Ma quale divorzio

Le relazioni non finiscono da nessuna parte: nemmeno quando sono finite da decenni. Dopo trent’anni, sono ancora lì, ex marito ed ex moglie, qualcosa che non riuscirà mai a essere niente.
Ma quale divorzio

Le relazioni non finiscono da nessuna parte: nemmeno quando sono finite da decenni, nemmeno quando il divorzio è stato superato da un nuovo divorzio, da nuove recriminazioni di altri figli, da una vecchiaia tranquilla. Lei resterà sempre “la mia ex moglie”, “il mio ex marito”: ognuno aggiungerà l’aggettivo che ritiene più adatto, anche “quella stronza”, “quello psicopatico”, perché si diventerà, almeno per un po’, quel che si è tirato fuori e urlato e soffocato nell’ultimissimo periodo di un matrimonio in pezzi, si diventerà un frammento (mai innocuo) e solo il tempo restituirà una parziale interezza: la ex moglie tornerà a essere la persona che per un lungo attimo è stata tutto (saremo capaci di ricordarcelo?), e poi è diventata il contrario di tutto, ma di certo non sarà mai: niente. Si può sperare nel niente, a un certo punto, come il protagonista dell’ultimo romanzo di Richard Ford, “Tutto potrebbe andare molto peggio” (Feltrinelli), nel capitolo sulla sua ex moglie, Ann, da cui ha divorziato trent’anni prima: “Ann si era semplicemente imbarcata in un altro nuovo corso della vita, di cui la principale fonte di interesse, e la cosa che lo rendeva più appetibile, era che la portava più lontano dall’essere mia moglie e più vicino a diventare solo un’altra persona che potrei non avere mai conosciuto, e sul necrologio della quale il mio occhio avrebbe potuto passare senza la minima pausa o stretta al cuore. Che è l’obiettivo e il più perfetto paradigma di quello che intendiamo quando pronunciamo la parola divorzio”.

 

Il paradigma perfetto non è realizzabile, c’è sempre un figlio che dice al telefono: mamma sta bene, o che un giorno annuncia che mamma è malata e che verrà a vivere a venti minuti da casa tua, e che adesso almeno avrete le vostre malattie di cui parlare. “Siamo divorziati”, “Giusto – risponde la figlia ormai adulta dei due divorziati – Mi sembra di ricordarlo. Credo che questo sia il nome di tutta la mia vita di merda. E di quella di Paul. Grazie tante”. Il paradigma perfetto è già andato al diavolo, le parolacce che vi siete detti, tu e la tua ex moglie, tu e il tuo ex marito, tornano a galla, e anche un vago ricordo di quella intesa privata, implicitamente sessuale, di quella cosa chiamata felicità coniugale che è davvero esistita, e adesso bisogna maneggiare i cocci con cura, essere saggi. Frank, il protagonista del romanzo di Ford, vive con la seconda moglie. Durante ogni visita si sforza di offrire ad Ann “un io predefinito”: un uomo che non mente, che sceglie la nobile strada dell’ottimismo, che si comporta bene in ogni circostanza, che rappresenta in modo plausibile la metà della magica-unione-di-anime-buone che ogni matrimonio promette di realizzare ma che raramente riesce a essere. Vuole che a lei resti almeno un residuo dell’incanto che sono stati. Lei era convinta, quando tutto andò in pezzi, che lui non l’amasse abbastanza, lui ancora adesso si rifiuta di ammetterlo. Dopo trent’anni, ci sono istanti, buoni e terribili, in cui lui non riesce a sopportare di guardarla. Dopo trent’anni, all’improvviso esce fuori un vecchio vezzeggiativo, o un lampo nello sguardo, o la domanda: tu sei felice?.“Il matrimonio è solo una storia che ha la pretesa di essere l’unica storia, non è così, tesoro?”. Dopo trent’anni, sono ancora lì, ex marito ed ex moglie, qualcosa che non riuscirà mai a essere niente.

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