Il coraggio di Ulderico

Le notti insonni con nonna Clara, i pianti di mia madre e le maledizioni a Dio. Storia di mio nonno, della sua gamba, e di quell’uomo che scommise su di lui.
Il coraggio di Ulderico

Jean-François Millet, “Contadino che innesta un albero” (Gemäldegalerie, Berlino, 1855)

No, non è una mignotta”. La sua giornata era cominciata così: avrebbe dovuto fare i salti? Non li fece. Tuttavia, appena Astor l’aveva detto, di primo acchito le era venuto da pensare “poteva andare peggio”. Poi, tempo tre secondi e una corona di spine le si era posata sul cuore, allora aveva capito che se quella puttana non era davvero una puttana in fondo non cambiava niente, ed era rimasta immobile sulla sedia, faccia in fiamme, capelli che fumavano. “Scusi, signor veggente, ma… può essere più preciso? Almeno il nome. E se ci riesce… be’, anche il cognome”. Astor era davanti a lei, palpebre alla zuava, in trance, e adesso russava. Clara l’avrebbe preso a sberle: aveva gli occhi chiusi, ansimava, diceva e non diceva, poi troncava a metà ogni frase. Lo faceva apposta? Pensò: è una stupida altalena, lui accenna e io chiedo, lui non risponde e io continuo a domandare, chi è più cretino? Aveva una giacca troppo piccola, il giromanica gli strozzava le ascelle e la fronte era viscida di sudore mentre borbottava: “Non mi parlare, gazzellina, mentre sono… in questo… fff… stato”. E la stanza? Un cesso senza uguali, pieno di cianfrusaglie. Sul tavolo sbeccato, un mazzo unto di tarocchi e un mappamondo; nel posacenere bruciava un cubetto di incenso, fumo grasso e aromatico. Dopo una lunga latitanza respiratoria, all’improvviso il veggente emise un gemito e si agitò. “Eccola… fff… Io… fff… vedo… una bionda…” Clara si drizzò sulla sedia: “B-b-bionda? E’ sicuro?”. Ma Astor, sgonfiandosi in un pernacchio, ripiombò nel silenzio. Lei insistette: “La prego, è importante. Mi-sta-as-col-tan-do?”. Il sensitivo diede due colpi di tosse, brevi e zuppi, rospi che gli palpitarono nella borsa del gargarozzo. “Vede, a Ulderico le bionde non piacciono. Può… controllare meglio?”. Imbizzarrito da quelle parole, il veggente emise tre bellicosi fff consecutivi, starnutì un uragano che lo fece brevemente decollare, atterrò rimbalzando col deretano sulla sedia e lanciò un grido selvaggio. Clara gridò a sua volta: “Lei mi fa prendere un accidente!”, ma dopo un attimo, col cuore esploso, tra le rovine del respiro e assetata di notizie, lo stava già assediando: “Ricapitoliamo: una bionda. Conferma? Se conferma, il punto diventa un altro: era davvero bionda? Io non metto in discussione quel che lei dice, però sono sicura – diciamo sicurissima – che mio marito sia indifferente alle bionde. Non può tornare un momento tra i morti e… farsi spiegare meglio? Lei dirà: non fissiamoci sui capelli. Va bene, non fissiamoci: è giovane? Figli? E’ sposata? Ho caldo all’improvviso, può aprire la finestra?”. Il veggente, sguardo vacante e gesto stremato, si appianò il ciuffo con una mano e con una voce da scarico di lavandino, gracidò: “Gazzellina… Mi devo riprendere. Quando torno nel mondo dei vivi… sono… Che fatica. Non sai quanto mi costa”. Lei pensò: “So quanto costa a me”. Astor sussurrò: “I morti non hanno fretta”. Clara annuì: “A differenza nostra”. Così, borbottando e riavendosi, il veggente, in mezzo a due pause drammatiche, atte, disse, a riprender fiato, le aveva raccontato che aveva visto uno zoppo. “Quello è Ulderico!”, aveva applaudito Clara. “E’ poliomielitico, ma è un bell’uomo”. Bene, cantilenò Astor, peccato solo che il bell’uomo era bello ma anche indaffarato, e questo indaffararsi non riguardava solo il lavoro come lei diceva, bensì una bionda. “Chi è? Voglio il suo indirizzo”. Astor le ricordò che non era Sherlock Holmes ma un sensitivo. Clara sedeva sui rovi: scappare o chiedere? Aveva senso star lì a plasmare immagini che la mente le avrebbe restituito di notte, in un cinema sadico e insopportabile? (Titoli di testa: Ulderico e la bionda. Primo tempo: Ulderico bacia la bionda frugandole tra le sottane. Secondo tempo: la bionda bacia Ulderico mentre gli sbottona la camicia. Titoli di coda: melma di sangue e un coltello da anguria). Facendo ciondolare le mani davanti a sé come un sonnambulo, Astor aveva detto che, quando gli era apparsa, questa bionda gli aveva dato la sensazione della brava donna: stava lavando i piatti, pulendo il pavimento, rassettando. “Tutto contemporaneamente?”, chiese Clara, e lo incalzò: “E’ una servetta?”. E mentre il sensitivo stava dicendo “di sicuro non è una mignotta”, Clara sbuffò e lo interruppe: “Oh, la smetta di parlarmi bene dell’amante di mio marito!”. Astor: “Ma io…”. E Clara: “No, lei la sta difendendo!”. Poi rinsavì e deglutì la voce: “Mi scusi… Sarà questa roba che fuma…”, e indicò il portacenere, col mento, come una bambina schifa una minestra, “…ma non mi sento per niente bene”. Astor puntualizzò: “E’ incenso delle Molucche”, e le porse un ventaglio giapponese. “Ma m-mi dica una cosa: le è sembrata giovane? Più bella di me? Ha più petto? Io sono un’asse per i panni. Questa ragazza, questa donna – diciamo pure, questa bionda – ha le tette pienotte, vero? E pensare che mia madre ha due mammelle così. Penzolano, sembra una mucca. Vogliono mucche, gli uomini? Lei cosa pensa delle donne con poco petto? Non siamo tutte Silvana Mangano, no? Le è mai successo di innamorarsi di una donna senza tette?”. Astor, alzandosi in piedi: “Gazzellina, lasciamo che tutto si depositi. Riparliamone, è la cosa migliore”. E Clara, con lo sguardo imbambolato: “Mio marito se la fa con un’altra e lei non riesce dirmi chi è, però mi dice che mi devo consolare perché lava i piatti, pulisce i pavimenti e sfaccenda da dieci e lode”. E lui: “Te lo ripeto: io non do giudizi, ma ho visto questa donna e… tuo marito ha questa distrazione, vero, ma almeno non sperpera il suo denaro. Ci sono padri di famiglia che bruciano soldi e famiglie. Ulderico è un uomo, nei vizi, assennato. Poteva andar peggio”. Clara sbuffò: “Prima mi parla bene dell’amante di mio marito, poi di mio marito che ha un’amante?”. Il veggente tagliò corto: “Sono quindici lire, ci vediamo la settimana prossima. E non buttarti giù, non è nulla che non sia già successo ad altre. Fai finta di nulla, non è l’amore che conta. Lo sai cosa conta davvero, nel matrimonio? La pazienza. E poi gli uomini sono così: vogliono sempre l’uovo con due tuorli”.

