Quando eravamo Mykonos

A Torre del Lago, un tempo fiore all’occhiello della scena gay friendly italiana, sono rimasti soltanto Puccini e gli uccelli del parco. L’airone cenerino ha vinto. L’apice nel 2004, con Ferzan Ozpetek che viene a dare la sua benedizione. “Ma sono passati anche Gloria Gaynor e politici”.
Quando eravamo Mykonos

Giampaolo Talani, “Bagnante con il pesce”, 2011

Rinnegata e felice!” canta Madama Butterfly dal palco del Festival Pucciniano edizione 2015, a Torre del Lago, anzi Torre del Lago-Puccini, per quella bella usanza dell’Italia monarchica di dare i nomi ai paesi dei loro geni a chilometri zero. Questa Butterfly minorenne che ha rotto con tutti i parenti giapponesi per sposarsi col maschio alfa americano Pinkerton è tutta contenta, inopinatamente, perché il suo Pinkerton ritornerà “quando figliano i pettirossi”, come lui le ha promesso, e lei ci crede veramente.

 

Non ci crede più invece Regina Satariano, presidente del consorzio Friendly Versilia, e organizzatrice di Miss Trans dal 1992, un’autorità di questa che era la nostra Mykonos. Torre del Lago, anzi Torre del Lago-Puccini, per un ventennio è stata infatti la capitale del turismo Lgbt italiano: venti, anche trentamila persone a sera, primari eventi come mister e miss Gay Italia, Mardi Gras, un indotto che ha fatto sorgere in brevissimo tempo un vero distretto a viale Europa, una stripe di discoteche locali ristoranti dove al vento frinivano le bandiere arcobaleno; stripe tra Viareggio e il parco di San Rossore, e la spiaggia storicamente gay della Lecciona, duna versiliese in purezza, larga, selvaggia, non pettinata né educata ai tendoni o spugne delle borghesie, dove si consumavano nel pineto dannunziano tremori e fremori di generazioni. Oggi sono andati via tutti, coi low cost verso Mykonos l’originale, oppure in Puglia.

 

Il distretto era nato nel 1992. Fino ad allora, su questa strisciona di marina viareggina c’erano solo baracche e friggitorie di pesce abusive. Poi, una provocazione crea la Mykonos italiana; quando alle finali di miss Italia una transessuale viene esclusa, Satariano per provocazione si inventa una miss Trans Italia, “un po’ per scherzo, facciamo una pubblicità alla radio, arrivano migliaia di candidature”, dice ora al Foglio. Succede ovviamente il finimondo. Il prete protesta, il vescovo insorge, il questore e il prefetto intervengono. Il Frau Marlene, unico locale della picola Mykonos non ancora sbocciata, ospita le selezioni ma la finale venne spostata alla Casina rossa a Lucca “per paura che i manifestanti bloccassero l’autostrada”, ricorda Regina.

 

Di lì in poi, arriveranno i gai entusiasmi dall’Aurelia, dall’autostrada del Sole, anche da Milano. Nascono locali, uno di seguito all’altro, che prendono il posto delle baracche del pesce fritto. Il Priscilla; l’eterosessuale Boca Chica; soprattutto il Mama Mia, discotecona con terrazza alla fine di questo viale Europa, dove si tengono i fondamentali eventi della stagione gay: e poi il “Buddy”,  il “Bigodini”, lo “Stupid!A” e il “Ciao Bello”. L’apice nel 2004, con Ferzan Ozpetek che viene a dare la sua benedizione. “Ma sono passati anche Gloria Gaynor e i politici, naturalmente. Tutti, di destra e di sinistra, la regione ci ha molto appoggiato”, riflette Satariano seduta sul divano della sua villetta un po’ sperduta nella periferia di Torre del Lago Puccini, tra capannoni polverosi, non lontano da arterie che si chiamano via Butterfly, via Tosca, via Turandot.

 

“Venti, trentamila persone a sera. Tutti contenti, gli affitti salgono, viale Europa invaso dalla gente. Oltretutto Miss Trans lo facevamo a fine agosto, quindi anticiclico, mentre tutti i turisti se ne andavano, quindi gli alberghi e ristoranti continuavano a guadagnare”. Il distretto gay portava anche grandi opere: “Per il traffico causato dalla manifestazione, il comune di Viareggio decise di costruire il ‘cavalcaferrovia’”, un cavalcavia lungo novanta metri sulla linea Roma-Genova, per snellire il traffico che si intasava regolarmente “di ragazzi provenienti da Viareggio, da Firenze, da tutta Italia. Le macchine erano costrette a parcheggiare a viale dei Tigli”.

