Se non siete sconnessi non sono vacanze, e altre crudeltà gratuite

Il disagio contemporaneo ha davvero a che fare con l’otium? "La vacanza si prende da una cosa che non piace e a me il mio lavoro piace moltissimo”. Questa estate 2015 è l’ottava senza Festivalbar e la prima smaccatamente anti-liberista (almeno nel Kepler452 dei pensatori).
Se non siete sconnessi non sono vacanze, e altre crudeltà gratuite

Adriano Celentano nel Bisbetico domato

"La vacanza si prende da una cosa che non piace e a me il mio lavoro piace moltissimo”. Non lo ha detto Ennio Flaiano e nemmeno Jeb Bush, ma Adriano Celentano, in sprezzante conversazione con Ornella Muti, ne “Il Bisbetico Domato”. Il lavoro in questione era l’agricoltore, quindi nulla di afferente al turbocapitalismo, tomba – affollatissima – di otium, negotium, riposo, contatto umano non virtuale e madre di efficientismo e ossessione vacanziera.

 

Questa estate 2015 è l’ottava senza Festivalbar e la prima smaccatamente anti-liberista (almeno nel Kepler452 dei pensatori). “Se il lavoro totalizza l’esistenza, i giorni di vacanza, considerati null’altro che svago, sono misurati con i criteri che valgono per i giorni lavorativi”, scrive Donatella Di Cesare, filosofa, sul pezzo di apertura della Lettura del Corriere della Sera di domenica scorsa, dove riesce, in due pagine, a dirci che in ferie sbagliamo praticamente tutto: a condividere le foto su Instagram (abbiamo dimenticato, probabilmente, che prima degli smartphone c’erano i filmini e le diapositive: quanto fosse peggio lo sa solo chi è stato immortalato dal proprio padre, in slip Adidas e telecamera di otto chili a spalla, mentre faceva la prima pipì sul bagnasciuga di Rimini); a scaricare le email; a dormire di più; a trascorrere “notti da sballo” in discoteca e pure a esplorare i fondali marini. Non che ciascuna di queste azioni sia scorretta, turbocapitalista e inumana in sé: piuttosto, insieme costituiscono l’eziologia di un particolare disagio contemporaneo – nell’articolo compare la parola “odierno”, che dovrebbe essere legale solo nei temi delle medie su Cesare Pavese. Si tratta, secondo Di Cesare, di sintomi di una malattia da cui “emerge la nostra asfissia temporale” e che ci rende inabili a riposarci quando riposiamo, a rassegnarci all’inoperosità, a non sentirci, per questo, assaliti dal vuoto e capaci al massimo di dissipare il tempo in modo ricorsivo e rassicurante (per esempio, dedicandosi allo shopping in modo che il giorno festivo assomigli a quello feriale: come se, per la gente che non abita sul Kepler452 dei pensatori, fare shopping fosse un’abitudine quotidiana) o, all’esatto opposto, capaci di stordirci con l’esotismo coatto. Fuggiremmo, insomma, dalla sola cosa che rende la vacanza degna di questo nome: una nuova e “altra esperienza del tempo”, come luogo in cui “trattenersi, soggiornare”, tenendo sempre a mente che riposare non significa stare in panciolle, ma agire in modo più elevato, ovvero affrancandosi “dall’economia dei fini”, cui era asservito persino Celentano che, dopo qualche pomeriggio tra l’oleandro e il baobab, prendeva il treno per raggiungere la sua amata.

 

[**Video_box_2**]La discussione sulla riappropriazione del tempo e di una sua dimensione disinteressata (cioè separata dal conto in banca, dal lavoro e dal narcisismo, ma pure, banalmente, dal diritto/dovere di sopravvivere) arroventa questa estate, ma scalda i motori da un po’: in America, dove secondo Forbes il 70 per cento delle persone è insoddisfatto del proprio lavoro, quando a gennaio Jeb Bush ha consigliato di lavorare di più si è tirato addosso un Niagara di critiche. Mai più che in questi mesi, le aperture di supermercati notturni e l’abolizione di fatto della domenica hanno riportato in auge pensieri di decrescita felice e sogni di investimenti in cottage in cui dedicarsi allo stesso lavoro del Bisbetico domato, dove, tuttavia, l’assenza di wifi provocherebbe epiloghi da Shining (e questo ce la dovrebbe dire lunga su cosa vogliamo davvero: non perderci nessun istante, forse per l’atavica malformazione con cui veniamo al mondo: la paura di morire). L’estate, allora, convoglia nel suo antro di pensieri nostalgici e horror vacui anche questa allerta da “umanità espropriata e venduta alla prima offerta Valtur”, che va a sommarsi all’allerta meteo, tradimento, meduse, squali, cancro alla pelle, congestione, abbandono animali domestici, abbandono anziani: in un tale oceano di periglio, chiedere di disconnettersi, senza nemmeno poter chiamare il 113 o vedere un tutorial su come “trattenersi e soggiornare nel tempo”, è un po’ crudele.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi