Racconto di Ferragosto per misogini

Anni saranno passati. L’ho rivisto e non è certo stato un bel vedere. Neppure un bel sentire. All’olfatto e al tatto. La prossima volta indosso i guanti ma proprio non la voglio quest’altra volta. Non la vorrei.   Mi guardi schivando i miei occhi e così consumi la tua vergogna.
Racconto di Ferragosto per misogini

René Magritte, "Gli amanti" (1928)

Anni saranno passati. L’ho rivisto e non è certo stato un bel vedere. Neppure un bel sentire. All’olfatto e al tatto. La prossima volta indosso i guanti ma proprio non la voglio quest’altra volta. Non la vorrei.

 

Mi guardi schivando i miei occhi e così consumi la tua vergogna. Sarà sempre così, sarà sempre peggio. Eppure sarà già da un anno che non ti chiudi la porta alle spalle quando vai in bagno. Da un anno, io, aspetto che tu esca per cancellare subito dopo le tracce sulla tavoletta. Troppo complicato sbottonare, tenerselo fermo e poi fare perché ormai non è tubo il tuo coso ma un becco da cui goccia dopo goccia si fa il pantano, vero? Sei anche diventato spilorcio e non tiri l’acqua. Più che schifo è una pena, amore mio. Eccolo, il beccuccio. Non ce l’hai fatta ad arrivare fino in bagno e ti sei fatto l’acqua addosso. Ma adesso che te lo tengo io in mano quasi prendi tempo. Ne ho visti due di cazzi in vita mia. Il tuo e quello di nostro figlio. Glielo prendevo con due dita a forbice – era piccolino, era tutta una cerimonia il suo far pipì – gli facevo il gesto, zac!, e lui zampillava. Con te, invece, le dita – indice e pollice – le tengo a pinza, è ormai solo una sacca informe e bucata e ti sorrido perché è pur sempre una barca tutta nostra questa intimità, questa prossimità, e se questo precipitare dei giorni nel marasma fa di me la tua badante, non più tua moglie, pazienza, amore mio: si prosegue insieme anche nella cattiva sorte. Le scorte della buona, da troppo tempo, si sono esaurite per entrambi: la mia secchezza vaginale, l’ormone morto e la tua prostata. Lo rivedo, lo prendo, te lo rimetto a posto nelle mutande – non so quante volte al giorno lo faccio – e mi sento addosso lo sguardo di tutta una vita. Sei più mio di quanto potevi esserlo aggrappato ai miei fianchi – con quel tuo ramo tozzo e forte, oggi un beccuccio – stretto tra le mie gambe, incollato alla mia bocca. Sei tutto mio, senza di me saresti dimenticato in un letto, proprio come il tuo amico Donato, ricoverato in un ospizio e vestito solo con un pannolone. Te ne accorgesti perché quando ebbe a muoversi, improvvisamente, il lenzuolo scivolò sul pavimento e quella povera larva, orba di parole, poté solo lacrimare, senza piangere, senza neanche un sospiro non sapendo neppure se essere vivo o trapassato. Sono perfino più grande di te e perciò sento anche la responsabilità di controllare la trasparenza della tua urina. Metti che esca scura, opaca, mescolata al sangue; metti qualunque cosa; metti che qualcos’altro si presenti – una nuova magagna, l’azoto! – io devo pur capire e però questo controllo lo faccio dopo.

 

[**Video_box_2**]Per prima cosa appoggio il pappagallo sul tavolinetto basso dei telecomandi, quindi ti detergo, ti asciugo, ti richiudo la bottoniera – non so quante volte lo faccio, ogni giorno – e poi vado a svuotarlo, il pappagallo, osservando i riflessi dell’urina. Ho letto che i superbi clinici ne assaggiano di volta in volta un nonnulla per indovinare lo stato di salute del paziente ma più che uno scotto, più che la santa pazienza, è un destino il mio, amore mio. La riconosco, la tua fatica, senza bisogno di contrasto chimico. Se ci sarà d’assaggiare basterà bagnarsi poco le labbra. Mi guardi e non è più come quella prima volta quando, d’imperio, dicendoti – “Ti aiuto io” – te lo tirai fuori e, lesta, non avendo ancora comprato il pappagallo presi la prima cosa che mi capitò davanti. Era la tazza della prima colazione, te la piazzai davanti – come fosse un vasino, ti dissi “forza, falla, falla qui!”, ci riuscisti – e dopo, dopo averla svuotata (non ne valutai il colore) uscii per strada per buttarla nella cesta dei materiali non riciclabili. Arriva mia sorella – vengono a casa Teresa e Gloria, arrivano tutte le mie amiche, anche Luciana che fu tua allegra troia – e tu, sovrastato da questo gineceo, te ne resti nella tua poltrona ad aspettare la roulette russa del pistolino spanato. Noi chiacchieriamo, tu segui le videate che scorrono automaticamente al computer, leggi e ti assopisci, quindi ti svegli, mi guardi e capisco: vengo subito ad aiutarti. In quel caso dobbiamo correre in bagno. I rumori svelano tutto ma non so perché ma anche io lascio la porta aperta. E però lo tiro lo sciacquone. Sarà sempre così, sarà sempre peggio. Ma sei finalmente mio, amore mio.

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