L'amore progressista per vincere la noia della libertà degli scapoli

Il canovaccio dell’amore progressista è apparso pochi giorni fa sull’Huffington Post Us, a firma di Isabelle Tessier, blogger che si definisce “eterna adolescente di 33 anni, mamma in una realtà di condivisione, innamorata dell’amore”.
L'amore progressista per vincere la noia della libertà degli scapoli

Una scena del film "The Big Lebowski" (1998)

Il canovaccio dell’amore progressista è apparso pochi giorni fa sull’Huffington Post Us, a firma di Isabelle Tessier, blogger che si definisce “eterna adolescente di 33 anni, mamma in una realtà di condivisione, innamorata dell’amore”. Come in tutte le cose progressiste, c’è una mission: essere single, ma dentro la coppia – pazienza per il principio di non contraddizione, che in fondo è una bufala borghese. Come? Un esempio concreto. E’ notte fonda. Siete femmine. State dormendo, quando venite svegliate dal telefono che squilla. È lui, il vostro (perdonate il possessivo) lui, che vi chiama da una pozza di rigurgito alcolico, biascicando una richiesta di aiuto mixata a una d’amore, qualcosa tipo “sapessi che serata, ci siamo bevuti pure il fiume, era pieno di bonazze che mi fissavano e anche io le fissavo, tanto da notare che nessuna aveva lo stesso mandolino attaccato alla colonna vertebrale che hai tu e allora ho capito quanto mi mancavi. Non voglio passare un altro minuto senza di te: vieni a prendermi e, già che ci sei, portami una t-shirt pulita e delle patatine al pollo. Mi trovi sul primo tombino di via Bruno Buozzi”. Nella Sicilia di Divorzio all’italiana (film del 1961, dove si dimostra come il patriarcato poteva rivelarsi funzionale alla libertà femminile), tanto sarebbe bastato, a una donna, per imbracciare le armi e far fuori il gentleman, difendendosi in tribunale con due sole parole: “Mi disonorò”.

 

Adesso, 54 anni dopo, al posto del revolver, verso un uomo del genere sembra arrivato il momento di indirizzare le più alte speranze sentimentali. Effettivamente, solo una pazza barbosa che ha come ambizione massima la nevrosi e la sbiaditezza di Liv Ullman in Scene da un matrimonio, è incapace di sognare di avere accanto un uomo di questa levatura, capace di prodezze estetizzanti come farla camminare avanti per “godersi la vista del mio sedere”, progettare l’appartamento dei sogni “pur sapendo che forse non andremo mai a vivere insieme”, partire all’improvviso con i suoi amici “lasciandomi sola e annoiata ad aspettare un ciao su Facebook”, sorprenderla con un “prendi il passaporto, partiamo!”. “Un giorno ti troverò”, scrive Tessier in calce alla sua lettera aperta sull’Huffington (diventata virale in brevissimo tempo, grazie alla “realtà della condivisione”), dando inavvertitamente la notizia del secolo: il maschio vitellone che ci tratta come compagne di banco/birre/commilitoni, è difficile da trovare (Vanity Fair dovrebbe tremare: che ne sarà dei suoi condivisissimi decaloghi sulle scelleratezze maschili?).

 

Dal successo della lettera di questa trentatreenne innamorata dell’amore, poi, di notizia se ne deduce un’altra: le donne vogliono un fidanzato amico. Uno con cui fare qualunque cosa e mostrarsi in qualsivoglia stato (sbronze, zozze, pelose, sudate, assonnate, gonfie, struccate), perché se la libertà finisce dove comincia quella degli altri, per averne di più è evidente che basta spostare l’asticella del consentito, del gradevole (per ogni flirt di lui, si guadagnano 5 bonus per “rientro a casa ubriaca dopo una serata con gli amici) e dimenticarsi che alla persona che abbiamo accanto dovremmo tentare di dare il nostro meglio (tanto il meglio si dà al capo e il reggicalze si compra per l’autostima).

 

L’amore progressista, allora, falcia e archivia la gelosia, il possesso, la dedizione, la segretezza, il mistero, il gioco teatrale, la seduzione, la galanteria, la fedeltà (con l’ingenua convinzione che legalizzare il flirt sia una battaglia di civiltà come quella contro il proibizionismo e dimenticandosi che, in una coppia, non si è parlamentari, ma felini faticosamente addomesticati), cioè tutti gli odiosi ma irresistibili crismi bipolari che, finora, per qualche imponderabile ragione, abbiamo deciso di accettare per redimerci dalla noia annichilente della libertà degli scapoli.

 

[**Video_box_2**]Il 21 luglio del 1989 usciva nelle sale americane “Harry ti presento Sally”, diretto da Rob Reiner e scritto da Nora Ephron. Poco prima di innamorarsi di Billy Crystal, Meg Ryan gli racconta di aver da poco chiuso una relazione importante con un uomo che non voleva figli perché non intendeva rinunciare alla possibilità di fare l’amore sul pavimento della cucina e di prendere un biglietto per Roma da un giorno all’altro. Solo che a Roma avevano finito col non andarci mai e al sesso in cucina avevano dovuto rinunciare perché “le mattonelle del pavimento erano di ceramica troppo dura”. Magari a Isabelle Tessier andrà meglio, ma le verità dei film di Nora Ephron si annullano – forse - solo su Plutone. Perché lì non c’è vita.

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