 

3 maggio 1945: Ulderico Bellavita vide per la prima volta Clara Rossi in un cortile, tra gabbiani di camicie stese al vento ad asciugare. Lo precedeva una fama di sbandatello mai andato in guerra, zoppo e matto. Lui conquistò mia nonna proprio grazie a quella, e a una criniera di capelli rossi da leone. Fidanzati, uscirono solo una volta, per andare al cinema. Primo tempo di Cesare e Cleopatra: lui le toccò la gola e lei sentì un solletico freddo. Una collana. Ulderico l’aveva sfoderata al buio, dimostrando, pensò mia nonna, un certo saper fare. “Ascoltami bene, questa la metti solo quando sei a casa. La devi portare al chiuso, al massimo al cinema, ma solo durante il film. Ora inizia l’intervallo, quindi toglila”. Il viaggio di nozze fu una gita in treno, in giornata, fino a Senigallia. Erano andati ad abitare in un tugurio di una stanza – il gas era un fornello collegato ai rubinetti con un pezzo di canna da giardino, la camera da letto era un materasso in terra, il cesso un buco in cortile; per vicinato, uomini in canotta e donne grasse, volgari, due delle quali, si diceva, battessero verso Sassoferrato. A volte Clara si sedeva sul letto e fissando la parete annerita, con un verme in gola, pensava: è un incubo, questo? Natalia, mia madre, dormiva in una culla che avevano ereditato da zia Trieste. Clara si era aspettata che i vicini portassero rispetto a una neonata, invece i primi giorni vennero a vedere la bambina alla spicciolata, poi tornarono alle solite schifose abitudini. Mio nonno lavorava come un mulo: di mattina presto, verso le cinque, prendeva la bicicletta e arrivava a Matelica, Macerata, Foligno.

