Lavorare stanca

L’abbronzatura contrasta con lo stato d’animo. Siedono alla scrivania senza occhiaie, nel primo giorno di lavoro dopo le vacanze, ma con l’aria affranta di chi non ha realizzato il desiderio di quella notte di stelle cadenti.
Lavorare stanca

"Nudo di donna sulla spiaggia", di Botero

L’abbronzatura contrasta con lo stato d’animo. Siedono alla scrivania senza occhiaie, nel primo giorno di lavoro dopo le vacanze, ma con l’aria affranta di chi non ha realizzato il desiderio di quella notte di stelle cadenti: dare le dimissioni mandando al diavolo il capufficio, cambiare vita togliendosi il gusto di dire: a mai più. Sono i lavoratori infelici: secondo il New York Times nove su dieci, adulti che trascorrono intere giornate “facendo cose che non vogliono fare in luoghi in cui non vorrebbero essere”, gente che considera quelle otto ore una perdita di tempo, un furto di vita. Non solo perché la natura umana non contiene sempre dentro di sé lo slancio verso il lavoro, e nemmeno soltanto perché, come scrisse Adam Smith secoli fa, il motore del lavoro è lo stipendio, e quindi le segretarie rispondono al telefono perché devono, i pizzaioli mettono le acciughe sulla pizza perché tra poco è giorno di paga, il capotreno controlla i biglietti anche se non gliene importa granché, e intanto pensa alla prossima domenica, quando finalmente porterà il figlio a pescare.

 

Non siamo solo sfaccendati in attesa di salario, scrive il New York Times, ci preoccupiamo, e ci lamentiamo, di qualcosa che non riguarda esclusivamente il denaro, ma soprattutto il nostro posto nel mondo, i rapporti con i colleghi, la gratificazione, il senso di indispensabilità (o almeno di utilità), la possibilità di crescere e di migliorare, l’opportunità di fare qualcosa di significativo e di vederlo riconosciuto, la sensazione di essere importanti.

 

[**Video_box_2**]Osserviamo chi ci sta accanto, e inevitabilmente pensiamo di meritare di più. O di avere diritto alla libertà. D’estate, nei giorni di vacanza, i lavoratori infelici trasportano questa insoddisfazione nei luoghi di villeggiatura, o negli zaini dei loro viaggi, e la cullano, la assecondano, immaginano un settembre completamente nuovo. Potrei vendere la piadina romagnola alle Bahamas, potrei fare il missionario in Africa, potrei mandare a quel paese tutti quanti, potrei fare il pescatore, potrei ristrutturare quella baita e trasformarla in albergo, potrei fare il tassista con il gatto delle nevi d’inverno e con la barchetta d’estate, potrei portare la mozzarella di bufala nel Vermont. Allora sì, che sarei felice. Le notti d’estate sono piene di pensieri così, e anche di magnifici discorsi pubblici di commiato, in cui la platea resta per un momento attonita, e poi applaude convinta, alzandosi in piedi. Il primo settembre, poi, eccoli tutti presenti, i lavoratori infelici: accendono i computer e sospirano, mentre contano i giorni che mancano a Natale.

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