Cinquanta e cinquanta

Un uomo che invita fuori a cena una donna dovrebbe pagare tutto il conto? Lui, lei, la bettola e quei 30 euro da dividere in due. Disavventura a Venezia.
Cinquanta e cinquanta

“Ti porto nell’osteria dove Thomas Mann mangiava il suo saór preferito”, disse. Pur sembrandomi strano che Mann fosse appassionato di sarde in saór, annuii

Venezia, il primo appuntamento con Lui. Avevo trascorso la mattina camminando su e giù per la riva degli Schiavoni fino alle Zattere e ritorno; avanti e indietro, avanti e indietro. “Scarica l’agitazione e mangia qualcosa”, comandavo a me stessa dandomi dei pizzicotti. Per la prima volta ricambiavo i sorrisi dei turisti cinesi; correvo a spaventare i gabbiani che di solito mi fanno paura; salutavo il guardiano della capitaneria di porto al civico 1408. Mi sedetti al bar Nico tra le nonnine veneziane. Mi guardavo intorno, innamoratissima come lo sono solo prima del primo appuntamento. Non porto mai l’orologio, mi tastavo il polso e imprecavo: “Perché diavolo non porto l’orologio?”.

 

Lo avevo conosciuto tre giorni prima, mi aveva detto: “Ti leggo sai”. Regista, avventuriero, snello come una spigola, un’opinione su tutto e moralista a suo modo, uno di quelli davanti a cui le donne in adorazione pensano: “Quant’è sciocco… E’ proprio carino”. Calzava seducenti sandali di cuoio e pareva saperne più di me sulla vita. Cosa mi avrebbe detto quella sera? La sera, la sera, la sera finalmente arrivò. Indossavo i miei orecchini preferiti, quelli a grappoli di corallo, e il mio profumo estivo, Parfum de Revolte, invenzione del naso di Gerald Ghislain. Il regista venne a prendermi in barca davanti al mio appartamento, in Calle dei Cerchieri. Chiamò: “Sofiaaa”. Mi sporsi dalla finestra, gli gridai: “Eccomi!”. Scesi di corsa. Mi tese la mano, saltai sulla barca schiacciandogli un piede. “Ti porto nell’osteria dove Thomas Mann mangiava il suo saór preferito”, disse con una punta d’orgoglio. Pur sembrandomi un po’ strano che Thomas Mann fosse appassionato di sarde in saór, annuii. Il locale era una bettola in una delle calli più annaffiate d’urina del rione Castello; nei bagni c’era la turca e le cuticole sulle unghie dell’oste formavano incrostazioni saline. “Che meraviglia! Che coraggio! – pensai – a questo non gliene frega niente di fare figure di merda!”. Guardavo adorante il mio accompagnatore. Parlammo per due ore; saltellavo e gesticolavo, lui rispondeva divertito fissandomi con occhi penetranti. A mezzanotte l’oste si era addormentato. Lui andò alla cassa, io fischiettai in giro osservando gli ex voto appesi al muro. “Sono trenta euro, mister” disse l’oste risvegliandosi. Lanciai un’occhiata di sbieco. Una di quelle occhiate veloci, involontarie e sospettose che, solo ora capisco, non bisognerebbe mai lanciare. A dire il vero l’occhiata non fu affatto veloce: anche Lui mi stava guardando di sbieco. I nostri occhi s’incatenarono. Cominciai a capire. Sentii le mie gote arroventarsi; Lui mi osservava con nonchalance. “Perché – pensai – eppure lo vedi che sono imbarazzata… Perché non raddrizzi gli occhi e paghi? Sei ancora in tempo!”.

