La fine di Gawker stretto tra la tirannia del clic e l'etica giornalistica

Il caso Geithner, distrutto a "mezzo blog" per una scappatella omosessuale, e tutto quello che c'è dietro a quel modello giornalistico che si basa solamente sulla quantità di traffico creato. Perché il problema di dare alle persone ciò che vogliono è proprio ciò che vogliono le persone
La fine di Gawker stretto tra la tirannia del clic e l'etica giornalistica

C’è solo una cosa peggiore di pagare un escort senza consumare, è lasciare che Gawker pubblichi ogni schermata delle tue conversazioni (dove tra l’altro, tra dick-pic e sconcezze assortite, a complicare le cose vengono fuori anche imbarazzanti gusti musicali). È quello che è successo in un lungo articolo pubblicato una decina di giorni fa e oggi rimosso. È andata così. il direttore finanziario di Condé Nast, David Geithner, progetta una serata con un pornostar che di secondo lavoro fa l’escort (o viceversa, e comunque mai fidarsi di chi ha un doppio lavoro: è il caso non sia professionale in nessuno dei due), il quale si fa pagare un anticipo, perché furbo. Geithner crea una nuova mail per comunicare con l’escort usando però il proprio vero nome seguito da qualche numero, perché tonto e diseducato a non lasciar tracce. L’escort googla e scopre che è il fratello di Tim Geithner, ex segretario del tesoro, e nella mente della marchetta scatta l’associazione “politico = ne approfitto per farmi sistemare quel vecchio problema di sfratto in Texas”. Poche cose fanno perdere l’appetito sessuale come una marchetta che ti chiede di risolvergli le diatribe legali, quindi Geithner salda il conto senza mai vedere l’escort. Stiamo parlando di un uomo sposato e con tre figli.

 

In un sol colpo, Gawker ha fatto outing a Geithner, si è intromesso nella sua vita privata pubblicandone conversazioni, lo ha messo in una posizione imbarazzante sul piano lavorativo e umano e probabilmente gli ha devastato il matrimonio. Il tutto giustificandolo con il primo emendamento americano e con la linea editoriale del sito, che in una vecchia conversazione Denton spiegava così: “Cerco di immaginare di cosa vorrebbe parlare la gente stasera a una festa, e pubblico quello”. Non è la prima volta che succede. In passato, solo per citare qualche caso, ci sono stati: il lancio di Gawker Stalker Maps, dove inviare gli avvistamenti delle celebrity su una mappa incoraggiando allo stalking, la pubblicazione della corrispondenza privata di Sarah Palin, il sex tape lesbo di Miss Teen Usa (non googlate, aspettate almeno di finire di leggere) e quello di Hulk Hogan, il quale è in causa col sito per la modica cifra di cento milioni di dollari, e infine questo, che segna una vera e propria crisi. Perché? Perché è il momento sbagliato per prendersela con un gay (che l’uomo sia bisessuale è ampiamente ignorato dai media che hanno deciso sia omosessuale, quindi da proteggere, quindi un’imperdonabile aggressione, questa volta).

 

Sì, il primo emendamento protegge il giornalismo e i giornalisti ed è sacro e inviolabile ma c’è qualcosa che negli Stati Uniti vale di più: i soldi. Quando gli inserzionisti hanno letto le reazioni dei lettori e del mondo editoriale, dove il pezzo veniva definito “malato”, “inquietante” e “ripugnante” dall’élite giornalistica (Gleen Greenwald, Gabriel Sherman, Michael Wolff tra gli altri) hanno immediatamente congelato i conti. La reazione immediata di Nick Denton è stata di rimuovere l’articolo, il che non è mai successo dalla fondazione del giornale, provocando le dimissioni dei direttori Tommy Craggs e Max Read, che sostenevano la notiziabilità della vicenda, considerata coerente al microcosmo di gossip e scandali sessuali che ha portato Gawker da un gruppo di collaboratori part time chiusi in un ufficio di Manhattan a un colosso indipendente con oltre 160 impiegati e ricavi che toccano i 50 milioni di dollari all’anno. 

 

Il problema di dare alle persone ciò che vogliono è proprio ciò che vogliono le persone. In un vecchio articolo Denton racconta di essere passato da giornalista politico che si occupava di riforme post-comuniste nell’Est Europa, come da tesi di dottorato, a uno che non pubblicherebbe mai una storia con Rupert Mardoch a meno che non sia accompagnata dalla foto di ragazze scosciate. (È successo anche a Eli Pariser e a Jonah Peretti: fanno i loro compiti, mangiano tante verdure e poi diventano miliardari dandoci brioches). Denton dice che prima delle metriche web il suo interesse era quel che definiremmo highbrow, poi ha iniziato a dare alla gente quello che vuole. Bizzarro, è quello che fa anche il suo nemico BuzzFeed, è quello che cercano di fare tutti: assecondare il lettore, titillarlo, lasciare che clicchi e rimanga il tanto che basta da poter essere rivenduto a un inserzionista. Ma a differenza del colosso di Peretti, Gawker ha uno stile che gli si è ritorto contro.