 

Si fa il sopralluogo: si parte allora una sera per questo viale dei Tigli. Si segue il navigatore e si crede d’aver sbagliato, con la nostra Audi A3 Cabrio si arriva a Torre del Lago, che pare un placido villaggio lombardo o emiliano, ecco un parco giochi, non si incontrano indici di trasgressioni ma vicino alla stazione un po’ abbandonata e arsa nel caldo di luglio ecco finalmente una musica notturna di dietro i cespugli e delle luminarie; si entra. Si rimane perplessi, è un ballo liscio; proprio un tango, e nemmeno trasgressivo come il “Tango diverso” ballato da Renato Pozzetto e Massimo Ranieri ne “La patata bollente”, o un “Tango delle capinere” sempre di Pozzetto con Leopoldo Mastelloni in “Culo e camicia”. Ci sono invece coppie di anziani affiatatissimi e molto eterosessuali che danzano sotto un pergolato di questa Auser Filo d’argento Onlus (sabato e domenica sera alle 21 e 30 ballo liscio, informa un cartello; mentre domenica pomeriggio invece alle 16 e 30 tombola; mercoledì burraco). Proseguendo col motore al minimo si arriva a viale Europa; e qui, altro che le orde e altro che “a mezzanotte va la ronda del piacere”; qui, parcheggi e strisce blu intonse, nessuno in giro, ma come, dove sono i trentamila, i ventimila? I locali storici sono chiusi: il Frau Marlene è sbarrato; il Priscilla ha cambiato nome ed è un sale e tabacchi; al Buddy, sorta di diner americano, desolazione, solo un paio di coppie, in canotta, un po’ perplesse (era nato come ultima diramazione della filiera, “primo fast-food sulla marina di Torre del Lago, pensato sia per i giovanissimi che tornano affamati dalla discoteca o che vogliono mangiare un boccone prima di andare in spiaggia, sia per coloro che cercano un’alternativa più tranquilla alla movida notturna e desiderano bere un cocktail o gustare un brunch in compagnia degli amici”, secondo un entusiastico articolo di Gay.it di qualche anno fa).

 

E poi, ecco l’epicentro, il Mama Mia, che sembra un bastimento spiaggiato, sembra un po’ la nave Abramo Lincoln di cartapesta che porta Pinkerton via dalla sua Butterfly in questo allestimento molto minimalista pucciniano in collaborazione con l’opera di Bilbao.

 

La terrazza è chiusa, al piano terra ci saranno una decina di ragazzi, non di più. Prendo un mojito; c’è una signorina-animatrice dai lunghi capelli che dice cose tipo “dai, siamo tantissimi!”, ma ci sono pochi turisti molto giovani, probabilmente provenienti dai vicini campeggi gay friendly come l’Europa (altro tassello della filiera). Dietro il bancone una signorina drag queen, probabilmente direttrice artistica, poco convinta, altissima ondeggia il capo sulla musica e dice ogni tanto dei “toc!”, “top!”, e fuma una sigaretta dietro l’altra. Un signore sui quaranta mi si avvicina e mi dice: posso offrirti qualcosa? Io rispondo che no, grazie, sto già bevendo, lui dice: “Sei dell’est anche tu?”. Io rispondo che no, non sono dell’est, lui però insiste, con accento dell’est, mi dice che sono molti, lavorano tutti qui da queste parti, e che non devo avere problemi a dire che sono dell’est anch’io, non c’è niente di male.

 

Rinuncio a convincerlo, riprendo la macchina, spalanco la capote elettrica dell’auto e vedo delle facce da tagliagola che mi guardano, dietro il marciapiede che immette sulla gloriosa Lecciona, richiudo la capote e scappo. Il giorno dopo vado a vedere questa spiaggia Lecciona, che effettivamente è meravigliosa, larga, con onde altissime, sembra un quadro di Fattori. Però niente gay. Faccio chilometri sotto il sole, passo stabilimenti di signore un po’ cellulitose e ragazzi con minifrigoriferi, poi finalmente, ormai disidratato, trovo un fazzoletto di spiaggia con dei signori ignudi un po’ in carne, tipo orsi; ma saranno dieci, non di più. Tre giovani palestrati invece, con costume, giocano con un Jack Russell, gli tirano un pezzo di legno e lui lo riporta, e vanno avanti per ore disturbando i bear (e mi rendo conto che il palestrato con cane di razza medio-piccola è l’equivalente balneare-molesto gay della famiglia etero che gioca a racchettoni).

 

Poi, ritornando verso il parcheggio, molto deluso, ecco il Mama Mia Beach, cioè la derivazione balneare della discotecona. Anche lì, il deserto: c’è solo una signora con delle amiche in maglietta delle Famiglie Arcobaleno e un bambino che gioca a pallone col bagnino. La famiglia arcobaleno è di Reggio o Modena, dall’accento. Il bagnino, mi dice, è albanese.

