Guerre di famiglia

Le mie tre vite con nonno Rosato e nonno Mario, i diari dalla prima linea, le gite in motocicletta, la Livorno di “Tutti a casa”. E’ così che si diventava uomini. Le chiacchiere tra le due famiglie dicevano che mia zia Rosanna dovesse chiamarsi Gorizia, e io Vittorio Veneto.
Guerre di famiglia

“Tutti a casa” è un film del 1960 diretto da Luigi Comencini con Alberto Sordi e Eduardo De Filippo

All’inizio, la prima delle mie tre vite con i nonni fu una storia di nomi bizzarri e guerre lontane ed estranee. Mio nonno, padre di mio padre, si chiamava Rosato, e quindi Rosato Rosati, nato in Maremma tra Magliano e Pereta, terra ad alta concentrazione di battesimi fuori dal calendario dei santi. Poi nonno Rosato volle chiamare mio padre Avio, paese del Trentino dove aveva smobilitato dopo la Grande Guerra. Oggi è noto come uscita dell’Autobrennero. Le chiacchiere tra le due famiglie – i Rosati e i Carlesi, quest’ultima di mia mamma e dell’altro nonno Mario – dicevano che mia zia Rosanna dovesse chiamarsi Gorizia, e io Vittorio Veneto. Nel ’43 però era morto il fratellino della mamma, Renzo appunto. Fatto sta che in prima elementare, alle Massimo D’Azeglio di Livorno, la maestra chiese a tutti i nomi della mamma e del babbo. Io dissi Edy, e già dovetti ripetere, e poi Avio, e quello del primo banco si girò facendo il segno dell’aeroplano, il primo di una lunga serie.

 

Nonno Rosato in quegli anni Cinquanta aveva un fisico robusto e una gran testa già pelata. Il ricordo più remoto è la sua prima casa di via Sproni nella Livorno vecchia, con la cagna Trusca stesa sotto l’acquaio di cucina. Già cacciatrice sull’Ombrone e al Malfosso, Trusca era un mito: rapita, era tornata molti giorni dopo con le zampe sanguinanti. Mio nonno veniva dalla campagna, dopo la Prima guerra aveva lavorato in Ferrovia e dopo la Seconda aveva amministrato poderi e tenute. Innumerevoli foto di Pasque ci vedono in poltroncine di vimini sull’aia, lui con giacca ruvida, cravatta e stivali da cavallo, specie di conti Grantham poveri e senza blasone. A Natale, ai miei cinque-sei anni, nonno Rosato ci riuniva nel salotto del nuovo appartamento di città, credenza e controcredenza dove si allineavano le zuppiere e la faraona, si apriva la letterina sotto al tovagliolo di mio padre, e poi lui dava il via ai ricordi del ’15-18, e vaghi accenni alla Seconda guerra da poco finita, bombardamenti e sfollamenti e soldati americani nascosti nel pagliaio.

 

L’altro nonno Mario era più schivo pur anche lui con la sua guerra, pilota in aviazione e in Africa Orientale. Quanto Rosato era robusto, col testone, la fronte liscia e gli occhi scuri, tanto Mario era magro, scavato, col naso aquilino, file di rughe sugli occhi verdi, capelli alla Mascagni tirati all’indietro. Nonno Rosato aveva un orologio d’acciaio, nonno Mario uno Zenith d’oro, e d’estate sostituiva il cinturino con due fascinose sbarrette anch’esse in oro. Nonno Rosato portava il cappello come tutti gli uomini, nonno Mario il cappello non lo portava mai, e una volta che nevicava – nevicava ogni inverno a Livorno – venne a farsi vedere con la neve tra i capelli, e una gran risata: “Renzino, si viene dalla tormenta!”

 

I due nonni si davano del lei, “scusi Carlesi”, “senta Rosati”, ma a condurre le danze era nonna Pina, Giuseppina Rossignoli, la nonna paterna, una veneta con i ricci neri legati stretti e grandi cappelli a tesa larga. Nonna Pina era pratica, teneva a bada mio padre e una zia dal carattere difficile, cuciva rapporti con mia mamma. E deviava dalla guerra i discorsi di nonno Rosato. L’altra nonna non c’era, non l’ho mai conosciuta: nonna Ada era morta nel 1948, pochi anni dopo lo zio Renzo, e le due perdite segnarono la vita di mia mamma. Nonno Mario si era risposato con una signora piccola, magra e occhialuta che chiamavamo Tata Lina; ma il ruolo di vice-nonna fu assegnato da mia mamma a sua zia Anita, infatti detta nonna Anita, che viveva a Torino, dove io ero spedito ogni giugno quando mia mamma, insegnante, faceva gli scrutini; e se spalancavo gli occhi davanti ai tram, alle fontane luminose e ai portici di via Roma, la sera piangevo e volevo tornare a Livorno.