 

BuzzFeed e Gawker vogliono dare entrambi al lettore ciò che vuole tramite un sistema studiato di metriche web, ma lo stile è opposto. Gawker ha sempre rivendicato di non avere limiti e di porsi come antagonista di quella famosa frase che dice un coniglietto a Bamby: “Se non puoi dire qualcosa di carino, non dire nulla”, che è anche la posizione adottata nelle linee guida dalla critica letteraria di BuzzFeed per recensire i libri. Al contrario, per lo staff di Gawker il tono è sempre stato quello del commento stronzetto, maligno, sarcastico, il tono di chi vuole vincere una discussione con umorismo crudele, o per capirci fra noi, quello che usiamo su internet. Lo chiamano “snarky” e lo oppongono al tono “smurm”, traducibile con untuoso, cioè quell’atteggiamento di falsa grazia, di adulazione forzata e servile di chi non ti dirà mai cosa pensa di te. È ciò che ha funzionato per molto e che oggi sembra in crisi. Si impara presto che non sempre si può dire la verità senza sembrare di avere la sindrome di Tourette, in società e nel mondo civile ha senso limitarsi.

 

Qual è l’esito del millantato stile parresiasta di Gawker, di questi giornalisti indipendenti che dicono la verità al potere? Facile, è il sedere di Hulk Hogan mentre giace con l’ex moglie di un amico e le schermate di sexting tra una marchetta e il direttore finanziario di un gruppo editoriale; il tutto col tono moralista di chi, solo per il fatto di poter pubblicare, si sente in dovere di farlo e di dileggiare impunemente chiamandolo giornalismo, un po’ come da noi fanno le Iene. La verità è che ciò che ci piace leggere e ficcanasare, per quanto gustoso, devasta e distrugge le vite degli altri, e ci si potrebbe chiedere qual è il limite di un giornalismo che batte la falsa moneta della libertà pubblicano notizie che non lo sono, e che poi è obbligato a fare i conti col principio di realtà e ritira tutto, con grandi scuse. 

 

Possiamo almeno, per una volta, dircela la verità su noi stessi. È colpa nostra, siamo noi che ogni volta travalichiamo il limite senza pagare il conto. Come scrive Salon è assurdo pensare che tutte le norme siano lì per essere sovvertite e cancellate, non tutti i limiti di pubblica decenza devono essere oltrepassati. Legittimare lo sputtanamento per i gusti sessuali, gli americani dicono sex-shaming, per estorcere informazioni e click, non è difendibile. Grazie, lo leggeremo con piacere e morbosità, ma non fingeremo sia accettabile infilarci nei cassetti delle mutande degli altri. 

 

[**Video_box_2**]Sì, Denton si è pentito, ha ritirato l’articolo, ha pubblicamente ammesso le proprie colpe e sostenuto serva ripensare Gawker, farlo crescere ed emanciparsi da quello stile adolescenziale del “scrivo tutto quello che voglio purché sia vero”, ma per uno che ha sempre sostenuto la superiorità delle metriche e del traffico c’è un altro problema: il modello ha fallito.

 

È vero, tutti hanno una piattaforma di pubblicazione e nessuno ha una carriera. È vero, qualunque uomo appena sveglio si connette. È vero, il modello prestigioso top-down è da anni sotto attacco dal chiunque può dire la sua e le comunità dei giornali sono necessarie. È vero, il volume di traffico tiranneggia la qualità. Ma se persino la piattaforma proprietaria Kinja non porta il traffico desiderato, gli inserzionisti si dileguano, i lettori calano, qualcosa non sta funzionando. Questo spinge a scrivere articoli come quello incriminato, che peggiorano le cose anziché migliorarle e spingono Denton a ripensare all’intero modello, ancora una volta, per riadattarsi a noi. Non è più solo una questione di stile e libertà giornalistica, è una questione di sopravvivenza nell’impero editoriale dove gli avversari si chiamano BuzzFeed, Mashable, Business Insider, Vice, Vox, Upworthy. La festa la stanno facendo loro a Gawker, ma almeno sappiamo che lì non se ne parlerà male, forse di lui non si parlerà affatto.

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