La trappola dell’algoritmo

A furia di consigliare libri simili a quelli appena comprati e suggerire amici con cui abbiamo remote conoscenze in comune, la finestra sul mondo oggi pare una finestra sul cortile. Ma è proprio così? Libri e pazzie a confronto
La trappola dell’algoritmo

Un censimento delle stranezze letterarie registra nel 2009 un libro di sole domande. Non un racconto, non una lista, 137 pagine fitte di interrogativi – andando a capo come si farebbe in un romanzo, quindi cercando l’effetto – sull’universo mondo. Lo aveva scritto un americano di nome Padgett Powell, per certificare la serietà dell’impresa si era messo sotto l’ala protettiva di Walt Whitman: “Pensi che mi stupirei? Si stupisce la luce del giorno? O il codirosso mattiniero che cinguetta nel bosco? Mi stupisco io più di loro?” (i punti esclamativi di “O Capitano! Mio Capitano!”, entrati nel pop con Robin Williams e “L’attimo fuggente” son niente al confronto).

 

La prima domanda – “Le tue emozioni sono pure?”, nella traduzione Guanda – faceva venire voglia di chiudere il libro e scaraventarlo lontano (come fa Becky Sharp con il dizionario di Samuel Johnson all’inizio di “La fiera delle vanità”, allontanandosi dal collegio in carrozza). “Che rapporto hai con le patate?” già risulta più interessante. “Porteresti mai pantaloni con l’elastico?” conquista.

 

Sicuramente “The Interrogative Mood” (questo il titolo originale) sta tra i trentamila libri posseduti da Alberto Manguel, nel suo presbiterio-biblioteca francese. Argentino naturalizzato canadese, infanzia a Tel Aviv dove il padre era ambasciatore, a sedici anni leggeva i libri ad alta voce per Jorge Luis Borges, che era già cieco (si erano incontrati in una libreria di Buenos Aires). Manguel racconta la sua biblioteca come un animale fantastico, una specie di chimera messa insieme durante i vagabondaggi (in Italia, con Gianni Guadalupi ha scritto un “Dizionario dei luoghi fantastici”). E’ convinto che il voluminoso mostro possa rispondere a tutte le domande – sempre che uno riesca a districarsi tra molte teste. O almeno aiuti a riformulare meglio la domanda.

 

L’ultimo libro di Alberto Manguel – una cinquantina, comprese le antologie e una “Storia della lettura” – si intitola “Curiosity”. I titoli dei capitoli sono altrettante domande: “Cos’è il linguaggio? Chi sono io? Cosa ci faccio qui?”, e naturalmente “Perché facciamo domande?”. Per serendipity – la felice casualità che conduce verso una cosa interessante, senza che abbiamo mosso un dito per cercarla, e se l’abbiamo mosso era perché cercavamo qualcos’altro – lo abbiamo letto insieme a un articolo di Libération, sezione web, intitolato “L’internaute est devenu fainéant”.

 

“L’internauta è diventato pigro”. Senza neanche il punto di domanda (ma verrebbe la tentazione di metterci i più coloriti “fancazzista” o “fanigottone”). Si parla di chi naviga in rete oggi, usando sempre meno il vecchio e caro browser. Parecchio arriva sul nostro schermo tramite app, il che vuol dire in gran parte tramite social network, il che vuol dire in grandissima parte tramite Facebook o Twitter. Il Wall Street Journal e il New York Times stanno sperimentando gli “istant articles”: si caricano senza lasciare la pagina e senza cliccare su un link (“si me regge er dito…”, lamentava Franca Valeri, alias signora Cecioni, quando il telefono era a disco).

 

Siamo diventati pigri perché viviamo dentro la bolla dell’algoritmo. A furia di consigliare libri simili a quelli appena comprati, a furia di suggerire amici con cui abbiamo qualche remota conoscenza in comune (o anche solo una coincidenza di gusti o di manie), a furia di stabilire se un certo contenuto ci piace oppure no (così da attirare altri contenuti che potrebbero piacere), la finestra sul mondo pare una finestra sul cortile. Lo si era detto, in precedenza, della televisione, e su Libération viene ripetuto tale e quale: “Internet si avvia a diventare – il “si avvia” lo abbiamo aggiunto noi per evitare strilli e proteste via social network – “un mezzo passivo, ombelicale, lineare”. “Lineare” nel senso che mancano gli audaci salti e gli audaci rimandi che i pionieri internettiani sognavano. Usiamo chiamarla navigazione, eppure guardiamo quel che ci mettono sotto il naso, in genere su pochi canali.

 

Senza la tentazione dello zapping: gli algoritmi della raccomandazione creano una bolla superconfortevole. Rilanciamo i tweet su cui siamo d’accordo, e quelli su cui siamo d’accordo di non essere d’accordo. Mai una curiosità vera. Se non altro, per scongiurare la reazione di Steve Buscemi (il film era “Ghost World”) quando promettono di presentargli una ragazza “con i suoi gusti”: “Io li odio i miei gusti”. Per bucare la bolla, Libération propone una soluzione casalinga e una scientifica. A pari merito di demenzialità. Primo: mettere “I like” su roba che ci fa schifo, così da ingannare l’algoritmo e riprenderci l’indipendenza (sai che gioia, ricevere offerte di alberghi dove non vogliamo andare). Secondo: è ora che i programmatori progressisti mettano a punto “algoritmi di serendipità”, che appunto fanno sbattere il naso su cose che non cercavamo. Una mostruosa creatura, tra l’algoritmo doppiogiochista e l’educazione forzata delle masse popolari alla curiosità.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi