Manlio Cancogni

Sembrava che non gliene fregasse niente, quindi era un uomo elegante. Gli scrittori italiani molto di rado sono uomini eleganti: tengono ai premi, alle recensioni, alle vendite, ai dettagli più volgari.
Manlio Cancogni

Manlio Cancogni

Sembrava che non gliene fregasse niente, quindi era un uomo elegante. Gli scrittori italiani molto di rado sono uomini eleganti: tengono ai premi, alle recensioni, alle vendite, ai dettagli più volgari. Manlio Cancogni i premi importanti li aveva vinti all’incirca tutti, e questa è una colpa, ma sembrava non gliene fregasse niente, e questo è stile. Può darsi pure che la sprezzatura gli sia cresciuta con gli anni, per sapere come fosse da giovane bisognerebbe intervistare i suoi antichi amici (innanzitutto Cassola e poi Giorgio Bassani, Alfonso Gatto, Carlo Levi, Eugenio Montale) che però sono tutti morti da quel dì: cose che capitano quando si campa 99 anni, numero bello e terribile. Quindi bisogna rifarsi ai libri, specie a quelli più recenti e più memorialistici, per convincersi che forse non gliene fregava niente davvero.

 

Nel 1936 non gliene fregava niente della guerra di Spagna: “I franchisti stavano investendo Madrid, e il mondo, sembrava dai giornali, non si occupava d’altro. Convenimmo che quell’avvenimento non ci riguardava. Fascismo o comunismo o liberalismo per noi facevano lo stesso. Astrazioni, idee, parole. La vita era un’altra cosa”. Non gliene fregava molto nemmeno della Seconda guerra mondiale. Dovette combattere prima come sottotenente dell'esercito e poi come partigiano ma sempre con riluttanza, evitando la prima linea: “Non avevo nessuna voglia di lasciarci la pelle. Non avevo avuto voglia di lasciare la pelle combattendo per la patria, in Albania, ma non avevo neppure voglia di lasciarcela per una battaglia ormai stravinta”. Non gliene fregava niente del proletariato e infatti nel ’46 uscì dal Partito d’azione non sopportando la svolta a sinistra: “Ma che vadano al diavolo le masse, chi se ne strafrega delle masse” (quindi il menefreghismo non è una mia forzatura, lui stesso usava questi termini). Non gliene fregava nulla del giornalismo impegnato, al quale venne ascritto per un celeberrimo articolo dell’Espresso intitolato “Capitale corrotta = nazione infetta”: “Mi dette la fama del lottatore della democrazia e non era vero assolutamente niente, anzi, sentivo una certa simpatia per Rebecchini”, ossia per il sindaco accusato di favorire la speculazione edilizia.

 

[**Video_box_2**]Gliene fregava poco perfino delle donne: “Io sono un misogino e la mia misoginia deriva dal fatto che non amavo mia madre. Anzi, confesso, la odiavo, ma lei odiava me, però”. Ci si può spingere oltre? Ci si può spingere. Chi legge “La sorpresa” (Elliot) oppure “Il racconto più lungo. Storia della mia vita” (Interlinea) ci troverà delle guide ai casini di Roma, aggiornate agli anni Trenta. Oltre settant’anni dopo Cancogni si ricordava ancora tutto, gli indirizzi, i prezzi, i nomi delle case e delle meretrici. E non gliene fregava niente di fare la figura del puttaniere e del puttaniere più esecrabile, quello che usa la puttana come un lavandino: “Una volta la ragazza, che si chiamava Emma, mi suggerì di trattenermi, senza smettere chiesi: ‘Perché?’. ‘Stupidone’ cercò di spiegarmi «’ci proveresti più gusto’. ‘Più gusto? A che pro? Non basta quello che provo? Per liberarmi è quanto basta’”. Non era uno scrittore romantico, Cancogni, era un borghese scettico e conservatore. Disprezzava le avanguardie, i rivoluzionari, i fanatici, sia in politica che in letteratura. “Personaggi orrendi: Balestrini, Sanguineti, Barilli, Roversi, Pagliarani. Di un’arroganza e di un arrivismo…”. Era cattolico e ovviamente non un cattolico sentimentale, bensì sacramentale e funzionale. Sembra che la vera religione gli servisse per essere più intelligente: “Al cattolicesimo, al fatto di essere battezzato, al catechismo imparato da piccolo, devo la libertà da certe servitù ideologiche”. Beninteso con l’accortezza di non frequentare il cosiddetto mondo cattolico e di ascoltare i preti solo a messa. Stimava don Milani poco più degli esponenti del Gruppo 63: “Poveraccio, era un convertito”. Ossia un esaltato e un contaballe: “Lettera a una professoressa mi colpì. E mi colpì la frode: non era vero per niente che l’avesse scritta un gruppetto di quei ragazzi di Barbiana, l’ha scritto don Milani, ne sono sicuro”. Negli ultimi anni riprese, dopo una lunga pausa, a confessarsi, perché fregarsene del mondo è molto elegante ma fregarsene di Dio è poco conveniente, e Cancogni era stiloso, mica fesso.

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