I ghiacci artici non ascoltano gli allarmi e non si decidono a sciogliersi

Un imperativo morale, una buona battaglia da combattere, un nuovo idolo da adorare, una missione che dà senso e significato al nostro agire, un senso di colpa atavico che scacceremo solo spegnendo la luce uscendo dalla stanza e spegnendo il motore delle nostre automobili.
I ghiacci artici non ascoltano gli allarmi e non si decidono a sciogliersi

Una veduta dell'Oceano Artico (foto LaPresse)

Roma. Un imperativo morale, una buona battaglia da combattere, un nuovo idolo da adorare, una missione che dà senso e significato al nostro agire, un senso di colpa atavico che scacceremo solo spegnendo la luce uscendo dalla stanza e spegnendo il motore delle nostre automobili. La lotta ai cambiamenti climatici è tornata di moda, dopo qualche anno passato a leccarsi le ferite dopo smentite arrivate dalla realtà alle previsioni catastrofiste. Si prendano per esempio i due poli della Terra, nord e sud. Quelli che in film e documentari si sciolgono innalzando il livello dei mari e sommergendo parte delle terre emerse e abitate dall’uomo. Da anni l’Antartide non soltanto non si scioglie, ma in alcune parti addirittura cresce. Esperti di tutto il mondo si sono affrettati a spiegare – con un gran senso del paradosso – che non vuol dire niente, e che anzi quello è un effetto del global warming (e dunque un riscaldamento globale ha un raffreddamento come effetto locale). Nel 2007 un gruppo di scienziati americani spiegò che il Polo nord sarebbe stato completamente libero dai ghiacci in estate già dal 2013. Un anno in più concesse all’Artico Al Gore, ex vicepresidente americano che si è rifatto verginità e portafoglio diventando paladino del clima da salvare: “La calotta polare si sta sciogliendo, e sarà del tutto scomparsa in estate entro sette anni”, disse accettando il Nobel per la Pace consegnatogli per il documentario “Una scomoda verità”, che nel giro di poco tempo sarebbe stato vietato nelle scuole del Regno Unito perché pieno zeppo di inesattezze scientifiche. Quando nel 2012 l’estensione dei ghiacci al Polo nord si è drasticamente ridotta rispetto alla media degli anni precedenti sembrava che per una volta i catastrofisti avessero indovinato. Invece dall’anno successivo la calotta ha ripreso a crescere, nel silenzio dei media che a ogni iceberg che si stacca rievocano invece disgrazie imminenti.

 

Lunedì scorso è stato pubblicato su Nature Geoscience uno studio dettagliato su volume ed estensione dei ghiacci artici nell’ultimo anno. Il paper, ripreso in Italia dal sito Climate Monitor, sostiene dati alla mano che al Polo nord c’è molto più ghiaccio di quel che si pensasse, e che questo sia concentrato più sott’acqua che sopra: meno estensione ma più volume, insomma. “Colpa” dell’estate fredda del 2013, che da sola ha fatto recuperare e superare il ghiaccio che si era perduto nel 2012. In sintesi, meglio diffidare di chi sostiene di potere prevedere come si comporterà il ghiaccio da qui a qualche anno, dato che molto dipende da quello che succede anno per anno (eppure continuiamo a emettere la brutta e sporca CO2, no? Non dovrebbe sciogliersi tutto irrimediabilmente?).

 

[**Video_box_2**]Ancora il sito Climate Monitor ha pubblicato alcuni grafici molto interessanti sull’andamento delle temperature nella regione artica. Se si osserva l’arco temporale che va dal 2000 al 2015 si nota sì un aumento, ma anche che da una decina d’anni la temperatura non aumenta più. Allargando lo sguardo, e osservando le variazioni dal 1957 a oggi, si vede che dalla fine degli anni Novanta (un po’ tardi, no?) le temperature in quella zona sono salite. Il grafico più istruttivo è però il terzo, quello in cui si nota che dal 1920 al 2015 sono stati due i picchi di calore: quello recente che ha fatto allarmare Al Gore e un altro in pieni anni Trenta, periodo in cui al Polo faceva parecchio caldo. Eppure il riscaldamento globale era ancora di là da venire.

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