Com’è sopravvivere all’Apocalisse?

Kyoko Hayashi è tra i più famosi hibakusha, i sopravvissuti alle Bombe di Hiroshima e Nagasaki di settant’anni fa. E lo è perché la tragedia di quell’evento, il 9 agosto del 1945, giorno della seconda esplosione, determinò la sua carriera di scrittrice.
Com’è sopravvivere all’Apocalisse?

Una bambina visita una mostra che commemora la distruzione di Hiroshima del 6 agosto 1945 (foto LaPresse)

Kyoko Hayashi è tra i più famosi hibakusha, i sopravvissuti alle Bombe di Hiroshima e Nagasaki di settant’anni fa. E lo è perché la tragedia di quell’evento, il 9 agosto del 1945, giorno della seconda esplosione, determinò la sua carriera di scrittrice. Oggi ha 85 anni ed è tra le poche persone che continuano a raccontare quell’orrore. Secondo un sondaggio della NHK, infatti, due terzi degli abitanti di Hiroshima non parla affatto delle bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti, oppure ne parla difficilmente.

 

Kyoko viveva a Shanghai con la sua famiglia, che nel ’45 fu costretta dalla guerra a tornare nella città natale, Nagasaki. Il giorno dell’Apocalisse era in fabbrica, al lavoro.

 

Di quattro dei suoi innumerevoli scritti, grazie ai quali ha vinto diversi premi letterari, oggi abbiamo una traduzione in italiano. La pubblica Gallucci, con la traduzione di Manuela Suriano. Una testimonianza importante, corredata da un messaggio per i lettori italiani, che pubblichiamo di seguito, per gentile concessione di Gallucci edizioni.

 


Vorrei esprimere il mio grazie sentito a tutti i lettori italiani che leggeranno questi racconti. Sono consapevole del fatto che non si tratta di storie allegre.
Quando ho saputo di questa pubblicazione in Italia, mi è tornata subito in mente la nave italiana che da bambina vedevo sul fiume Giallo, a Shanghai, e i marinai che lavoravano sul ponte.
Fino all’età di 14 anni ho vissuto con la mia famiglia a Shanghai, che anche all’epoca era una città molto internazionale per la presenza delle concessioni straniere. Vivevamo in una casa messa a disposizione dalla ditta per cui lavorava mio padre. Io frequentavo la scuola elementare e con le mie sorelle ogni giorno salivo sulla lancia dell’azienda e andavo a scuola attraversando il grande fiume dal colore marrone.
Dal 1941, con lo scoppio della Guerra del Pacifico, il passaggio di navi militari straniere si era fatto più frenetico. Ogni giorno potevo vedere come l’atmosfera, riflettendo la situazione politica internazionale, diventava sempre più tesa. Tra le altre navi, c’era anche il cacciatorpediniere italiano che avevo 10 visto navigare verso il Bund e ormeggiarsi a un’enorme boa al centro del corso del fiume. La nostra lancia correva alla sua sinistra diretta verso il Bund e passando accanto alla nave italiana potevo vedere i marinai che con una grande spazzola legata a un palo di bambù lavavano il ponte.
Credo che fummo io e le mie sorelle a salutarli con la mano la prima volta. Ricordo la gioia quando i marinai interruppero il loro lavoro e ricambiarono il nostro saluto agitando entrambe le braccia. E così quello scambio di saluti mattutini lungo il fiume Giallo diventò una piacevole consuetudine.
Agli inizi del 1945, quando la sconfitta del Giappone si faceva sempre più vicina, fu emesso l’ordine di rimpatrio immediato per tutti i familiari di coloro che lavoravano all’estero e alla fine di febbraio io, mia madre e le mie sorelle tornammo a Nagasaki. Iniziai a frequentare la scuola superiore femminile che rientrò nel programma di mobilitazione degli studenti per partecipare allo sforzo bellico. In maggio fui mandata a lavorare in una fabbrica di armi vicino a Urakami e il 9 agosto fui colpita dalla bomba atomica. Del mio anno di corso morirono 52 studentesse.
La mia guerra era iniziata con i marinai che mi salutavano affabilmente sul fiume Giallo e finì con il bombardamento atomico.
Ho sentito poi dire che il cacciatorpediniere lasciò Shanghai prima dell’armistizio italiano. Saranno tornati a casa tutti sani e salvi? Ricordo ancora la bandiera che sventolava dall’albero della nave con il suo tricolore e i giovani marinai che agitavano le braccia muscolose per salutarci.
Sono passati settant’anni dalla fine della guerra e in tutti questi anni ho continuato a vivere con un “nemico interno”. Questa espressione si riferisce alle sostanze radioattive assorbite dai supersiti di Hiroshima e Nagasaki, dalle vittime di seconda generazione nonché da tutti coloro che sono stati coinvolti in incidenti nucleari. Le sostanze radioattive assorbite dall’organismo aderiscono agli organi interni e continuano a emettere radiazioni, anche se in quantità minima. In questo senso si tratta di un “nemico interno” che ci accompagna. È un problema che si ricollega alla vita dei nostri figli, dei nostri nipoti, alla sopravvivenza della specie. Non è un problema ideologico. Non è un problema che riguarda gli Stati. È un problema che riguarda ciascuno di noi. Per questo motivo, da superstite di Nagasaki, continuo a raccontare il 9 agosto 1945.
Mentre scrivo, in Giappone è iniziata la stagione delle piogge. Com’è il tempo lì da voi? Ancora un grazie di cuore,



Kyoko Hayashi

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