Il Pigneto della Versilia

Benvenuti a Pietrasanta, dove le rotonde diventano opere d’arte un po’ posticcia e un po’ televisiva. Dal Twiga al bagno col bambù, chi scappa dal Forte viene qui.
Il Pigneto della Versilia

Giampaolo Talani, “Cercatori di conchiglie”, 2011

Veneri, amorini, di cemento e pietra; David e caminetti e pignoni e fenicotteri e statue di Padre Pio, di bronzo. Incolonnati in macchina da Forte dei Marmi verso Pietrasanta, come tutti, il weekend, si ammirano i manufatti di una ditta Arrighini, che espone a bordo strada. Del resto Pietrasanta, il Pigneto della Versilia, è protagonista del Novecento, nel senso degli spot-parodia che Corrado Guzzanti faceva di celebri televendite d’arte per acquirenti impossibilitati ad andare da Sotheby’s o Christie’s.

 

Pietrasanta è città “d’arte e nobile dal 1841” come indica un cartello all’ingresso del paese; e non si capisce cosa significhi la nobiltà, ma l’arte si comprende subito: qui siamo in un gigantesco studio televisivo di Telemarket. Ci sono i faccioni di Igor Mitoraj ovunque, c’è questa grande mostra di Mitoraj, scultore dei più televisivi, amato da stilisti, sarte e arredatrici, ed ecco sulla piazza del Duomo, per questa mostra “Mitoraj mito e musica”, busti e facce ciclopiche che devono far riflettere sull’opera d’arte nell’epoca della sua degradabilità; dunque screpolate tipo anziani fumatori esposti al sole, sbattute e appoggiate in un giardino di ulivi; anche, un guerriero-angelo caduto con addominali a tartaruga, e un culone enorme di bronzo alto come una palazzina di due piani (“Gambe alate”, 2002), e un pisello gigante XXL che nonostante le targhette comunali, “vietato appoggiarsi”, viene usato come mensola fallica per spritz e moscow mule delle movide del frontaliero bar Michelangelo, nell’edificio ove abitò il sommo artista.

 

Perché Pietrasanta è “città d’arte diffusa”, e di struscio; del resto è stata soprannominata “Cenatown”, cioè il posto dove si sciama tutti la sera per cenare, maglioncino sulle spalle e in coda sul lungomare o sull’Aurelia, come noi su questa Audi A3 che si parcheggia poi in una piazza con parcheggiatori di colore (non taglieggiatori come a Roma, qui ti aiutano solo a posteggiare sulle strisce blu, però il senso d’essere al Pigneto, cioè quartiere gentrificato di street art e quotazioni immobiliari gonfiate, è alto).

 

A chiamarla per primo “Cenatown” è stato Corrado Benzi, colonna versiliese del Tirreno, storico quotidiano locale. “Cenatown significa oggi un distretto artistico-culinario, ormai ci sono più gallerie che ristoranti, siamo mi pare a 34 gallerie e 32 ristoranti, oltre a 250 scultori” dice ora Benzi al Foglio. Protagonista della cucina – che naturalmente è creativa, essendo Pietrasanta città d’arte diffusa –  è Michele Marcucci, imaginifico inventore dell’omonima enoteca, che in questi giorni ha messo fuori una delle sue trovate: sul corso principale, non solo i pomodori rossi e rugosi e a chilometri zero del suo orto, come fossero opere di Botero (artist in residence, qui) ma anche degli ombrelloni di tutti i colori, veri ombrelli da spiaggia, impiantati in vasi di vera sabbia, o sospesi e legati con tiranti al palazzo storico, inchiavardati alle pareti, obliqui, e tutti questi ombrelli  e ombrellini fanno molto colore e sono artistici, ma prima il Marcucci metteva fuori gli specchi, tanti specchi di cantiere stradale che riflettevano all’infinito l’arte e la vita che imita l’arte nelle strade di Pietrasanta, il tutto somigliante a un’opera di Arman, non a caso top seller di Telemarket nelle aste televisive.

 

Grande frequentatrice di Marcucci, oltre a tutti i “vip” di stanza e di passaggio a Pietrasanta, è Maria Antonietta Di Benedetto, signora in ascesa della Versilia, moglie del consigliere economico del presidente del Consiglio, Yoram Gutgeld. Molto attiva come presidentessa della associazione “Più forte che il vento”, charity locale che mira a ripristinare i pini versiliesi abbattuti dalle bufere del marzo scorso, ma soprattutto grande cuoca in una casa del Forte dei Marmi tutta trasparente e costruita attorno a una grande cucina; e appassionata giurata del concorso per primarie sciure “A tavola sulla spiaggia”; perché col Forte, Pietrasanta alimenta da tempo una rivalità che passa anche per la cucina.

