E’ finalmente arrivato il momento “cose che solo ai festival del cinema”

Lo sfinente israeliano “Tikkun” e Il comico più deprimente. Ecco i film – orfani o preceduti da glorie cinefile – che si guardano attoniti, scena dopo scena. Facendo il conto di chi li avrebbe dovuti uccidere in culla, riscrivere, accorciare per carità di noi spettatori.
E’ finalmente arrivato il momento “cose che solo ai festival del cinema”

Il manifesto del Locarno film festival

Prima o poi arriva il momento “cose che si vedono solo ai festival”. Non è un complimento: sono i film – orfani o preceduti da glorie cinefile – che si guardano attoniti, scena dopo scena. Facendo il conto di chi li avrebbe dovuti uccidere in culla, riscrivere, accorciare per carità di noi spettatori (la filiera comincia con i professori alla scuola di cinema e finisce con il direttore del festival che li ha accolti in concorso).

 

Diretto da Avishai Sivan, “Tikkun” arriva a Locarno dopo aver trionfato al festival di Gerusalemme (miglior film, migliore sceneggiatura). Raramente abbiamo visto un film israeliano mediocre – capitò qualche mese fa a Cannes, con “Una storia d’amore e di tenebra”, ovvero Amos Oz visto da Nathalie Portman: ma era il vanity movie di un’attrice, giusto per farci le copertine dei settimanali. Brutto, in questo caso, vuol dire che in un incubo un coccodrillo sbuca dalla tazza del cesso. Con la sua bella didascalia in ebraico, si tratta di una bestiaccia parlante (per favore, possiamo riavere i fratelli Coen di “A Serious Man”? le lettere incise sull’arcata dentaria son più maneggevoli come segnali del divino). “In bianco e nero come il mondo senza colore degli ebrei ortodossi” avverte il regista (certo, è un film di denuncia). Inquadrature prolungate sulla macellazione kosher, sul protagonista che frequenta la yeshiva, fa il bagno rituale, studia e digiuna, finché una sera rischia di andarsene al mondo di là. Nessun segno vitale per mezz’ora, poi rinviene. Un po’ meno ortodosso e religioso di prima. Il padre del giovanotto – un attore palestinese e musulmano nella parte di un ebreo ortodosso di origine europea, il regista non ha dimenticato nessuno spunto per il dibattito – comincia a sospettare di aver sfidato Dio. Forse non doveva insistere nella rianimazione del figlio quando gli infermieri lo davano per spacciato. Il tutto raccontato senza parole o quasi, con immagini sfinenti: se ne vede l’accurata composizione senza che capiti mai nulla. Certe mucche liberate dal macello fanno da deus ex machina, un primo piano da “Origine del mondo” di Gustave Courbet offre materia di scandalo.

 

[**Video_box_2**]Arriva dagli Stati Uniti “Entertainment”, che per riflesso condizionato pensavamo fosse imparentato con Amy Schumer e il cabaret. Sbagliato: il protagonista è il più deprimente comico mai visto al cinema. Oltre le intenzioni del regista Rick Alverson, sospettiamo, che pure gli mette in bocca battute tremende, volgari e moscissime. In testa, il più terrificante riporto di sempre: va da un orecchio all’altra cercando di coprire la pelata, condita con molta brillantina. Prima delle battute, un clown. Dopo le battute, una stanza in motel – anche questa scelta nel catalogo dello squallore – e una telefonata sulla segreteria telefonica della figlia (non risponde mai, non possiamo darle torto). C’erano in concorso due film sulla morte di un genitore, “Futbol” e “James White” di Josh Mond, entrambi si guardavano con animo più lieto.

 

Ogni titolo di regista greco viene ricondotto alla crisi, con le buone o con le cattive, sennò cosa diavolo scriviamo sui giornali? Athina Rachel Tsangari lo sa, e prega che il suo “Chevalier” non sia considerato solo un’allegoria (ci voleva una nata vicino al Partenone, per usare le parole a proposito e non dire “metafora” come fanno tutti). Poi però ci ripensa, e spiega che le stupide gare tra maschi, a bordo di uno yacht, stanno per un mondo in cui esiste ormai soltanto “la competizione per il gusto della competizione”.
 

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