caratterizzava i riformatori del XIX secolo e certi leader dell’indipendenza come Habib Bourguiba”. Se la separazione tra stato e religione, nel mondo arabo-islamico, appare oggi troppo difficile da raggiungere, non si potrà fare a meno, a mo’ di passaggio intermedio, di “separare politica e religione – dice la Charfi – Lo stato potrà pure favorire una versione tollerante dell’islam, ma i campi dell’educazione e della cultura non possono essere assolutamente sotto l’ombrello religioso”.

 

[**Video_box_2**]L’ex sottosegretario, che da tempo dà battaglia per affermare la libertà di ricerca scientifica anche fuori dal proprio paese, ci tiene comunque a concludere il colloquio con una riflessione sulla Tunisia. Diffida infatti, e invita gli europei a diffidare, da visioni semplicistiche, trionfalistiche o catastrofiste che siano. “Per me quanto è accaduto in Tunisia nel 2011 – con le dimissioni del presidente Ben Ali che era al potere dal 1987, ndr – costituisce una vera e propria ‘rivoluzione’. Abbiamo messo fine a un potere corrotto, che non accettava nessuna voce dissenziente, che censurava le manifestazioni e gli incontri universitari. Oggi però dobbiamo lavorare e militare per salvaguardare la modernità del nostro paese, per resistere all’islamizzazione della vita quotidiana e difendere i diritti di tutti i cittadini tunisini, senza offrire pretesti a chi dice di voler difendere il ‘sacro’”. La ricercatrice in particolare riflette sul ruolo del nuovo partito Ennahda, che alcuni osservatori internazionali hanno etichettato troppo in fretta come “islamico moderato”: “I dirigenti di questo movimento, negli anni 70, erano più espliciti sul loro punto di vista  a proposito della scienza. Rigettavano apertamente lo studio di Darwin o di Freud, per esempio. Oggi, in un governo di coalizione, vogliono mostrare invece la loro capacità di adattamento. Quello che avremmo bisogno di sentir dire chiaramente da parte dei dirigenti politici di Ennahda è per esempio il rifiuto dei centri coranici per bambini che invece hanno aperto i battenti dopo la loro affermazione alle prime elezioni del 2011. O la loro dissociazione dall’idea che le bambine di 4 o 5 anni debbano andare in giro velate, o dal matrimonio temporaneo (o ‘Orfi’) che ha ripreso a diffondersi”. Nel suo intervento sulla rivista Agenda Coscioni, la Charfi ha ricordato pure della sorte di tre colleghi alla facoltà di Teologia dell’Università di al Zaytuna. Una estromessa perché non indossava il velo; un altro messo ai margini perché sufi e dunque inviso agli studenti salafiti; un’altra, Iqbal Gharbi, prima donna a insegnare Psicologia in quell’ateneo, si è dovuta prendere un anno sabbatico di fronte all’opposizione tenace di un gruppo di studenti. Tutto questo accadeva nel 2012, in Tunisia. “Allora Ennahda dirigeva l’esecutivo di coalizione e lasciò spazio anche ai salafiti più estremisti. Oggi invece, cambiato l’esecutivo, la mia collega Gharbi è tornata al suo posto e il clima è un po’ migliorato. L’orientamento di un singolo governo rispetto alla modernità conta”. Ma da qui a “riconoscere la forza della ragione, dello spirito critico e dell’intelligenza invece che del dogmatismo”, ce ne passa.

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