Il mare di vivere ho incontrato

Montanelli, Moravia, Brancati, De Sica, Jean Renoir, Gregory Peck, Sordi al compleanno della Bergman e i Finzi-Contini. Tra Papi e Sovrani, welcome to Santa Marinella lido
Il mare di vivere ho incontrato

Giampaolo Talani, “Cinque ragazzi sulla battigia”

Seconda puntata della serie "Gli spiaggiati". La prima puntata la potete leggere qui.


 

 

Dici Santa Marinella, e ti ridono in faccia. Se dici vado a Santa Marinella, a Roma ti guardano con costernazione. Poverino. Avrà una nonna malata laggiù. O degli amici rumeni. Se lo dici a signore agées, ti guarderanno come se chiedessi loro di ballare un cha-cha-cha, con stupore riconoscente. Però tutti i romani un po’ “bene”, anche non agés, gratta gratta hanno avuto una casa, e hanno una storia, su Santa Marinella. “Ma io sono stata miss Santa Marinella” mi dice sbattendo gli occhioni Irene Ghergo, autrice mitologica figlia di Arturo, l’Avedon dell’alta borghesia romana, colui che iconizzò Domietta del Drago e Maria Michi ma anche Andreotti, raschiando e pitturando negativi 18x24 con photoshop d’epoca a chilometri zero, e sparando luce bianca su volti magari non avvantaggiati.

 

Inventando anche l’immagine di Pio XII e il famoso gesto con l’indice e medio alzati e anulare piegato (pare a significare la Trinità), che poi il Duodecimo utilizzerà in tutta la carriera con grande successo. E il genius loci santamarinellese è innanzitutto pacelliano, e prendendo l’Aurelia sulla nostra fantastica Audi A3 cabrio si arriva subito a questa villa Pacelli, sul lungomare. In una specie di miglio d’oro, di quartiere d’ambasciate di una capitalina tropicale o neutrale identica a Montreux (c’è anche un ecomostro identico a venti piani, proprio come nella cittadina svizzera sul lungolago, manca solo Nabokov che va a caccia di farfalle).

 

Eccola dunque la villa Pacelli, rossa e bianca con palmizio, e proprio in faccia a villa Iolanda, fatta costruire da Vittorio Emanuele III per la figlia tisica, poi donata all’ospedale Bambin Gesù. Sia il futuro Papa che la principessa soffrivano di problemi respiratori, e il genius loci qui è chiaramente polmonare. “Qui c’è un’alga che si trova soltanto a Santa Marinella e in Giappone”, dice un signor Marcello nuotando nell’acqua limpidissima tra ricci e pesci di improbabile grossezza, perché qui non ci sono gli spurghi di Ostia o i torrenti melmosi maremmani. Come in una “Youth matriciana”, il signor Marcello, deposta la bombola d’ossigeno, fa la sua nuotata insieme ad altri anziani (una napoletana e una milanese sugli ottanta che parlano di ventilatori) e spiega quest’alga e il microclima santamarinellese, con correnti che generano uno iodio che ha salvato parecchie dinastie.

 

Siamo sul moletto delle Najadi, hotel di piccolo charme cementizio, con facciate color zafferano consunte, epicentro e ambasciata di santamarinellesità in purezza. Tentativi di allontanare i forestieri e “l’altro”. “Si può pagare con la carta?” (esitazione); si può avere un caffè americano? (“Non so se abbiamo la macchina”; “lo zucchero di canna? non lo teniamo”), più sguardi oblunghi – il santamarinellese è diffidenza e ruvidità maremmane più indolenza romana. Il primo impulso, fuggire lontano. Come da tutti gli altri posti, qui: al Gigi bar, con cartello “gelatoteca” anni Ottanta e pubblicità Algida “cuore di panna”, facce da tagliagola e cornetti e maniere di uguale ruvidità, e un cartello “to seat outside you have to drink”, devi da consumà. E in un altro bar, se chiedi un succo di pomodoro, dopo attimi di consultazioni, ti rispondono “c’è la passata, va bene uguale?”.
Servono anni di studi, poi si capisce che si tratta di ostacoli frapposti alla modernità, è come la traversata del bosco coi lupi nella Morfologia della Fiaba, e superate le tenzoni ti si spalanca poi questo mare senza pari a Roma, e soprattutto queste storie. “Devo avere ancora la fascia di miss da qualche parte” dice Ghergo, “me l’hanno data alle Najadi” e tutto gira intorno a questo hotel sul lungomare Marconi e a un “Sapore di Mare” molto prequel (qui accanto c’è il villino del professor Melidoni, papà di Lisa Vanzina), e qualcuno si ricorda ancora i tormentoni del povero avvocato Punturieri, con casa qui, e quelle due figlie bellissime, Marina (poi Lante della Rovere e poi Ripa di Meana) e Paola: belle ragazze romane in fiore in mezzo a tanto iodio e al boom.

