Imu e scuole paritarie, più libertà ai cattolici, più spazio al mercato

La recente decisione della Cassazione, secondo cui anche le scuole cattoliche devono pagare l’Imu, riapre fatalmente l’intera questione del rapporto tra educazione libera e istruzione di Stato, oltre che tra Chiesa e istituzioni.
Imu e scuole paritarie, più libertà ai cattolici, più spazio al mercato

La recente decisione della Cassazione, secondo cui anche le scuole cattoliche devono pagare l’Imu, riapre fatalmente l’intera questione del rapporto tra educazione libera e istruzione di Stato, oltre che tra Chiesa e istituzioni.

 

È comprensibile come alcuni tra i primi commenti abbiano sottolineato che il sistema scolastico italiano nel suo insieme difficilmente potrà reggere in assenza del contributo degli istituti di ispirazione religiosa. In certe aree, si pensi al Veneto, la loro presenza è significativa e se il versamento del tributo sugli immobili dovesse rendere impossibile la sopravvivenza di tali scuole, a risentirne sarebbe l’istruzione tutta. Per giunta, le nuove entrate dello Stato potrebbero essere annullate dai nuovi oneri a carico dello Stato, poiché il settore privato garantisce – anche al netto di quanto viene destinato agli istituti privati – notevoli economie che a questo punto, in qualche modo, sono a rischio.

 

Al di là di queste fondate preoccupazioni sembra opportuno evidenziare come vi sia più bisogno (e non meno) di concorrenza, pluralismo, varietà. È difficile immaginare che la qualità dell’offerta educativa possa eccellere in un quadro monopolizzato dai dipendenti statali. Uno dei maggiori economisti del secolo scorso, Milton Friedman, suggerì l’introduzione di “voucher” che garantissero a tutti la libertà di scegliere una scuola, pubblica o privata, proprio a partire dall’idea che la competizione induce a porsi al servizio dei clienti: in questo caso, degli studenti e delle famiglie.

 

La libertà, insomma, va apprezzata in sé e produce pure buoni frutti. In tal senso va aggiunto che la Chiesa per secoli ha saputo trarre beneficio da un ordine sociale che le garantiva ampia facoltà d’azione, lasciandola agire quale luogo di educazione delle giovani generazioni: basti pensare ai gesuiti e a molti altri ordini religiosi. In seguito, con il pieno trionfo dello Stato moderno, lo spazio di un’istruzione indipendente si è ridotto sempre di più, poiché i poteri sovrani hanno avuto bisogno di dotarsi di formidabili strumenti di costruzione del consenso.

 

Dopo l’unificazione di metà Ottocento, in particolare, da noi si è proceduto con determinazione a una progressiva statizzazione del sistema di insegnamento non tanto al fine di estendere e universalizzare la conoscenza (come talvolta si legge ancora), ma perché nella classe dirigente risorgimentale era forte la consapevolezza che, se si doveva “fare gli italiani”, era cruciale controllare le agenzie incaricate di formare le coscienze delle nuove generazioni. La scuola pubblica sorge al fine di operare una sostituzione: bisogna che i valori della società cattolica lascino il posto ai nuovi principi della Patria e della comunità nazionale.

 

[**Video_box_2**]È stata proprio l’esigenza di marginalizzare la fede cristiana a soffocare ogni possibilità di un mercato educativo nella Penisola. Per questo la difesa del diritto a esistere delle scuole confessionali coincide con la difesa della libertà di tutti ed è anche necessario rilevare come gli istituti a ispirazione religiosa e la stessa funzione educativa della Chiesa abbiano potuto esprimersi al meglio entro un quadro che lasciava spazio alla voglia di fare e al desiderio di mettersi al servizio degli altri. Nell’età della compiuta affermazione dello Stato nazionale, invece, questa modalità di evangelizzazione è stata subito messa in un angolo.

 

Bisogna allora prendere atto che, anche se l’ultima enciclica papale celebra il potere pubblico (fino al punto che quasi non pare esserci più spazio per le libere realtà di mercato: comprese quelle ispirate dall’insegnamento del Vangelo), le mille iniziative condotte dai cristiani di buona volontà rappresentano “de facto” una costante messa in discussione di un progetto istituzionale e culturale che, monopolizzando l’istruzione, prospetta una società del tutto omogeneizzata, senza spirito d’iniziativa, piegata alle ragioni del conformismo dominante.

 

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