 

Ero così l’unico bambino di quattro famiglie che un tempo avevano schierato decine di fratelli e sorelle, zie e cugini, dei quali si parlava in quei pomeriggi di Natale – c’era un cugino Schiller emigrato in Francia e una Liliana andata in Argentina, un altro cugino ucciso dai tedeschi a Cefalonia, e quelli di Grosseto, Scansano, Torino, Cecina. Per me quei Natali erano incubi; avuto il permesso di alzarmi da tavola mi fissavo riflesso nelle palle dell’albero. Ma a un certo punto nonno Rosato mi faceva fare la giravoltola, mi issava sulle spalle e mi portava alla finestra a vedere le luminarie giù fino al porto. Allora l’altro nonno Mario si faceva sotto a sua volta: “Domani si va a mangiare le paste da Torricelli”. Baci no, i due nonni non me ne davano mai. La domenica nonno Mario veniva dunque a casa con le paste – “E un centone per te”, mi dava cento lire – e siccome aveva la televisione la sera si andava a vedere “Lascia o raddoppia?” e “Giallo club” con il tenente Sheridan. Se i miei però dovevano uscire mi portavano da nonna Pina, che mi aveva insegnato la canasta e, incredibile ai miei occhi, fumava intanto che calava le pinellate, e di là nonno Rosato borbottava ascoltando la radio. Un giorno, avrò avuto tre o quattro anni, mi lesse la prima pagina di un quotidiano: “Pella: solo la guerra potrà strappare Trieste all’Italia”. “Chi è Pella?”. “E’ il governo”. Tempo dopo mi portò una bandierina da appendere alla bici, con l’alabarda triestina e il tricolore. “C’è la guerra?”. “Quella l’abbiamo già fatta, la studierai a scuola”.

 

E questa è stata la mia prima vita con i nonni. La seconda è iniziata un giorno che nonno Rosato salì a casa nostra – mia mamma era a scuola, mio padre lavorava in banca – e disse alla signora che faceva le faccende: “C’è il ragazzo? Lo prendo per il pomeriggio”. Sotto, una motocicletta Gilera che non avevo mai visto. Il nonno infilò il cappello in una borsa, mise le mollette ai pantaloni, mi sistemò sul sellino e mi intimò: “Attaccati. E non dire nulla, capito?”. Partimmo per un fantastico giro sulle colline tra campi, curve e saliscendi, ci fermammo dove una volta con i contadini si era fatta la svina, cioè tolto dai tini il primo mosto, che mia nonna bolliva ricavandone la crema d’uva, una delizia mai più assaporata. Il problema venne ovviamente quando al ritorno trovammo tutti sul piede di guerra, e mia mamma delegò al combattimento la nonna Pina. Tempo dopo nonno Mario volle portarmi a pesca al Calambrone, un fiumaccio sopra Livorno, dove si divideva un retone. Quella volta – avrò avuto otto anni – venne anche mio padre. Ci sono le foto al tramonto, entrambi a girare la manovella in camicie a quadri e pantaloni larghi, una scena da romanzo di Steinbeck. Babbo aveva portato qualche birra, la mia prima birra. Tornai con la febbre. Un sabato nonno Mario disse: “Domani il bimbo viene con me. Si va un po’ in giro”. Il giro fu allo stadio di Ardenza, lui era socio – non un semplice abbonato – dell’Unione sportiva Livorno, aveva il posto in tribuna centrale. Da lì si passò direttamente all’ippodromo Federico Caprilli: giocava al picchetto e mi disse di annusare bene il sudore dei cavalli al tondino. “Non ti vuotar l’anima” – era il suo modo di dire: fidati – “è meglio dell’acqua di Colonia”. Lui di colonia ne metteva sempre due gocce nel fazzoletto piegato nel taschino.

