Perché sullo "streaming pirata" ha ragione Taylor Swift

Ma quale crisi della musica, verrebbe spontaneo esclamare leggendo gli ultimi dati presentati pochi giorni fa dalla Fimi (Federazione industria musica italiana) relativi ai primi sei mesi del 2015.
Perché sullo "streaming pirata" ha ragione Taylor Swift

Taylor Swift (foto LaPresse)

Ma quale crisi della musica, verrebbe spontaneo esclamare leggendo gli ultimi dati presentati pochi giorni fa dalla Fimi (Federazione industria musica italiana) relativi ai primi sei mesi del 2015. Un paio di numeri per capire le dinamiche del mercato: dopo anni di crescita negativa il settore ha registrato un più 22 per cento (dati ufficiali Deloitte) rispetto allo stesso periodo del 2014, trainata in primo luogo dai servizi di streaming che segnano un più 37 per cento rispetto ai primi sei mesi del 2014 e rappresentano da soli un quarto dell'intero mercato discografico e oltre la metà del settore del digitale (62 per cento, contro il 38 per cento del download che rimane sostanzialmente stabile).

 

Qui da noi rimane ancora prevalente la fetta di mercato occupata dalla vendita dei cd (57 per cento del totale ma in graduale diminuzione), mentre negli Stati Uniti il segmento dello streaming ha definitivamente superato quello dei cd: se da una parte questa forma di fruizione della musica, offerta dai vari Spotify, Deezer, Google Play Music e dal neonato Apple Music, ha reso la musica più libera e facile da ascoltare, riducendo di fatto il downloading illegale; dall'altra ha generato molte polemiche tra alcuni artisti, prima su tutte quella con Taylor Swift. L'ex reginetta del country, ora imperatrice del pop mainstream globale, è stata la prima a boicottare Spotify e ha rimosso tutto il suo catalogo dai servizi di streaming, accusati di essere “come la pirateria nel causare la perdita di valore della musica”. Nelle  interviste che ha rilasciato, la biondina della Pennsylvania, che ha anche convinto un colosso come Apple a pagare gli artisti nei primi tre mesi di prova gratuita del suo nuovo servizio Music, parla generalmente di “bassi compensi per gli artisti”, senza mai però approfondire il tema. In molti hanno pensato che la campagna di boicottaggio verso Spotify fosse solo il risultato di un efficace calcolo commerciale della Swift, per creare così una “finestra di protezione” per la vendita di un album che ha già una forte richiesta da parte del pubblico (il suo ultimo “1989” è stato il cd più venduto del 2014, con il record assoluto di 1,3 milioni di copie nella prima settimana). Il problema dunque rimane, specie per i giovani artisti e le piccole band esordienti.

 

Ci ha pensato David Byrne, ex leader dei Talking Heads e uomo rinascimentale sempre attento alle nuove forme di espressione e distribuzione del medium musicale, a fare un po' di chiarezza attraverso un editoriale pubblicato pochi giorni fa sul New York Times dal titolo “Aprire la scatola nera dell'industria musicale”. Già in passato Byrne si era lamentato dei bassi compensi che arrivavano agli artisti da parte delle società di streaming. Ma stavolta il musicista ha evidenziato anche quanto sia difficile capire la logica con cui le somme pagate dagli utenti che si abbonano a un servizio o provenienti dalla pubblicità vengano poi suddivise fra i vari aventi diritto. Byrne ha provato così a chiedere lumi a YouTube e Apple sui loro sistemi di rendicontazione, ma ha trovato di fronte un muro di gomma: non rendiamo pubbliche le esatte percentuali, hanno detto quelli di Youtube, oppure, ci faccia chiamare dal suo avvocato così il nostro legale potrà dargli alcune risposte.  

 

[**Video_box_2**]E' una pura contraddizione che società nate e operanti sulla rete, dove la trasparenza dovrebbe essere implicita, abbiano un così alto grado di complessità e opacità nei processi di distribuzione dei compensi. Spotify continua a dichiarare che il 70 per cento dei suoi profitti va alla music community, ma dall'articolo di Byrne si evince l'arbitrarietà con cui le etichette corrispondono i compensi ai propri artisti. La distribuzione dei soldi non è guidata dal numero secco degli streaming e c’è una forte percezione di disuguaglianza e sbilanciamento verso gli artisti che hanno posizioni più consolidate (un po' la stessa critica che viene spesso mossa qui in Italia nei confronti dei compensi dei diritti d'autore Siae). Quindi la musica ha ripreso a vendere, ma chi inizia oggi a produrla e a diffonderla in rete non ha ancora ben chiaro quanto ne ricaverà.

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