 

A domicilio, accomodava mobili, costruiva mensole, reimpagliava vecchie sedie e si offriva anche per lavori che con la falegnameria non c’entravano. La sera tornava a casa alle dieci, mangiava senza dire una parola e si ficcava a letto. “Parliamo un po’?”. E lui: “Di cosa vuoi parlare, Clara? Non essere ridicola”. Ma non dormiva, e del resto non chiudeva occhio nemmeno lei: quando sentiva le gambe di Ulderico che rimescolavano le lenzuola, tratteneva il fiato e sorvegliava i turbamenti silenziosi di suo marito, quell’uomo che fino a tre anni prima tutti chiamavano “il bandito” e che adesso era lì, un povero grumo di ansie in biancheria da quattro soldi. Una volta le aveva dato un pugno sul naso, ma bisognava capirlo, e l’aveva perdonato. Zia Trieste diceva che bah, era pazza a star con lui: quando gli chiedeva di parlare, si girava dall’altra parte; quando parlava lei, le parlava sopra. A volte Clara avrebbe voluto morire, però adesso era buio e al buio era tutto diverso: mentre si aggrappava alle lenzuola come un naufrago e il cuore sferragliava come una locomotiva di tormenti, riusciva a provare una tenerezza che di giorno le era sconosciuta. Al buio sparivano le incomprensioni. Al buio erano uniti malgrado tutto e lei avrebbe stretto i denti, perché al buio gli uomini sono pazzi, ma le donne invincibili.

 

“Esiste qualcosa”, si chiedeva Ulderico, “di più complicato dei soldi?”. Il desiderio di soldi era come petrolio che fiotta, scuro e violento, dal centro della terra. I soldi erano legna e fuoco. I soldi erano battaglia? Lui avrebbe battagliato, potevano giurarci tutti. Avrebbe fatto la guerra anche da solo con la sua gamba corta, e partito schiavo sarebbe tornato re, perché i soldi erano la felicità. Quando, di notte, mia madre frignava, Clara sussurrava: “Bimba mia, come ti ha fatto Dio?”. E lui: “Come l’hai fatta tu, cosa c’entra Dio?”. Mio nonno credeva solo ai quattrini. Quelli, a differenza di Dio, non tradivano: se li trattavi bene, si moltiplicavano; se li trattavi male, addio. Così lui i soldi li aveva chiesti a un usuraio. E la mattina del 6 luglio 1954, tenendo Natalia in braccio, condusse mia nonna davanti a uno sbilenco edificio e le indicò una minuscola insegna: SCOLAPIATTI BELLAVITA – ANCHE SU MISURA. Ci andava all’alba, poi di sera tornava a casa, un mozzicone di matita e scribacchiava su un foglio. Quella volta, di ritorno dal veggente, ancora frastornata, Clara pensò che dopotutto lo preferiva così, immusonito e affranto. Lo guardò: sbuffava in canottiera, caloroso come un bue. La criniera, imbiancata, era ancora rigogliosa. Ma angosciato le andava bene. Andava bene anche disperato, lei avrebbe sopportato una miseria anche peggiore di quella, ma Ulderico non doveva aver tempo per le bionde. “Buongiorno, per servirla. Ha bisogno di uno o più scolapiatti?”. Il sangue le sbandò nelle vene, Clara andò proprio a fuoco: chi era quella tizia piena di capelli biondi e di tette che quel giorno le era andata incontro sulla porta del negozio? Miss Scolapiatti? E perché quel maledetto non gliene aveva parlato? Avrà avuto vent’anni, magra, bel musino. Le ringhiò: “Clara Bellavita, moglie del padrone della baracca”. “Finalmente,” disse quella tendendole una manina di porcellana. “Il signor Ulderico parla sempre di lei”.

 

Negli anni, ogni volta che mia nonna raccontava quel periodo, diceva: “Ho sempre pensato di non farcela. Poi ce la si fa”. Ma gli scolapiatti no, non ce la facevano. Frigoriferi Candy, cucine componibili, forni all’ultima moda: la gente, all’improvviso, voleva elettrodomestici. “Clara, abbiamo perso tutto”. Si era sempre chiesto come avrebbe fatto a dirlo? Quella maledetta sera lo disse e basta. L’usuraio gli aveva negato una dilazione e aveva sentito di uomini che, pur di non farsi mangiare dagli strozzini, offrivano la moglie. Pensò: “Non se ne parla, dovessi spalare merda per il resto dei miei giorni”. Il resto dei giorni cominciò in una catapecchia più lercia della precedente e le notti rimasero bianche. Si metteva alla finestra: un cielo scuro, crivellato – se le stelle erano d’argento, sopra la sua testa galleggiava un milioncino di lire. Si mise a fare l’imbianchino. Poi lo spazzino. Poi vendette ferrovecchio. Poi arrivarono due gemelli.

