Sconosciuti della pianura

Niente parole, pochi ricordi. Per assicurare il travaso delle esperienze e delle generazioni, la comunanza e il mai dichiarabile amore, c’erano solo i gesti essenziali
Sconosciuti della pianura

“I dü spusìn in barca”, Ermanno Olmi, “L’albero degli zoccoli” (1978)

A me i miei nonni non mi hanno insegnato niente. Non mi hanno insegnato ad andare in bicicletta, né a pescare, né a raccogliere i funghi, né a cucinare la cassoeula; o a intagliare il legno, a spigolare, a usare il fucile da caccia, a mandare a memoria canzoni antiche. I miei nonni non mi hanno mai detto frasi memorabili, né consegnato illuminanti verità da tramandare ai posteri o sentenziosi, zuccherosi aforismi buoni per libracci da classifica, né hanno lasciato in eredità cose che significassero qualcosa di autentico o profondo per la storia minima e trascurabile della nostra famiglia. Io probabilmente con i miei nonni non ci ho nemmeno mai parlato davvero. E non soltanto perché quasi tutti, diciamo tre su quattro, sono morti che ero troppo piccolo (due non mi hanno visto nemmeno iniziare le elementari, uno finire le medie, l’ultima a stento si è accorta che mi ero laureato – prima che il male che fa uscire di sé e dimenticare ogni cosa ce la strappasse con qualche anno di anticipio rispetto alla data di morte incisa nel marmo funebre). Non ci ho mai parlato perché qui dove tutti noi siamo nati e cresciuti, nel cuore della Lombardia verde e fertile, in mezzo ai mille schivi paesi e borghi rurali che certificano la negletta esistenza di questo Oceano Padano fatto di rogge e letame e campi di melga e lavoro e senso del dovere, qui, tra omissioni affettive e reticenze assurte a condivisa e indiscussa regola di vita, preferiamo tacere. Tanto più tra congiunti, e tra congiunti stretti, strettissimi.
I miei nonni non parlavano, laddove la sciocca declinazione contemporanea del verbo prevederebbe un “non comunicavano” o, peggio (e mi perdonino se lo scrivo anche solo per negarlo), “non si aprivano”. Non avevamo intimità di confidenze, né confidenza che non fosse quella della condivisione naturale dei luoghi, dell’adesione inconsapevole a origini che si imponevano senza il bisogno di dichiararle, ribadirle, tradurle in sermoni o testamenti spirituali: o anche di tradirle, nel caso. Ma non fu il nostro, quel caso. Non eravamo fatti, io e loro, e io con loro, per ribellioni o scarti dal corso placido del fosso che serpeggiava lambendo l’unico albero del cortile. Poi, dopo che erano morti tutti – prozii compresi – nel posto in cui erano nati, hanno tagliato pure quello, e sistemato i garage, cementato quasi tutto, forse anche il fosso.
Quindi nemmeno parlavamo, tra di noi, di noi. Per assicurare il travaso delle esperienze e delle generazioni, la comunanza genetica e il mai dichiarabile amore, c’erano solo i gesti essenziali, le mani callose che talora, pudicamente, sfioravano le mie destinate a non impugnare la vanga né la falce né le mammelle di vacche da mungere, e i rituali scontati, il dialetto come sola lingua materna da armonizzare al mio italiano appreso e artefatto (che idioma parlava la mia nutrice?, sotto quali pieghe della memoria si cela la scaturigine del mio personalissimo, e padano, volgare eloquio?), le abitudini agresti e dimesse, il sangue che urgeva a nostra insaputa legandoci nel trascorrere di vite che ambivano soltanto a perpetuarsi in orizzonti solidi e necessari.
In casa nostra, casa dei miei genitori, intendo, a Nosadello, in un angolo del salotto teniamo ancora la còmuda che usava, vecchio e malato, il nonno Piero (il mio mai conosciuto bisnonno, padre del mio nonno materno) – la còmuda, quella sedia con un buco nel sedile e il pitale dentro il vano sottostante, che serviva agli invalidi per i bisogni corporali.
Ogni tanto, non so perché, mi ci siedo sopra anch’io.