 

A rebours: ecco anche il villino d’Amelio, storica dinastia d’amministratori di casa Savoia, con politiche matrimoniali – dice una dama – degne della regina Vittoria (“su cinque figlie, una aveva sposato i pannolini Lines, una un Folonari del vino, una un Rebecchini); e il barchino d’Antonio d’Amelio eccolo lì in rada, che sorveglia il villino dall’acqua.

 

Basta mettersi sul moletto delle Najadi, e poco dopo si avrà l’accesso alla bellezza (una luce arancione, che illumina il mare al tramonto su facciate crollanti in mare di villini confinanti tipo New England; il silenzio, la vongola perfetta - questa non è una marchetta, non ci hanno offerto neanche un caffè). Soprattutto, tante leggende: come bucare una scatola di caffé sottovuoto con la punta della forchetta, ecco spirare tutti i fantasmi del luogo, che sono tanti. Gli ebrei romani, che hanno continuato a venirci, qui. “Lo scriva, che questo con l’Iran è un accordo vergognoso!” dice alzandosi dalla sua sdraio David Limentani, ottantaquattro anni, bella faccia rubizza, e “cocciaro del papa”, cioè fornitore, con un mitologico negozio di stoviglie al Ghetto, della Santa Sede. Oltre che amico di Wojtyla, cui fece da mediatore per la prima visita di un Papa al ghetto di Roma.

 

E sarà un caso ma proprio qui in questo hotel Giorgio Bassani ha scritto quasi tutto il suo “Giardino dei Finzi-Contini”. “Quella là, quella là, era la stanza dove l’ha scritto, al primo piano”; indica la signora Fiorella Grimaldi, rezdora di questo epicentro di memorie. “Veniva su da Roma la sera con la macchina della Rai, perché all’epoca era vicepresidente della televisione, e tornava in città dopo pranzo”. Ci sono le prove; in dediche, qui, e nel prologo del romanzo: e a scendere giù sulla spiaggia della Passeggiata, a vedere tutti questi ragazzini tra dei gran “A Samuel, ‘a protezzzione!” e “a David, te suona l’aifon”. Lo storico locale,  professor Livio Spinelli, che è stato anche corrispondente da Civitavecchia per il Tempo (“nell’epoca di Gianni Letta”, aggiunge con orgoglio) sostiene che i primi ebrei arrivarono a Santa Marinella negli anni Trenta quando alla scuola di Marina di Civitavecchia venne istituita una sezione speciale israelitica. “Si era ancora lontani dalle leggi razziali, e il generale Guido Mendes, amico di Pacelli e celebre pneumologo” (ancora i polmoni) “cominciò a far venire i primi ebrei da formare non solo come militari di Marina ma anche come piloti di pescherecci, che sarebbero poi serviti a Israele per mettere su la sua flotta sia civile che militare. La prima nave da guerra con la bandiera israeliana della storia apparve del resto qui”.

 

Finzi-Contini dunque sur mer, e tante delle ville liberty sulla passeggiata appartengono ancora a famiglie ebraiche; anche se i sofistici sostengono che l’ispirazione per il libro di Bassani (qui gli è dedicata una via polverosa, che porta a un parcheggio) sia venuta in una gita verso Santa Severa, e c’è grande rivalità con l’altro comune, così diverso. Santa Severa è mare di villone e non di villini, è un mare repubblicano, di presidenti, un mare laico, mentre qui siamo in terra di Re e Papi e rabbini (a Santa Severa avevano Casa Scalfaro, Cossiga, Ciampi, e nell’anno tremendo 1992 ci fu la famosa partenza a sirene spiegate per palazzo Chigi, quando saltarono i centralini).

 

Tra Papi  e Sovrani, qui, rapporti più easy: pare che tra casa Pacelli e Casa Savoia in vista dei patti Lateranensi ci fosse tutto uno scambio di messi, anche in calzoncini, e bastava attraversare la strada e celarsi dietro gli oleandri su questo lungomare Marconi, per intrattenere negoziati che a Roma sarebbero stati più difficili, e del resto a casa Pacelli si trattava per conto del Santo padre almeno dall’Ottocento, era il core business di famiglia.

 

Il villino, con le palme falcidiate dal punteruolo rosso (che ha portato strage tra i giardini secolari santamarinellesi) dev’essere uno dei primi edificati, quando nacque questa Montreux tra la via Aurelia e il West. E la storia la racconta don Carlo Odescalchi nel suo maniero arroccato sul porto; si parcheggia dunque la Audi di fronte al castello, si mette la marcia in “P”, si tira su la capote elettrica per evitare che entrino gli aghi di pino e si entra in un parco meraviglioso che guarda il mare su tre lati. Parco produttivo: gli Odescalchi sono i feudatari dello sposalizio turrito da Roma in su: dai cugini di Bracciano si sposano celebrità hollywoodiane e scientologhe come Tom Cruise, a Palo Laziale altri cugini, e qui a Santa Marinella, saloni sempre sold out per sponsali borghesi sui torrioni rifatti negli anni Sessanta (“il castello stava venendo giù, mio padre l’ha fatto rinforzare in cemento armato” dice don Carlo mentre un grosso cane principesco Trippa mi lecca le gambe nel parco che aggetta sul mare.