 

L’oste pazientava immobile e ceroplastico, gocce di sudore gli rotolavano giù per la fronte. Infilai la mano nella borsa; cominciai a frugare, al rallenty: uno, uno e mezzo, uno e tre quarti, due… Lui, un quarto di secondo più lentamente di me, infilò pollice e indice nel suo portafoglio. La mia mano non aveva cercato il borsellino, si era avvinghiata al rossetto come a un’ultima speranza: gli stavo offrendo la chance della sua vita, o, almeno, della mia. Le sue dita invece avevano agguantato due banconote, una da dieci euro e una da cinque, e le estraevano, lente, lente. Affondai la mano nella borsa, afferrai il mio borsellino e lo lanciai in aria. Decine di monete volarono per la bettola fino all’acqua del canale. Monete ovunque, sulle pantofole dell’oste, sui sandali di Lui, sulle mie espadrillas, monete infuocate. Chiesi scusa, scusa, scusa! Mi precipitai a terra e sotto il tavolo, tra i gatti di polvere, raccolsi quel che mi capitava a tiro. Carponi mi avvicinai all’oste e gli allungai i miei quindici euro.

 

Scesi dalla barca, Lui mi guardò sorridente. Stavo aprendo il portone di casa quando sentii la sua voce: “Sofia”. Mi voltai; puntandomi con il dito Lui per la seconda volta disse: “Ti leggo”. Salii di corsa le scale.

 

Fu una notte di domande che invano cercarono risposta inseguendo le ombre sul muro della stanza. “Forse non mi ha offerto la cena perché glielo hanno proibito i suoi amici. O forse è avaro. No, mi odia. Ha cominciato a odiarmi via via che parlavamo. Anzi, mi odiava anche prima. Mi mette alla prova? Mi ama? E’ un comunista, un comunardo, un prima comunione? Oddio… magari pensava che il nostro fosse un appuntamento d’affari. Ma sembro forse una che dedica il proprio tempo ad appuntamenti che non siano romantici? E’ un Porfirio Rubirosa convinto che siano le donne a doverlo pagare?”. La notte non aveva fine, quando all’alba aprii la finestra persino i gabbiani mi parvero angeli.

 

“Questa è la realtà, cara Sofia: ci sono uomini che pagano la cena alle donne, e ci sono uomini che non la pagano. Ma dire quali dei due siano i migliori non è facile” sentenziò la mattina successiva la mia amica Anna bevendo una Coca Cola sui gradini del pozzo di campo Santa Maria Formosa. Di lì a poco saremmo state invase dal mercato delle pulci: spartiti bucati, puttini moreschi, candelabri e stivali da pesca, monografie impolverate del poeta Giorgio Baffo. Anna sapeva i suoi sonetti a memoria: “Al mio casin son stà con una Dona / E m’hò per quantum possum divertìo / In primis, et ante omnia el fatto mìo / Ho fatto, idest, mi ghe l’hò messo in Mona”. Battei le mani, ma solo per riportarla al nocciolo della questione che mi urgeva: “Ma il tuo Andrea paga tutto lui, o no?”. “Lui pagherebbe – rispose Anna – ma io non glielo permetto. Rovinerebbe tutto”. “Tutto cosa?”, le chiesi con un astio che non mi sarei mai immaginata. “Beh, tutto” mormorò Anna abbassando il mento. “Ma tutto che?”, insistetti, aspirando rumorosamente le ultime gocce dal fondo della lattina di Coca. Anna schioccò le dita. La guardai. Sospirò: “Se Andrea mi pagasse la cena, il sesso sarebbe un atto dovuto e non più una mia libera scelta”. “Cioè tu paghi la cena per non sentirti puttana?”, le chiesi. “Io non mi voglio sentire in debito”. “Boh, magari è sexy questa cosa del debito – buttai lì – magari se ti sentissi sempre in debito saresti una fidanzata migliore”. “Fanculo Sofia!”.

 

Quindi Lui l’ha fatto per non farmi sentire in debito? Per non farmi sentire puttana? Schiava? – pensai tra me e me. E’ l’uomo più premuroso e generoso del mondo? No, non ci credo. Fanculo tu, Anna.