Nonno Luigi
Non ho mai capito perché mio nonno Luigi portasse i baffetti alla Hitler. So che non c’era niente di neanche lontanamente ideologico: non era fascista, tantomeno filonazista, credo che di politica si sia curato meno che dell’esegesi quattrocentesca in latino della Divina Commedia. Troppo giovane per fare la Prima guerra mondiale, durante la Seconda – pare – disertò gettandosi da un treno e vagando sei mesi nelle campagne cremonesi, prima di tornare a casa. Quei baffetti non lo preservarono però poi dalle violenze dell’occupante tedesco: i crucchi lo misero al muro con uno dei figli, mio zio Cecco, e mentre li stavano per fucilare, un provvidenziale e antieroico svenimento li salvò.
Ma chissà perché, quei baffi. Sarà stata la moda, un vezzo, un ostinato retaggio di tempi che al paese resistono più che altrove. Non ho mai capito nemmeno molte altre cose, del nonno Luigi. È il padre di mio padre. So che taceva molto. Di secondo nome faceva Lorenzo, perché è nato il 10 agosto, mi dicevano, e mi pareva poetico, bello, rispettoso dei santi e del calendario, salvo poi scoprire, pochi anni fa, che non è vero che è nato il 10 agosto. Ma lì attorno, probabilmente, giorno più giorno meno. Sono andato sulla sua tomba per averne la certezza, per confermare che l’esattezza non si addice ai poveri ricordi di noi gente di mare verde, di noi campagnoli abituati a silenziare i sentimenti e ogni fatto che dal significativo possa pericolosamente sfociare nell’emozionante o commovente.
Mungeva le vacche, poi portava a Milano in bicicletta animali da cortile (“nostrani” diciamo oggi quando vogliamo turlupinare i cittadini) da vendere al mercato nero. Poi magari faceva anche altri lavori, che io ignoro e nessuno mi ha mai detto. Al paese ci si arrangiava in molti modi. Obbligò mio padre a fare il garzone dal fornaio, a undici anni: e mio padre, che voleva leggere, studiare, capire, si ritrovò a piangere alle tre di notte sui sacchi di farina. Se non ha letto e studiato, di certo ha capito molto. Per mio papà era comunque il pupà, così lo chiamavano i quattro figli, un nome che mi ha sempre dato l’idea dell’affettuoso, benché di quel nostro consueto affetto trattenuto, imbarazzato.
E’ morto all’ospizio; io quel giorno ho giocato lo stesso a pallone e come i calciatori di seria A avrei voluto mettermi la fascia nera.

Nonna Tilde
Mia nonna Leonilde, detta Tilde, rappresenta per me la sintesi della perfetta donna dell’Oceano Padano. Generosissima, lavoratrice instancabile, taciturna, insofferente alle cerimonie, quando arrivavano i parenti milanesi, usi al saluto col bacio sulla guancia, ne rifuggiva inorridita. Allevò quattro figli, altri quattro li tenne a balia (uno di questi bagliotti lo chiamavamo zio, lo zio Carlo, detto il Badocco), badò poi a svariati nipoti, finché ebbe vita. Al matrimonio di mio padre non si presentò: nel filmino delle nozze scorgo i volti di mezza Nosadello, di parenti lontani e vicini, di amici, colleghi, sconosciuti, e quelli già rugosi degli altri tre nonni; chiedo perché, non capisco le risposte, forse non ne servono. Però al mio battesimo la nonna Tilde non poteva mancare, è venuta senza dirlo, s’è messa in una delle panche in fondo alla chiesa e in scusal, col grembiule liso che indossava ogni giorno, mi ha dato il benvenuto, defilata.
Faceva Codazzi di cognome, cioè Codassi, come da più corretta pronuncia. Forse ho i suoi occhi. “Ti ta sé un Codassi”, mi ripete sempre mio padre, suo figlio.