 

Ai locali più artistici e agli ombrelloni, il Forte contrappone i suoi silenzi. Ecco il ventisettenne Cristoforo Trapani, una stella Michelin, chef del ristorante La Magnolia dell’Hotel Byron, primo albergo d’Italia ad aver proibito i selfie e lussuosissimo esempio di sobrietà fortemarmine. Nell’hotel anti-selfie, Trapani conduce la sua personale battaglia con i pescivendoli versiliesi, e mostra al cronista del Foglio i messaggi whatsapp alle cinque di mattina con foto di dentici; “ue, uagliò, questo dentice è gonfio, non è fresco” – e le risposte di versiliesi fornitori: “caro Cristoforo non è educato buttare giù il telefono, sei un cliente molto difficile se pensi che il dentice puzza basta dirlo noi lo veniamo a ritirare come le capesante”. Trapani, che ha vinto il Concorso di Cucina Italiana e ha vinto il titolo di Miglior Chef Emergente del Sud 2014, viene da Sorrento e racconta di quando andava all’alberghiero a Capri, addormentandosi sull’aliscafo ogni mattina coi marinai che lo svegliavano ormai riconoscendolo. Oppure di quando saltava letteralmente in pancia al traghetto delle otto e un quarto al mattino col suo motorino tra i marinai urlanti. Trapani, che ha lavorato da Heinz Beck alla Pergola e dallo chef molto televisivo Cannavacciuolo, figlio di mamma con l’ortofrutta e nipote di ristoratori, non si fa impressionare dagli ombrelloni e dall’arte diffusa di Pietrasanta.

 

Ma quello culinario e artistico non è il solo contrasto col confinante Forte. Qui anche i bagni, cioè gli stabilimenti, sono diversi. Sarà un caso, ma sulla highway, lo si nota percorrendola con la A3, a bassa velocità, con la capote aperta, a separare il Forte da Pietrasanta, in una specie di checkpoint Charlie, c’è il Twiga, il bagno di Briatore-Santanché, una specie di Repubblica kenyota tra due mondi. I cartelli Forte dei Marmi e Pietrasanta si susseguono in una decina di metri, in mezzo ecco la repubblica Kenyota. Che inaugura lo stato di Pietrasanta, a partire dal logo, diverso da quelli timidi e sussiegosi fortemarmini. “Ovviamente il Twiga si allontana fortemente dal tema d’antan del font di bagni” dice al Foglio Michele Boroni, comunicatore, inventore di un Tumblr (fontdibagni, appunto), che analizza e studia il lettering dei bagni versiliesi. “Il font del Twiga è un simil Times New Roman piuttosto abusato, con l’aggiunta della giraffa che dà quel tocco di esotico briatoriano Malindi style”. Ma oltre alle insegne, la repubblica kenyota del Twiga è esattamente come ce la si aspetta: musica lounge di sottofondo, tende bianche e crema, sui tavoli ci sono copie di Chi in omaggio, in modo che il vip abbia la filiera corta, si viene qui, si vien fotografati, e poi ci si legge e ci si guarda in fotografia. “La piscina sembra di mosaico ma non lo è, è di una speciale plastica stampata 3D che imita il mosaico”, dice al Foglio la responsabile che è una bella ragazza di 31 anni, si chiama Alice Maffezzoli, ha vinto la seconda edizione di “The Apprentice”, il talent di Briatore, poi è stata assunta al Twiga di Montecarlo e da qualche mese dirige questo epicentro di briatorismo a Pietrasanta. “La tenda, quattro metri per quattro, costa quattrocento”, dice Alice, “ma se la prendi per tutta la stagione viene sedicimila”; mentre la sera, per entrare, c’è il tavolo che costa da trecento a seicento euro con “distillati base”, fino a diecimila accanto alle consolle nelle serate top, che quest’estate prevedono Umberto Smaila il giovedì sera (ecco cos’erano quei “Maracaibo” cantati in coro che si sentivano la sera passando in macchina), Bob Sinclar e una fondamentale serata Solomon, domani sera.

 

“Facevano troppo rumore, per fortuna hanno abbassato la musica”, dice una signora del confinante bagno Rosina, che è l’ultimo bagno nel comune di Forte dei Marmi, ed è naturalmente il simmetrico ideologico: baretto di canne di bambù, vecchia caffettiera Cimbali, ci va la principessa Elettra Marconi, figlia dell’inventore della radio. “A Pietrasanta ci va chi vuole scappare dal Forte, è la via di fuga dei villeggianti fortemarmini che sono disposti a separarsi dalle loro amate biciclette per abbandonare per una sera le vie piene di flagship store delle griffe popolate da russi e parvenu, per un brivido d’arte e bohème” dice sempre Michele Boroni. “E’ la città dell’arte contemporanea per tutti” mi dice Edoardo Nesi, autore di “L’estate infinita” (Bompiani) e conoscitore dei luoghi. “E il problema non sono solo i grandi nomi, sono i succedanei. Loro sono convinti di essere una capitale mondiale della scultura”. In realtà, in questo Pigneto versiliese, ecco un fiorire di botteghe con artisti forse promettentissimi ma sconosciuti: una galleria Edoardo Secci che espone grandi diagrammi stilizzati e un grande ragnone di Maurizio donzelli (titolo: “Diramante”),  accanto a un “Collection privée”,  decorazione d’interni. Più in là, una “Armanda Gori Arte” che espone una personale fondamentale di Beatrice Galior con un’opera assai materica (“Macroscope”) con ciliegie di resina rossa grandi quanto palle da bowling, tipo pubblicità Ferrero Rocher e proprio di fronte a un “Bel Air fine art”, con un grande felino tipo Telegattone di Marizio Seymandi di resina rossa (dev’essere una città anche di resina, non solo d’arte,  diffusa) con due coperchi di pentola per volare (Ando Hiro, “Big warrior red”). E poi un “MarcoRossi Artecontemporanea”, sempre tutto attaccato, che espone dei graffiti naturalmente molto materici di Sergi Barnils, “artista catalano che lavora con la cera” dice la gallerista.