 

Iniziò così una stagione favolosa con i nonni uomini. Con nonno Rosato volli sdebitarmi accompagnandolo alla celebrazione della Vittoria, il 4 novembre in piazza Magenta. Tirava la tramontana ma il nonno lasciò sul braccio cappello e cappotto, e quando la banda attaccò la “Canzone del Piave” lo sbirciai e lo vidi un poco piangere. “Non dirlo a nessuno, intesi?”. In estate, l’ultima delle elementari, nonno Mario arrivava ogni tanto al pomeriggio sui bagni Pancaldi, dove i miei avevano la cabina, intimando: “Renzo lo riporto io dopo cena, in filobus”. Si andava all’ippodromo per la stagione serale, il nonno mi portava al ristorante dove sfogliava lo Sportsman e il Galoppo per decidere le scommesse. Poi mi allungava un paio di monete perché giocassi anch’io. Mi sentivo in paradiso: ero a cena fuori, alle corse dei cavalli, c’era la brezza di mare e il profumo del pitosforo (oltre a quello del cavallo sudato), venivo dai bagni e potevo sfoggiare i primi pantaloni “all’americana”. Dopo un po’ la faccenda non rimase senza conseguenze. Sentii mia mamma gridare di una maledizione dei Carlesi. E intuii che nonno Mario molto tempo prima aveva bruciato alle carte i risparmi, e per quello era andato volontario in Abissinia.

 

Appena sbarcato in prima media chiesi alla professoressa se avremmo fatto la Grande Guerra, e già che c’eravamo anche la Seconda. Era il 1961 e l’anno prima Comencini aveva girato a Livorno “Tutti a casa”. La mia città aveva ancora le macerie, dove fu ambientata l’insurrezione di Napoli. La scena di Alberto Sordi che grida al telefono “Colonnello, una cosa incredibile, i tedeschi si sono alleati con gli americani!” è girata in una colonia al Calambrone. Com’erano andate le cose? In classe la carta d’Italia aveva le tre Venezie – Euganea, Giulia e Tridentina – e pure l’Istria. La professoressa rispose che il programma si fermava all’Unità, che quell’anno festeggiava il centenario, ma in terza. Lo dissi a nonno Rosato. “Vedo io”, rispose. Finì la scuola e mi consegnò un fascicolo battuto a macchina, sulla copertina blu marmorizzata il titolo “Ricordi di Guerra”. La prima pagina: “Brandelli di vecchi ricordi ricuciti alla meglio da un vecchio fante”. La dedica: “Al mio caro Renzo nell’ultimo giorno del suo primo anno di scuola media, offro. Nonno Rosato. 14 giugno 1962”. Sono 51 pagine, e ora le ho qui davanti. Fu così che realizzai che il nonno era stato arruolato nel gennaio 1913 e spedito in Cirenaica fino al 1916. Da lì riassegnato alla brigata Genova, e poi alla Friuli, e mandato in prima linea sull’Isonzo. Congedato addirittura nel 1919 “con lire 500 di premio di smobilitazione quale cifra spettante a ogni sottufficiale. In precedenza avevo ricevuto la famosa polizza di assicurazione pagabile a 30 anni, cioè nel 1948. […] Ma sapevo benissimo che tornando alla vita civile  trovavo tutto da rifare, compreso il senso per viverla dopo tanti anni, e trovare subito un lavoro per guadagnarmi il pane, che non fu affatto facile”.

 

Mio nonno era stato sotto le armi sette anni filati, quasi sempre in prima linea. Autodidatta, aveva traversato il Mediterraneo, scoperto mondi, dal deserto era salito sulle Alpi per tre inverni di neve e trincea. Aveva incontrato migliaia di ventenni come lui, obbedito a centinaia di ufficiali, ascoltato decine di lingue straniere. Magari una parte di quella famosa unità d’Italia l’aveva fatta anche lui. Ma nelle sue pagine non c’è retorica: una descrizione di assalti, quote, il conto delle truppe, quanti tornati, quanti morti, quanti feriti. Anni fa mi capitò di parlarne con Giampaolo Pansa che cercava testimonianze per un suo libro. Mi chiese se potevo dargli le memorie di mio nonno. Quando le restituì disse: “Mi ha fatto piangere”. Ma con quel diario sarebbe presto finita la mia seconda, e meravigliosa, vita con i nonni.