Nonna Dele
Mia nonna Dele da vedova non si può dire che non si sia divertita. Ha cominciato a fare gite, partecipare a castagnate, pellegrinaggi, cene sociali all’oratorio; a ricevere seppur con moderazione amiche durante il giorno, ricambiando le visite, anche di sera, in estate – un gruppetto di pochi, fidati, cerimoniosi vecchi nosadellesi (Lino, Centa, Lucia, Teresina…). Si davano sempre del lei. Ma soprattutto ha iniziato a girare il mondo con i viaggi organizzati dalla parrocchia. Divideva la stanza sempre e solo con la stessa amica, una sciura parimenti vedova, e discreta: nemmeno con lei si davano del tu. Tutto l’anno le dolevano terribilmente i piedi (“Sistu [Diamine], i mé pé!”), ma quando partiva per Varsavia, Parigi o San Giovanni Rotondo non la fermava nessuno.
Mia nonna Dele, comunque, non è sempre stata vedova. Da ragazza – lo rievocava spesso lei, o forse lo faceva mia mamma (cioè sua figlia) in sua vece, non lo so più, la cosa mi appare del tutto secondaria – mia nonna “parlava” a un tale di un paese vicino (intrattenevano cioè un rapporto “sentimentale”); ma si parlavano muti, lei in piedi in mezzo al suo cortile dopo aver sbrigato qualche faccenda, e lui dall’altra parte della strada, seduto di traverso ai tavoli dell’osteria. Si guardavano senza mai dirsi nulla, erano andati avanti per un bel pezzo, e tanto era bastato a farle credere che “si parlassero” seriamente. Poi lui si fidanzò, ma realmente, con un’altra, che poi sposò, e lei, mia nonna, gli serbò rancore per anni. Come per un imperdonabile tradimento, la violazione di un codice sacro.
Un giorno, svariati decenni dopo, lui si arrischiò a varcare la soglia del cortile di mia nonna e per vincere l’imbarazzo con un pizzico di impacciata sbruffonaggine le chiese di dargli da bere dalla trumba (la pompa dell’acqua), ma lei, benché ormai sposata e tranquilla e con due figlie, lo cacciò in malo modo. E fu forse, quella, l’unica volta in cui si parlarono davvero.
Nessuno di noi si è naturalmente mai chiesto quali fossero i veri sentimenti di mia nonna verso quell’uomo: non è questo che conta, non è questo un interrogativo che qualcuno si sarebbe mai sognato, anche volendolo pensare (il che mi pare già una inconcepibile forzatura), di porre all’attenzione degli altri congiunti.
Sotto questo aspetto, della nonna Dele si può soltanto dire e pensare che avrebbe sposato appena dopo la guerra un uomo più giovane di lei, Giani, bello e severo e forse spiantato. “M’ha spusat perché gh’éi la cà, e quater dané”, mi ha sposato perché avevo la casa, e quattro lire da parte. E lui si sarebbe tirato dietro, naturalmente, anche il padre malato, il nonno Piero, uomo arguto, gran raccontatore di storie inventate, che sputava tabacco da masticare e si faceva tagliare la barba da mia madre ragazza.
Quando parlava così, la nonna Dele, non si trattava di confessioni, di aperture di cuore: erano solo fatti, magari rabberciati e confusi nel ricordo, era realtà, era cronaca minima di un’epoca lontanissima eppure ancora viva. “Ma disea che seri ’na baduina, baduina!, al ma ciamea…”, mi diceva che ero una beduina, beduina!, mi chiamava… – non sapendo nemmeno cosa mai ci potesse far intendere, se non qualcosa di malinconico e umanissimo –; “Al mé Giani, al mé por Giani…”. Il mio povero Giani. Perché poi la vita più o meno si aggiusta, va come deve e può, forse lascia anche qualcosa di buono, fino agli estremi lembi del tempo che ci è concesso.
Fino a quando lui morì, un giorno d’agosto, ed eravamo tutti a pranzo nella loro vecchia casa, quella tirata su dai miei avi senza volto – mio nonno Giani era invece da solo, in un letto d’ospedale. Mio padre rispose al telefono, ci guardò e disse soltanto due parole: “L’è mort”. La nonna Dele corse fuori, in cortile, e non poté far altro che andare a piangerlo sotto il vecchio platano. “Al mé Giani, al mé por Giani…”.