 

Insomma, quest’arte è davvero diffusa, e del resto ci sarà un motivo se Pietrasanta è anche la capitale italiana, forse mondiale, della rotonda artistica, la twilight zone. “La naturale predisposizione della città di Pietrasanta per l’arte è ormai cosa nota, tanto da meritarsi in anni recenti l’appellativo di Piccola Atene” – si legge in un comunicato entusiastico dell’Università di Pisa; “tra mostre e gallerie d’arte, da qualche anno il comune ha individuato una nuova vetrina per le opere d’arte create da artisti di fama mondiale: l’arredo delle rotatorie stradali”. Ecco dunque, entrando in paese, l’Oiseau, l’uccello, opera di Jean Michel Folon, una specie di grande fiammiferone o accendigas da cucina in pietra (diametro, 42 metri); poi, eccone un’altra del maestro Roberto Santo, “Torso 175” (diametro, 48 metri), poi un “Giudizio del Minotauro” bronzeo del maestro Franco Adami. Poi ancora, davanti alla stazione, una “Chiave del sogno” di Ken Yasuda, e naturalmente un “Guerriero” del colombiano Fernando Botero, che dopo la dipartita di Mitoraj è il genius loci di Pietrasanta. Qui ha casa (una bella casa che domina il paese), qui ha affrescato con figure lipidiche una Porta del paradiso e una porta dell’Inferno la chiesa della Misericordia. Sta sempre a cena da Marcucci ed è un po’ la star, e contribuisce, con le sue opere obese da Maurizio Costanzo Show, a rendere un po’ posticcia e televisiva tutta quest’arte diffusa.

 

[**Video_box_2**]“Certo la scultura sbattuta in faccia, in quantità industriali, oltretutto non fatta dagli artisti ma da onesti scalpellatori, è un’arte fredda, sovente senz’anima,  eseguita in nome e per conto di. Anche Giacometti soffrirebbe se ci fossero centinaia di sue sculture in giro per assessorati, pro loco, aziende del turismo. L’arte ha bisigno di lontananza, di sospensione, di intimità, di contemplazione di aura” sospira Massimo Minini, leggendario gallerista, censore di rotonde artistiche, col Foglio. “Esattamente il contrario di quanto avviene nei luoghi di turismo dove l’arte deve servire tanti padroni che hanno esigenze di quantità e non di qualità”.

 

Però tutta quest’arte diffusa, originale e succedanea, ha funzionato. “Tutto comincia nei primi anni Novanta, noi venimmo qui nel 1992 perché le case costavano poco, avevamo una figlia, qui c’erano solo un salumaio e il bar Michelangelo. Abbiamo comprato una casa e poi l’abbiamo rivenduta a una cifra pazzesca”, dice Luigi Guidotti, titolare di un negozio di oggettistica chic, “Memorie”, e osservatore della gentrificazione (lui stesso nel suo negozio oggi anche ristorante prepara deliziose insalate di quinoa e farro per turisti molto riflessivi, impensabili anni fa).

 

Le origini del Pigneto-Telemarket però sono più antiche, nota Andrea Geloni, proprietario di Nina, libreria di riferimento di Pietrasanta che – ovviamente – vende anche antiquariato oltre a ospitare molte presentazioni ed eventi. “Quando il granduca di Toscana si convinse che si doveva puntare anche sulla lavorazione, non solo sull’escavazione del marmo da queste parti”, dice Geloni al Foglio, “nell’Ottocento nacquero laboratori come quello di Jean Baptiste Alexandre Henraux, con la riproduzione di opere michelangiolesche, poi le forniture per le chiese di Saint Patrick a New York e per il Getty Museum di Los Angeles. Poi più recentemente arrivarono Cascella, Arnaldo e Giò Pomodoro, Greco, Manzù. Nel 1956 Henry Moore. Doveva fare una scultura e non se ne andò più. E poi, appunto, Mitoraj, Yasuda, Botero”. Prrrrotagonisti del Novecento.

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