 

C’è Anna che si pensa una lucciola necessaria, direbbe Cacciari, e poi c’è la nostra amica Lavinia; ci raggiunse con un’ora di ritardo e si sedette di fianco a noi sui gradini del pozzo. Lavinia sta da due anni con un uomo conosciuto durante il vernissage della Biennale, uno di quelli a cui  chiedi se è artista e lui risponde “more” umettandosi il polpastrello dell’anulare di destra, se è gallerista e lui dice “warmer” lisciandosi l’unghia dell’anulare di sinistra con il polpastrello di destra, se è collezionista e lui bisbiglia “colder” asciugandosi l’anulare di destra sul polsino di sinistra, se è curatore e a quel punto lui, guardando il cielo, sospira: “You’ll never guess”. “Sofi perché t’incazzi? E’ giusto così”, proruppe Lavinia non appena terminai per la sesta volta la storia della cena con il regista nella bettola; le prime cinque volte l’avevo raccontata a: mia madre che era scoppiata in una risata, mio padre che aveva digrignato i denti, il guardiano della capitaneria di porto che mi aveva invitata a cena, il mio relatore di tesi che si guardava le unghie, Anna la fifona. “Ascolta – disse Lavinia – nulla è più importante della parità dei sessi.

 

Dobbiamo rispettarla sempre, pagando la nostra parte, altrimenti non sarà più possibile uscire con dignità da un ristorante”. “Ma se lui non vuole? Se lui insiste?”, le chiesi. Lavinia mi guardò leccandosi i baffi: “Beh, devi usare le maniere forti. Quando lui ha già in mano il portafoglio, glielo chiudi e glielo ricacci in tasca urlando come una pazza: ‘No caro, a metà, a metà, facciamo a metà’”. Anche Lavinia? E’ un’epidemia! Guardai le mie amiche come fossero due piccoli mostri. Vidi l’odio nei loro occhi, mi parve di leggere quel che pensavano: “Intanto noi ce l’abbiamo, l’uomo!”.

 

Anna e Lavinia vanno scusate, appartengono al mondo dell’arte, workaholic irredente. “Ragazze, le vostre lezioni non mi stanno aiutando – sbuffai – voglio sapere che diamine ha in testa il regista della bettola. Voglio sapere perché non mi ha pagato la cena, ora gli scrivo”. “Assolutamente no”. “Non provarci nemmeno”, strillarono in coro. Coinvolgemmo nella diatriba una venditrice del mercato delle pulci, una grossa veneziana dalla pelle color salvia: “Cos’hai da perdere tesoro? Scrivigli!”. “Signora, con tutto rispetto, Sofia ha tantissimo da perdere”, replicò Anna. “Scrivigli, scrivigli. Però cosa vorresti scrivergli tesoro bello?” mi chiese la venditrice improvvisamente dubbiosa. “Non so, gli chiederei di andare da Nico a mangiare il gelato al gianduia, è la prova del nove”. “E gettare di nuovo le monete per aria?”, mi rimbeccò Anna. “E starci male un’altra volta?”, incalzò Lavinia. “Tesoro, scrivigli”, insistette la donna mentre vendeva uno scatolone di porcellane spaiate. WhatsApp, scrivevo, cancellavo, scrivevo, cancellavo, mi partì invio per sbaglio, gli avevo scritto: “Ciao, ti va se mangiamo un gelato al giand”. “Cazzo Sofi, li fai tutti a pezzi!” sbottò Lavinia. Provai a riparare, aggiunsi “uia?” e inviai.

 