 

Che delusione. “La Lecciona era già pubblicizzata sulle riviste del settore negli anni Settanta” mi dice sempre Satariano. E, à rebours, tradizioni locali anche impegnative: “Lungo l’Aurelia m’ero fermato a far delle piogge nei pineti neri tra Viareggio e Pisa. Fratte, ginepri, mirti, giochi molto sportivi” (Alberto Arbasino, “Fratelli d’Italia”, Adelphi). Conferme araldiche: “Il duca di Bergamo e il duca di Pistoia venivano a Viareggio, al Royal, con i fazzoletti di seta, scendevano in spiaggia” mi dice Adolfo Lippi, storico, intellettuale, regista viareggino non sospetto di gaiezze, anzi molto dannunziano, ha appena presentato per il Tirreno una raccolta di studi sulle ville versiliesi, di cui sa soprattutto sublimi storie di letto. “Poi, d’inverno, i bagnini più muscolosi sfoggiavano questi fazzolettini di seta nei migliori locali della città” sospira Lippi.

 

Adesso, la débâcle. Forse è proprio finita la villeggiatura, sia etero che gay. “Quando la Sandrelli e Gino Paoli si innamorarono qui in Versilia si aveva un’estate intera davanti, adesso non c’è più tempo, si vive di weekend” sospira Lippi. La Sandrelli aveva 15 anni come la Butterfly, peraltro. “Di gay non mi intendo” mi dice invece Francesco Alberoni, esperto di questioni amorose, che ho incontrato al mare a Pietrasanta. “Non c’è più tempo di innamorarsi! Non c’è più tempo di innamorarsi”, mi aveva detto in uno stabilimento deserto di giorno feriale.

 

Ma per la piccola Mykonos, anche peggio. Tutto sbarrato. Comincia tutto nel 2011, quando iniziano le multe e i sequestri, e l’obbligo di chiusura a mezzanotte. Infinite vicende giudiziarie che è difficile ricostruire. I locali chiudono. Denunce. Controdenunce. Problemi di risse, anche. La terrazza del Mama Mia pare sia tuttora sotto sequestro. Oggi viale Europa “è un viale del Tramonto”, dice Regina. “E’ anche pericoloso, c’è brutta gente”. Il consorzio Friendly Versilia è in liquidazione. Miss Trans se n’è andata, oggi è itinerante, quest’anno si fa a Roma.

 

“Tutta colpa degli integralisti”, sostiene. Ma quali integralisti? Integralisti cattolici? islamici? No gender? No, gli integralisti della Lipu. “La destra? Ma per carità, quelli erano contentissimi, prima affittavano le case ai froci per diecimila euro per luglio e agosto, adesso è tutto vuoto, ci sono al massimo le famiglie coi figlioli che si portano il panino della Conad”, riflette Satariano.
E dunque che integralismo? “Gli ambientalisti. Che ci hanno fatto chiudere perché le nostre attività davano noia agli uccelli del parco”. “La Macchia Lucchese c’era prima che arrivassero i pub. La soluzione non è distruggere il Parco, ma spostare altrove le attività incompatibili con la protezione della fauna e dell’ambiente” disse l’ex presidente dell’Ente Parco di Migliarino, confinante con viale Europa, Giancarlo Lunardi. In particolare, pare che la riproduzione di certe specie aviarie fosse disturbata dai decibel delle discoteche; l’airone cenerino, i trampolieri, i gabbiani, le anatre e i cormorani, la poiana.

 

[**Video_box_2**]“Hanno cacciato i gay, ora è un deserto, son riusciti a far finire una cosa che portava benessere, venivano da tutta Italia, gli hanno rotto le palle perché facevano chiasso” dice sempre lo storico eterosessualista Lippi al Foglio.

 

E su a casa Puccini che ne pensano? La casa-museo, deliziosa, è là, sulla somma del paese, con tutti i cimeli e il piano del Maestro all’ingresso. E Simonetta Puccini, stupenda nipote del Maestro, che ci fa da guida d’eccezione, tra le magnolie del giardino: “Non saprei, il nostro pubblico è stabile”, dice donna Simonetta, che è sempre in cerca di finanziatori per la sua fondazione alle prese con le tasse e la spending review, e mostrando tra i cimeli deliziosi le foto dello yacht pucciniano “Cio-Cio-San”, il nome giapponese della geisha Butterfly.

 

Anche il presidente del Festival pucciniano dice che fortunatamente il loro pubblico regge. Alberto Veronesi è entusiasta, dice che c’è un turismo di fedelissimi, “sono ottantacinque anni che esiste questo festival, siamo alla terza generazione di affezionati”. Donna Simonetta poi mostra tra i cimeli anche tutti gli stivali dell’avo, e una spingarda originale, e fucili e doppiette donate da primari armieri. Il Maestro era infatti un gran cacciatore (“in utroque”, avrebbe detto Gadda). Intanto, giù a valle, nella piccola Mykonos deserta, par di sentire risuonare il canto illusorio non degli uccelli ma di Pinkerton: “O Butterfly, piccina mogliettina / tornerò colle rose / alla stagion serena / quando fa la nidiata il pettirosso”. Ma qui non tornerà proprio nessuno.

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