 

“Gli Odescalchi comprano la tenuta (550 ettari) alla fine dell’Ottocento dalla Chiesa - dice il principe - e Baldassarre dà inizio alla trasformazione di quella che era sostanzialmente una tenuta di caccia”. Poi Baldassarre, che è senatore e politico, lancia il primo piano regolatore, e trasforma Santa Marinella in un luogo turistico, con una lottizzazione che prevede per ogni appezzamento un villino col suo giardino, e siamo all’eclettismo di Raffaele Ojetti, il Rem Koolhass di casa Odescalchi, e papà di un direttore del Corriere della Sera. I primi villini vanno agli stessi Ojetti, poi al barone Marincola, e poi a tanti giornalisti e scrittori per una Capalbio d’epoca, probabilmente più divertente.

 

[**Video_box_2**]Grazie anche al treno, che arriva qui tipo Frecciabianca già dal 1858, con tre carrozze  tipo Business del silenzio riservate al Pontefice, giungono da Roma i migliori giornalisti, e molte fanciulle: sopra tutte, Olga Lodi, una Oriana Fallaci umbertina che ne fa di ogni. Eccolo il suo villino, oggi, tra casa Pacelli e casa Savoia, tutto ricoperto di edere, e qui scriveva le sue cronache mondane su “Cronaca bizantina”, una Rivista Studio dell’epoca, e sul Capitan Fracassa. Diventando nel frattempo morosa di d’Annunzio, che in macchina si perde sull’Aurelia (“ma di dove mai si arriva a codesta Santa Marinella”, le scrive in tempi pre-gps, mentre noi qui si imposta l’indirizzo sul navigatore e si arriva subito), e poi, andato presumibilmente in bianco, la mette quasi tutta nella Elena del “Piacere”. Poi la Lodi, qui con la sua amica Maria Montessori, studierà campagne contro lo sfruttamento della donna e del fanciullo, e poi presta casa a Matilde Serao che verrà, settantenne, a godere del microclima con un toy boy di trentaquattro, altro che premier Macron. Dinamiche insomma  molto più interessanti, un tempo, altro che la scrittrice tutta sospiri e fremiti - naturalmente in crisi - Laura Morante a Santa Marinella in “Nessuno mi pettina bene come il vento”, film di Peter del Monte girato qui ultimamente, però in piazza Marincola, tra palazzi che paiono scatole di macaron de La Durée, di uno squisito barocchetto pinciano.

 

Altri cinematografi d’epoca: dopo lo splendore umbertino e quello israelitico, la terza ondata, negli anni Cinquanta, ecco hollywood sul Tevere e nel villino. Ecco un tour: riprendiamo l’Audi, andiamo piano piano: ecco la casa di Totò, vicino a un orrido hotel di calcestruzzo, con lolite russe a protezione 50 nella piscina (“ma la mafia russa, a differenza che in altre parti del litorale romano, qui attecchisce poco, qui il controllo del territorio è ancora vaticano, e funziona”, dice sempre lo storico Spinelli). Ecco la casa delle sorelle Genesi, regine delle pellicole e del montaggio ai tempi dei telefoni bianchi (un villone dritto con decorazioni blu uguali a quelle del padiglione turkmeno dell’Expo). Prima di tornare alle Najadi, ecco lo stabilimento “Romitelli”, oggi ribattezzato “Capolinaro Beach”, dove Giulio Andreotti prendeva i bagni di sole. Alle Najadi intanto ci sono re Farouk d’Egitto, che si trova talmente bene da voler assumere il signor Grimaldi come amministratore della villa che si è fatto fare al quartiere Africano; c’è Esther Williams che viene a fare il bagno qui facendo com’è giusto complicate coreografie; c’è Angelo Lombardi, “l’amico degli animali”, che dalle Galapagos aveva portato due tartarughe giganti, le avevamo messe qui in acqua, ma poi son scappate” dice sempre la signora Fiorella.

 

E poi c’è naturalmente Ingrid Bergman, blindata da Rossellini in una villa severa all’ingresso del paese. Lì, altro epicentro di santamarinellesità: Montanelli, Moravia, Brancati. De Sica con i figli Christian e Manuel. E Jean Renoir, Gregory Peck, in pausa dal set di “Vacanze romane”, e poi Rock Hudson e il produttore Sam Spiegel. E Alberto Sordi che al compleanno della Bergman parla in finto svedese per un’ora con l’ambasciatore di Svezia (oggi la villa, con nemesi ciociara, appartiene alla famiglia Zeppieri, ras delle corriere per i Castelli romani). La villa si vede bene passando in macchina, a capote giù, si vede anche il muretto fatto costruire da Rossellini contro le orde di paparazzi. Ma adesso è ora di riprendere l’Aurelia, di risalire sull’A3, spingendo sul pedale dell’acceleratore. Di tornare alla realtà, purtroppo.

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