[**Video_box_2**] Era pomeriggio inoltrato quando, esaurita da Anna e Lavinia, cercai conforto a casa di Lucia. E’ una squisita pittrice e regala i consigli di cuore più belli di tutto il nord Italia. Vive con il suo uomo in un appartamento affacciato sui Frari; i muri sono bucherellati da piccole feritoie fuori dalle quali Lucia lascia cozze e cannolicchi aperti per sfamare i gabbiani in volo.  La trovai stesa sul letto con i ghiaccetti del freezer sui capelli e tra le cosce. Mentre faceva stretching con le braccia Lucia mi disse: “Sofia, tu leggi come un gesto di disamore quello di non pagarti la cena, ma se fossi stata zitta – lo so che quando t’imbarazzi parli a sproposito – ti avrebbe baciata mentre tornavate in barca”. “No – le risposi piccata – stava in posizione antibacio: caviglie incrociate, occhiali da sole a mezzanotte, mani incrociate dietro la nuca, guardava tutti e tutto, tranne me”. “Caviglie, occhiali, mani incrociate. Vabbé dai Sofia, non era poi così male. Non ti ha baciata? Va bene, va bene, è il suo gioco. Non ha pagato? Ci sta anche questo. Guardava tutto? Solo per non guardare te. E sai cosa ti dico Sofia? Lui è OK. Ora l’importante è un’altra cosa, è che tu, per vendicarti, non esca a cena con un gentiluomo. Terminata la cena, il gentiluomo si alza da tavola. Ti sorride rassicurante e scompare. Nell’ordine tu pensi: mi desidera tanto e non vuole che perdiamo tempo; ha un attacco diarroico e lo camuffa con il pagamento; è un puritano e ritiene volgare mostrarmi i soldi. Tarda a farsi vivo, vince la tesi che stia pagando, cagando e pregando. Quando torna è trasfigurato.‘Possiamo andare’ dice orgoglioso. E tu manco lo ringrazi perché a quel punto sei in piena psicosi e associ l’aragosta, il soufflé di asparagi, la bottiglia di Sauvignon Blanc, i soldi a… hai capito a cosa”, sospirò Lucia spaparanzandosi tra i cuscini. “Che orrore”, mormorai. Un gabbiano appollaiatosi per distruggere la conchiglia del povero bivalve cannolicchio mandava stridenti urla di guerra. “Peggio del bravo ragazzo che paga tutto e non risparmia alle donzelle le fantasie più orride – proseguì Lucia sempre più godereccia – c’è solo…”. “Solo chi?”, mormorai più flebilmente. Iiiiiiiiiiiiiiii Iiiiiiiiiiiiiiii, il gabbiano zampettava e passava al secondo mollusco. “C’è solo l’uomo del 99,9 per cento – continuò Lucia – quello che chiede alla donna di pagare gli ultimi spicci del conto perché naturalmente ha solo banconote da cinquanta e naturalmente non le vuole spezzare. Un naturista”. “Che orrore”, ripetei in fin di vita. Sul soffitto vidi un ragno sbranare una zanzara mentre nel canale una gondola colluttò con una barchetta che trasportava l’acqua minerale. La perforante voce del gondoliere fece ondeggiare la ragnatela: “Ghe sboro, insemenìo, varda dove che ti va!”. L’omino dell’acqua in tutta risposta: “Goldòn!”. Mi sporsi dalla finestra, stavano con le braccia tese, minacciose e incrociate come quelle degli Orazi. Mi alzai dalla poltrona e, davanti a una Lucia piacevolmente stupita, presi ad agitare le braccia: “Quello che non lascia la mancia, quello che mangia solo il companatico per lasciare una lauta mancia, quello che divide con la calcolatrice, quello che si è scordato il borsellino a casa, quello che mi portò a Malamocco e il ristorante nemmeno esisteva”. “Ma ce ne è anche un altro, Lucia: quello che per tutta la serata mi ha raccontato le sue imprese e con uno schiocco di dita ha chiamato il cameriere e vedessi con quale baldanza ha pagato”. “E tu?” mi chiese Lucia con occhi avidi. “Io ho preso in mano il conto, l’ho avvicinato agli occhi immergendomi nelle sue cifre, finché sono riemersa con un affettuoso: ‘Beh, è davvero poco’ ”. Lucia e io scoppiammo a ridere, era ora, non respiravo più, mi stavo strozzando. Lucia mi allungò un bicchiere di latte disse: “Insomma, hai capito”.

 

Sì, avevo capito. Tornando verso casa guardavo le barche trasportare ceste di carciofi dell’isola di Sant’Erasmo, i pescivendoli buttavano il ghiaccio in canale. Sì, avevo capito; costringendomi a pagare la mia parte, Lui mi aveva donato qualcosa di ben più prezioso e che si sarebbe svolto nel tempo, un enigma.

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