 

[**Video_box_2**]Un giorno si presentò un tizio alto, intabarrato, sciarpa corallo, aria da Aristide Bruant. Presentò se stesso – “Ermes Scortichini, piacere” – e la questione: “Signor Ulderico, suo padre è stato un grande amico. Ci siamo persi di vista, so che è morto e le porgo le mie condoglianze. Siglammo un accordo d’acquisto di quaranta ettari di terreno edificabile, nel…” e pescò dalla tasca della giacca un foglio bianco piegato in quattro, leggendo: “…12 ottobre 1946. E ora vorrei liquidarlo”. Ulderico strillò a mia nonna di portare da bere, poi si schiarì la voce e ci provò. “Potremmo fare una cosa, che ne dice? Nessuno liquida nessuno. Sa perché? Perché lei prosegue coi suoi progetti, del resto ha un terreno edificabile e immagino ci voglia fare che so… case? Diciamo case. Ad ogni modo, le fa costruire. Proposta: mi occuperei di tutto io, metto sotto i muratori e prendo per il collo i progettisti. Lei mi dice con che tempi, e le giuro sui miei figli che faccio tutto con tre mesi d’anticipo. Poi gestisco con lei questa nostra attività di costruzioni”. Il tizio si frugò in tasca e ne estrasse un ammaccato pacchetto di Nazionali. In mezzo a un ghirigoro di fumo, chiese: “Signor Bellavita, lei ha dei debiti?”. E lui: “Definirei la mia situazione finanziaria stabile”. Ermes: “Perdoni se glielo domando di nuovo: lei ha debiti?” Mio nonno ammise. “Sì, ma poca roba”. Lo sconosciuto lo guardò. E in quel momento mio nonno capì. A cosa sarebbe servito, infatti, giurare rabbiosa operosità? Chiacchiere. E la gente non voleva chiacchiere. La povertà, lui, ce l’aveva scritta in faccia, nelle rughe precoci che gli scarabocchiavano la fronte. La sua storia era tutta lì, cominciata male – c’era una volta uno zoppo: e poi? Poi si accorse che il tizio aveva gettato un’occhiata alla sua gamba. “Vedo che lei si è informato su di me, signor Ermes. E si sta informando in questo momento: vede questa casa, non serve che io dica altro. Ma guardi anche questa gamba”. E la stese tra loro due, corta e sottosviluppata com’era. “Questa gamba è la cosa che, nella vita, mi ha insegnato di più. Lei ha imparato qualcosa dalle sue gambe? Questa gamba mi tiene in piedi, e giuro, qualsiasi saranno le difficoltà che la vita mi presenterà, io non mollerò neanche da morto. Dovranno cadere prima la terra, il cielo, le schiere celesti e tutto il baraccone di Dio, perché io non cadrò. Ho debiti, ma mio padre mi ha insegnato che ognuno si deve aiutare da solo. Io mi aiuterò e questa è la mia forza – io non ci provo: ce la faccio. Dunque le rinnovo la mia proposta di collaborazione. A cosa serve mentirle? Io sono quello che sono e non me ne vergogno, e questa assenza di vergogna è la mia miniera d’oro. Io sono Ulderico Bellavita, ho debiti ma non mi spaventano, perché io non ho paura di niente. Lei di cosa ha paura?”. Ermes Scortichini osservò quell’uomo attraverso il fantasma di fumo che si levava dalla sua sigaretta, e dopo una pausa di silenzio mio nonno gli tese la mano. “Ci vediamo la settimana prossima a quest’ora”. Scortichini si ripresentò. “Signor Bellavita, apprezzo molto il suo carattere e non nego che il suo discorso mi è ronzato nella testa un bel po’. Ma ecco…” ed estrasse dal taschino della giacca un blocchetto, “…non se ne abbia a male, ma l’affare che voglio condurre l’ho pensato solo per me. Per una serie di ragioni sono restio a imbarcare nel progetto altre persone”. Aprì il blocchetto, appose uno svolazzo e mostrò l’assegno a Ulderico, che pensò: ladro. Ma prima che altri commenti potessero essere pronunciati, Ermes scribacchiò qualcos’altro su un successivo assegno, che decollò croccante dal libretto. “Questo, invece, è un personale contributo, lo consideri un aiuto di partenza. Io credo nel coraggio e lei è un uomo coraggioso. Signor Bellavita, vorrei entrare a far parte della sua futura attività, quale che sia”. L’attività di Ulderico Bellavita, mio nonno, è cessata con lui, a gennaio 2013. La sua storia l’ha raccontata per cinquant’anni un’insegna: ARREDAMENTI BELLAVITA, FABRIANO, DAL 1960.


Le precedenti puntate della serie: Annalena Benini il 22 luglio, Marianna Rizzini il 28 luglio, Mario Sechi il 31 luglio, Mirko Volpi il 4 agosto, Fabrizio Cicchitto il 7 agosto, Daniele Bellasio l’11 agosto, Maurizio Milani il 13 agosto, Renzo Rosati il 18 agosto. Marina Valensise il 21 agosto, Franco Debenedetti il 25 agosto.

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