Esattamente cosa vuole trasmetterci l’ultimo film con Meryl Streep?

E’ sicuro che Jonathan Demme ci vuole dire qualcosa. Non ricordiamo tanti neri insopportabili in un solo film. “Insopportabili” qui sta per untuosi, con un cuore da bianchi, sorridenti, esagerati nelle loro smancerie e ben inseriti nel sistema, che peraltro sembrano apprezzare.
Esattamente cosa vuole trasmetterci l’ultimo film con Meryl Streep?

Meryl Streep (foto LaPresse)

E’ sicuro che Jonathan Demme ci vuole dire qualcosa. Non ricordiamo tanti neri insopportabili in un solo film. “Insopportabili” qui sta per untuosi, con un cuore da bianchi (pensate al maggiordomo che in “Django Unchained” di Quentin Tarantino serve a casa di Leonardo DiCaprio), sorridenti, esagerati nelle loro smancerie e ben inseriti nel sistema, che peraltro sembrano apprezzare. Nero è il responsabile del supermercato biologico dove lavora Meryl Streep come commessa: viene redarguita perché non sorride abbastanza e perché ha fatto notare al cliente da 400 dollari di spesa che quei soldi lei li guadagna in una settimana. Nera è la seconda madre dei tre figli di Meryl Streep (il padre risposato è Kevin Kline): perfettamente a suo agio nel lussuoso condominio con sbarra e guardiano che all’ingresso chiede i documenti; tutto un inno al “dobbiamo parlare”, e poi parla solo lei, invitando l’intrusa ad andarsene. Tra i bianchi poveri e ancora fedeli alla ribellione del rock.

 

Per la sua band – battezzata “Ricki and the Flash” – Meryl Streep che da quel dì non ha smesso i calzoni di pelle, il chiodo e gli stivaletti, se n’era andata di casa trascurando i rampolli. Un solo disco inciso – oggi canta cover di Bruce Springsteen in un localaccio di Tarzana, San Fernando Walley, così chiamata perché lì viveva Edgar Rice Burroughs che inventò Tarzan – e parecchi sogni infranti. Si accompagna a un giovanotto che quando va in aeroporto crede fermamente che i metal detector controllino anche i nostri cervelli. Ai bianchi piuttosto male in arnese vanno, senza ombra di dubbio, le simpatie del regista Jonathan Demme. Il suo film – nelle sale il 10 settembre con il titolo “Dov’eravamo rimasti” – ha aperto ieri il Festival di Locarno. Trent’anni anni dopo l’ormai cultissimo “Stop Making Sense”, film concerto con i Talking Heads protagonisti.

 

Firma il copione di “Dov’eravamo rimasti” la Diablo Cody di “Juno”. Mai sceneggiatrice entrò con più fragore tra i nomi delle ragazze da tenere d’occhio. E mai sceneggiatrice di talento sparì tra scelte sbagliate: un horror come “Jennifer’s Body”, per quanto dichiaratamente femminista, non aiuta a ritrovare il proprio pubblico dopo l’Oscar. Era il 2008, gli anni successivi sono stati pessimi, per consolarci abbiamo letto le sue memorie da spogliarellista dilettante (imparando che la lap dance scolpisce i muscoli più di qualsiasi altra ginnastica: il resto è in “Candy Girl – Memorie di una ragazzaccia perbene”, da Sperling & Kupfer).

 

[**Video_box_2**]Il secondo marito ha portato in dote a Diablo Cody una suocera rockettara, che si suppone abbia trascurato la famiglia come Meryl Streep fa in questo film. Riappare quando la figlia viene lasciata dal marito – per una che subito appiccica sull’automobile la sagoma del nuovo fidanzato, accanto al cane. Anche questa è una storia di famiglia: Meryl Streep recita accanto alla figlia Mamie Gummer: brava, con la stessa spigolosità che aveva la madre da giovane, e un po’ più di ironia. Ha tentato il suicidio mandando giù troppe pillole per dormire, non è certo che una genitrice anni Ottanta ricomparsa dal nulla possa servire a tirarla un po’ su. Più utile l’erba che papà tiene nel congelatore, prescritta dal medico per il mal di testa. Prima del finale, un invito a nozze corredato di semini – gli sposi ecologi vogliono che venga interrato. Finale in musica, come lo spettatore ha già capito da un pezzo. Dopo “Mamma mia!” sa che Meryl Streep non lascia il microfono prima di aver eseguito per intero il repertorio.

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