La Grecia e la sua crisi non si portano più, ma i film sono meno noiosi

Bellocchio ha poco respiro (ma molti parenti nei titoli di coda). I film amati di più da noi sono solo due finora: “Marguerite”, sulla ricca cantante lirica stonata e “Beasts of No Nation”, sui bambini soldati in Africa.
La Grecia e la sua crisi non si portano più, ma i film sono meno noiosi

Cerimonia di consegna del Leone d'oro alla carriera a Bertrand Tavernier (foto LaPresse)

SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio, con Piergiorgio Bellocchio (concorso)
Nei “Pugni in tasca” inneggiava allo sterminio della famiglia, ora lavora circondato dagli affetti più cari: non si contano i Bellocchio nei titoli di coda. I film invece sono due. Un horror monacale seicentesco ambientato nella natìa Bobbio (e dove altro? Siamo registi di respiro internazionale). Un vampiro moderno che puzza di metafora (il potere democristiano, pare) e ha male a un dente. L’unica scena del film un po’ vivace, che conceda qualcosina allo spettatore.

 

ANOMALISA di Charlie Kaufman e Duke Johnson (concorso)
Lei si chiama Lisa, ed è un’anomalia agli occhi del suo depresso corteggiatore che la ribattezza Anomalisa. Non fa ridere, non commuove, non colpisce per brillantezza. E quindi riflette benissimo il film. Se non fosse fatto con i pupazzetti, e se i pochi soldi non fossero stati messi insieme con il crowdfounding (nei titoli di coda sfilano mille nomi), non lo avremmo degnato di uno sguardo. Full frontal anche per il pupazzotto: al Lido vanno i maschi senza mutande.

 

INTERRUPTION di Yorgos Zois, con Maria Kallimani (Orizzonti)
Si recita l’“Orestea di Eschilo”, con musica orrenda e spade laser per illuminare (voglia di uscire, subito). Arrivano uomini armati, e spediscono a recitare sul palco gli spettatori (ri-voglia di uscire). Segue dibattito alla Maria De Filippi su: “Cosa farebbe oggi Oreste, il figlio matricida?” (pensieri cattivi all’indirizzo del regista). Scarso pubblico in sala, spettatori che se ne andavano alla spicciolata. E’ ufficiale: la Grecia e la sua crisi non si portano più.

 

ISLAND CITY di Ruchica Oberoi, con Vinay Pathak (Giornate degli autori)
Fantozzi a Mumbai, con un tocco di “Brazil”. L’acqua del boccione viene controllata, ma per maggiore sicurezza una voce invita gli impiegati a portarla da casa. Alle sei c’è traffico: per ovviare i gentili impiegati nel cubicolo lavoreranno un’ora in più. All’ospedale, i familiari del moribondo non hanno occhi che per la soap opera in tv. Cercasi montatore che tolga di mezzo indugi e tempi morti.

 

Mariarosa Mancuso
 


 

[**Video_box_2**]E’ vero che quest’anno i critici sono stati meno scontenti del solito sulla selezione, tanto da sorprendere Barbera che (come si vedrà non a caso) la trovava debole. I film amati di più da noi sono solo due finora: “Marguerite”, sulla ricca cantante lirica stonata e “Beasts of No Nation”, sui bambini soldati in Africa (Venezia 72). Forse perché i film erano in generale meno noiosi del solito, criticabili anche assai ma raramente autentici snoozefest. Un esempio è “Looking For Grace”, film australiano per più di tre quarti di un sornione deadpan gutbucket funny, poi si banalizza nel finale. Stessa cosa per “El Clan”, dell’argentino Pablo Taplero. Dopo la dittatura, uno dei “servizi deviati”, con l’aiuto della famiglia rapisce e uccide per soldi. Poi i sequestri si ripetono uguali e alla fine chissenefrega. Vuoi mettere con “Animal Kingdom” (del 2010, grazie Piera Detassis) su una famiglia criminale di Melbourne che al solo ricordo fa venire i brividi? Per favore. La Bassottina si è divorata “L’ultimo giorno di Rabin”, ma è lampante il pregiudizio pol. corr. di Amos Gitai, che demonizza Netanyahu e che di Yitzhak Rabin, un tostissimo militare per 27 anni, fa un santino. Il primo ministro assassinato era di più e di meglio di un bleeding heart liberal. Come l’altro duro Ariel Sharon, una volta arrivato al comando del paese, la visuale si allarga. “The Biggler Splash” di Guadagnino è di svergognato divertimento ma lontano dalla compiutezza. Lo stimatissimo sceneggiatore filosofico Charlie Kaufman è un simil rabbino con barba e capelli neri e ricci, (ha scritto “Syndoche, NY”, “Se mi lasci ti cancello”, “Adaptation” e con “Anomalisa” – Venezia 72 – e anche regista). Alle domande se il film sull’angoscia esistenziale voleva dire questo o quello, ribatte: “Non mi piacciono le spieghe; che ognuno lo interpreti come crede”. Esattamente come i fratelli Coen. Del film di Bellocchio “Sangue del mio sangue” leggete la bipede. La cagnetta aggiunge che la scena tra il conte vampiro e il dentista sull’ansia di giustizia(lismo) del popolo, arruffato dagli arresti a pioggia, fa capire il film che poteva essere. Bellocchio: “Dopo 30-40 arresti, i reati in bilancio sono aumentati; c’era scritto sul giornale!”. I quotidiani come Sacra Scrittura? Highly unlikely.

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