Dopo Charlie

Senza saperlo, Salman Rushdie ci fece entrare nel Ventunesimo secolo, quando nel 1989 a causa del suo romanzo “I versi satanici” fu colpito dalla fatwa dell’ayatollah Khomeini, perché ritenuto blasfemo nei confronti di Maometto.
Dopo Charlie

Salman Rushdie (foto LaPresse)

Parigi. Senza saperlo, Salman Rushdie ci fece entrare nel Ventunesimo secolo, quando nel 1989 a causa del suo romanzo “I versi satanici” fu colpito dalla fatwa dell’ayatollah Khomeini, perché ritenuto blasfemo nei confronti di Maometto. Come la caduta del Muro di Berlino, quella condanna a morte aprì all’occidente le porte di una nuova stagione, facendoci scoprire la violenza incommensurabile e inedita che si celava dietro alla parola fatwa, violenza fisica e psicologica che tormentò l’esistenza dello scrittore naturalizzato britannico, costretto a vivere per anni in clandestinità e sotto protezione.

 

Sono passati ventisei anni da quando Khomeini, il 14 luglio 1989 su Radio Teheran, lanciò la fatwa (riconfermata nel 2008 dal regime degli ayatollah), eppure nonostante la tempesta che si scatenò attorno ai “Versi satanici”, nonostante Theo van Gogh, Ayaan Hirsi Ali, Charlie Hebdo e tutti coloro che hanno pagato a caro prezzo la loro libertà di parola e di critica nei confronti dell’islam, per Rushdie l’occidente ha tratto solo dei “cattivi insegnamenti” da ciò che è successo, e anzi di fronte all’ascesa inarrestabile e spietata dell’estremismo islamico ci sono stati “dei compromessi e delle rese”. In un’intervista rilasciata al settimanale francese Express, Rushdie ha fatto il punto sulla libertà d’espressione, sullo stato di salute dell’occidente alle prese con il senso di colpa, sull’islam e su come un certo mondo letterario e intellettuale si genufletta e rinunci pavidamente ai propri valori.

 

“Sono passati più di venticinque anni dal libro e mi sembra che siano stati tratti dei cattivi insegnamenti. Invece di giungere alla conclusione che bisogna opporsi a questi attacchi contro la libertà di esprimersi, abbiamo ritenuto opportuno placarli attraverso dei compromessi e delle rese”, ha detto lo scrittore britannico. E l’ultima resa, tra le numerose che hanno costellato questi ultimi anni, è quella di Charlie Hebdo, che, come  ha dichiarato nel fine settimana il suo attuale direttore, Laurent Sourisseau, non pubblicherà mai più vignette su Maometto. Un passo indietro, una sconfitta del mondo intellettuale, culturale e giornalistico occidentale che, dice Rushdie, è ossessionato dalla paura di essere tacciato di “islamofobia”. “Finiamola con il tabù dell’islamofobia. Lo ripeto. Perché non possiamo dibattere sull’islam? E’ possibile rispettare gli individui e preservarli dall’intolleranza, manifestando allo stesso tempo il proprio scetticismo verso le loro idee, e perfino criticarle ferocemente”.

 

Combattere l’estremismo

 

Rushdie ha ribadito di essere ancora “sbalordito” per quanto successo a maggio, quando alcuni intellettuali appartenenti al Pen Club, uno dei più prestigiosi circoli letterari americani, boicottarono la cerimonia di premiazione che conferì a Charlie Hebdo il premio per la libertà d’espressione, quelle “fighette”, come lo scrittore britannico li definì su Twitter, che ritenevano il settimanale satirico francese un covo di islamofobi e di intolleranti. “Ho avuto la sensazione che se gli attacchi contro i ‘Versi satanici’ si verificassero oggi, queste persone non prenderebbero la mia difesa e userebbero gli stessi argomenti contro di me, accusandomi di insultare una minoranza etnica e culturale”, dice Rushdie.

 

[**Video_box_2**]L’autore spende anche alcune parole sul suo periodo di “morto vivente” in seguito alla pubblicazione dei “Versi satanici” e alla conseguente fatwa, riconoscendo di aver “sofferto molto per il fatto di essere stato condannato e di vivere nella penombra e nella clandestinità”. L’estremismo islamico costituisce un attacco contro il mondo occidentale, “ma anche contro i musulmani stessi”, dice Rushdie, lanciando una frecciata alla scelta della direzione di Charlie Hebdo di mettersi il bavaglio sull’islam: “Stare in silenzio non rende un servizio ai musulmani”. E ancora: “Ai tempi dell’affaire dei ‘Versi satanici’ i sostenitori degli ayatollah, a Londra e altrove, minacciavano innanzitutto coloro che non approvavano la fatwa lanciata contro di me. (…) Combattere l’estremismo non significa combattere l’islam. Al contrario, significa difenderlo”.

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