Nonno Giani
Mio nonno era bracconiere. Mentre mia nonna tremava di paura nel letto al pensiero dei guai che il suo uomo andava cercandosi, lui, il nonno Giani (battezzato Cristoforo Placido), scendeva da basso nel cuore della notte, prendeva il fucile, la cartuccera, le cartucce caricate il giorno prima con l’aiuto di mia madre ragazza, magari guardando tutti e due alla tivù un incontro di Cassius Clay, e inalando l’odore di polvere da sparo che rimaneva sulle dita, rigirando tra indice e pollice i pallini che avrebbero ammazzato qualche bestia. Poi scioglieva dalla catena gli spinoni.
Oppure andava a pescare di frodo con il suo compagno di azioni contrarie al codice civile (e talora penale); e pescavano nel modo più assurdo e pericoloso: con la corrente. Uscivano con un lunghissimo rotolo di filo, lo agganciavano ai cavi dell’elettricità tirandolo anche per un chilometro, poi raggiungevano un fosso o un canale pescoso e gettavano in acqua quel filo scoperto, ovviamente senza la massa a terra. Poi, dopo aver appurato di non essere morti fulminati, raccoglievano i pesci che venivano a galla stecchiti dalla folgore. Sempre che non li sorprendessero le guardie, come pure capitò una notte. Mio nonno, preferendo non farsi catturare (era un padre di famiglia, dopo tutto, non poteva far stare in pensiero moglie e figlie) ed esclusa l’opzione dialettica, conciliante, pensò bene di gettare nuovamente il filo elettrico nel fosso per impedire ai tutori della legge di raggiungerlo. Oggi forse si parlerebbe di tentato omicidio. Ma per le ruvide consuetudini di un tempo non si trattò che di una notte passata in cella – una sola, per i buoni uffici di don Paolo, che troncò, sopì, fece un’opera di misericordia ponendo come è giusto autorità contro autorità. E buon senso.
Questo solo fatto consolidava in me l’idea di lui come del perfetto uomo padano. Era come se tutto l’Oceano Padano si fosse fatto uomo in lui, un uomo di poche parole e di sorrisi severi, dritto di schiena e con gli occhi color di Lombardia (cerulei, non interrogabili), un uomo che in guerra ha ucciso, in pace ha lavorato senza tregua, senza la prospettiva di una gioia duratura, nonché estrema; un uomo dalle ire istantanee e di dolcezza dissimulata, esemplarmente pedagogico nel silenzio dei gesti, nelle debolezze comprese e tollerate, inconsapevolmente romanzesco: dedito al bracconaggio non per necessità ma per diletto e inclinazione, fornito di una o di due amanti che gli facevano rustici regali (mia nonna scoprì, minacciò le rivali di carta, le vunciune, le sporcaccione senza un uomo stabile accanto), poi pronto senza cedimenti ai più umili mestieri; il padre malato in casa, la vita in bilico, lo sguardo sempre un po’ più in là del platano del cortile, la maledetta vasca bollente della tripperia dentro cui è caduto, e soffrire tacendo delle ustioni, delle sanguisughe sulle gambe per cavargli il sangue, degli sbagli dei medici, e morire da solo e lontano, a Cremona, sempre troppo distante dal campo indurito di gelo dove aveva sparato all’ultimo fagiano.
***

Banditi i sentimenti e ogni loro forma di anche implicita manifestazione, presto esauriti i memorabilia familiari, dispersa chissà dove la possibilità di elaborare una costruzione storica personale e a un tempo esemplare (per non dire romanzesca, o letteraria), non restano nemmeno i facili ricordi d’infanzia a definire la ricerca di una appropriata dimensione di senso che mi ricongiunga davvero ai miei nonni. Ciò che mi compete, e che basta, basterà a saldarmi a loro senza incongrui cedimenti emotivi, è soltanto la disposizione in ordinata serie di questi quattro ritratti incorniciati alla buona, elusivi e imperfetti. Ogni tanto li sollevo dal cifun, il vecchio comodino di legno, gli faccio giù la polvere e senza dovermelo spiegare, senza alcuna volontà di trarne ammonimenti, insegnamenti, o di farne apologia, mi riconosco. Li riconosco. E ci vedo i segni della muta perpetuazione di una progenie campestre, i segni di una strana libertà nei vincoli, e della salvezza possibile solo nella ripetizione, nel mantenimento, nella schiva fedeltà alle stesse rogge in cui tutti noi ci siamo immersi e lavati, ai campi di melga dove abbiamo spigolato le stesse pannocchie, a quel cielo torbido che come noi soltanto di rado si apre a non riferibili bellezze. Ma quando avviene sa di miracolo.
Se capita che mi si chieda “E i tuoi nonni? Parlacene, racconta…”, a me viene solo da dire che i miei nonni sono morti tutti, e non occorrono per ricordarlo, per ricordarmeli, acrobazie nostalgiche o eufemismi inadatti alle loro sobrie esistenze (quella trascorsa su questa terra e l’altra – mi auguro – al cospetto della Bontà infinita). Guardo la còmuda in salotto, che abbiamo restaurato, e che adesso ha su un bel cuscino ricamato. E capisco.
I miei nonni sono morti, e io sono continuamente loro.

 

 

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