 

[**Video_box_2**]A metà anni Sessanta se ne andarono tutti e tre. Per primo nonno Rosato ebbe un ictus, dal quale non si riprese più finché morì nel 1975 in una casa di riposo a Roma, con le sue medaglie. Non chiese mai perché nonna Pina non era venuta a trovarlo: lei era morta da dieci anni; seguita da nonno Mario. Che era stato repubblicano e teneva sul letto non la Madonna ma un’effige di Mazzini. Quando i miei invitavano il mio padrino Pino Brizzi, liberale, nonno Mario si innervosiva. Dunque venne il prete, ma dovette fermarsi nell’ingresso. Gli addii erano stati tutti assieme, impietosi. Mi sentivo abbandonato: con i nonni non c’erano mai problemi, eravamo complici. Ora era in prima linea con la vita la famiglia rimasta. Vecchie gelosie, in quattro gatti parevano i Buddenbrook. I nonni, che tutto vedevano, per me su tutto avevano sorvolato con la grazia delle loro lunghe vite.

 

Nel novembre 1966 con mio padre partimmo per la Maremma, con il Maggiolino Volkswagen raffreddato ad aria e attrezzato di tutto punto, per vedere se i cugini avevano avuto danni dall’alluvione, la parente povera di quella di Firenze. “Si sente la mancanza dell’organizzazione di nonno Rosato, eh?”, disse. Fu l’inizio della mia terza vita, postuma, con i nonni che non c’erano più ma in qualche modo erano rimasti con me. Con babbo non parlavo mai molto, finché molti anni dopo divenne il mio migliore amico. Sendendo in Maremma mi raccontava di come nel ’44, durante il passaggio del fronte, lui e suo padre avevano percorso infinite volte in bicicletta l’Aurelia tra Livorno e Grosseto, e di quando avevano incrociato la divisione corazzata Hermann Göring diretta a Roma. E i tedeschi gli avevano intimato di buttarsi in un fosso perché arrivano dal mare i bombardieri inglesi. In quel fosso erano rimasti cinque giorni. E mi disse di come gli americani avevano bombardato a tappeto Livorno, e lui, fuggito dalla leva nella Repubblica sociale e trovato lavoro come maestro popolare, quel giorno rimase sotto il rifugio distrutto, e gran parte dei suoi ragazzi uccisi: “Che c’entrava il nonno?”. “Venne a cercarmi. Scavava sotto le bombe”. Ancora, gli americani avevano mitragliato le giostre di Grosseto il giorno di Pasqua, e la gente prese la doppietta e uccise un pilota che si era paracadutato. La liberazione trovò la famiglia sfollata in campagna. Arrivò un carro armato americano. Nonno prese la figlia Rosanna sotto braccio e si fece avanti, pensando che una bambina in avanscoperta fosse una buona idea per un armistizio. Dalla torretta sbucò un emigrato del Piemonte.

 

Di guerre mondiali mio nonno Rosato ne aveva combattute non una ma due, una a venti l’altra a quarant’anni. Ma anche a nonno Mario, il tifoso e giocatore, mando un saluto ogni volta che salgo in quella vecchia tribuna e ascolto le formazioni. Come schiere di altri nonni hanno attraversato senza batter ciglio ciò che noi possiamo solo immaginare: guerre, fame, dittatura, libertà, miseria, benessere, due secoli. Mi chiedo se un po’ di quello spirito lieve che ebbero con me bambino possa trasmigrare in qualche nostro angolo, per farne buon uso. E se era accaduto a mio padre. Quando nel 1996 anche lui stava per chiudere gli occhi, d’improvviso mi disse: “Ti ricordi quando si andava a caccia al Fiume Morto?”. “Babbo sono Renzo, ci andavi con nonno Rosato”. “Ma sei Avio, no?”. “Sì hai ragione”. “Allora devi occuparti tu di mamma e Rosanna. E portami la ricotta con il cognac”.

 

Le precedenti puntate della serie: Annalena Benini il 22 luglio, Marianna Rizzini il 28 luglio, Mario Sechi il 31 luglio, Mirko Volpi il 4 agosto, Fabrizio Cicchitto il 7 agosto, Daniele Bellasio l’11 agosto, Maurizio Milani il 13 agosto.

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