Estate con i nostri nonni

Guerra e pace delle nonne

Il tema che accompagnerà i lettori del Foglio da qui alla fine dell’estate è un tema che riguarda tutti noi, che riguarda le nostre vite, le nostre famiglie, i nostri genitori, i nostri figli, i nostri amici, le nostre esistenze, i nostri affetti, i nostri ricordi e che, in due parole, potremmo sintetizzare così: i nonni.
Guerra e pace delle nonne

Eugenio Zampighi, “I nonni”, 1940

Il tema che accompagnerà i lettori del Foglio da qui alla fine dell’estate è un tema che riguarda tutti noi, che riguarda le nostre vite, le nostre famiglie, i nostri genitori, i nostri figli, i nostri amici, le nostre esistenze, i nostri affetti, i nostri ricordi e che, in due parole, potremmo sintetizzare così: i nonni. I nonni possono essere intesi nell’accezione tradizionale delle storie familiari delle persone che hanno avuto la fortuna di crescere a fianco dei genitori dei propri genitori, e troverete anche questo nelle pagine che vi offriremo, ma l’idea del Foglio è anche raccontare attraverso le storie dei nostri nonni qualcosa che riguarda il dna affettivo del nostro paese, con le sue sfumature, con le sue memorie, con i suoi sorrisi, con le sue lacrime e, volendo, anche con i suoi amori. I nonni sono il punto perfetto di intersezione tra una vita e un’altra, tra un’Italia e un’altra, tra un pezzo di paese e un altro, e nell’epoca dell’Italia dei ragazzini abbiamo pensato che raccontare i nonni, anche i nostri nonni, sia un modo perfetto per mettere insieme i puntini di un pezzo d’Italia che ci piace fino alle lacrime. Buona lettura.


La notte in cui ero morta ho sognato le mie nonne, morte anche loro da qualche anno. Ma quella notte ero quasi più morta io: avevo la febbre a quarantuno, respiravo male, non potevo né muovermi né stare ferma, avevo un elefante seduto sul petto, ma dicevo non è niente, è influenza, deve sfogarsi, il brodo di pollo mi farà bene. Però nel sogno le nonne sembravano preoccupate: stavano sedute su due poltrone verdi vicino al mio letto, ma non abbastanza vicine perché riuscissi a sentire quello che dicevano; confabulavano fra loro e mi lanciavano delle occhiate ritmiche, girandosi verso di me nello stesso momento. La cosa più strana, la cosa che mi ha fatto pensare: forse stavolta non è influenza, forse muoio davvero, era che le mie nonne nel sogno andavano totalmente d’accordo. Si vedeva proprio che pendevano l’una dalle labbra dell’altra, i pensieri andavano all’unisono, parlavano e ragionavano di me come fossero una cosa sola, una nonna sola, erano anche vestite praticamente uguali. Non è possibile, non può succedere nemmeno in sogno, vuol dire che sono grave. In ospedale, due ore dopo, hanno detto che in effetti stavo molto male ed ero anche un’incosciente con insufficienza respiratoria acuta e quasi niente più polso, così, con il respiratore sulla faccia, la flebo e il tentativo goffo di convincere tutti che avevo solo un po’ di polmonite, ho capito che le mie nonne si erano alleate (dentro o fuori di me, non importa) per impedire a quell’elefante sul petto di soffocarmi, per dirmi: siamo venute fin qui insieme, quindi tu adesso muoviti. Di solito, infatti, nella mia vita quando c’erano, arrivavano sempre separate. La nonna Bruna con una Renault 4 rossa, la sentivo entrare nel vicolo di casa nostra a metà pomeriggio, e parcheggiare con prudenza, la vedevo sistemarsi il cappello, d’inverno, e controllare nello specchietto lo stato di perfezione dei capelli prima di suonare alla porta sorridendo. La nonna Gianna arrivava poco dopo, su una panda bordeaux sempre su di giri, la lanciava a caso in qualche angolo di strada e con gran fracasso, sbatteva la portiera, la sentivo sbuffare anche con la finestra chiusa, poi scampanellava forte, un po’ Crudelia De Mon quando andava a casa di Anita per cercare di comprare i cuccioli di dalmata, in realtà già pre-offesa perché la nonna Bruna era arrivata per prima e aveva così stabilito il suo primato di nonna, e sventolando la bandiera della nonnità aspettava con una fiducia quasi sempre delusa che le raccontassimo grandi imprese, che le elencassimo successi universitari e proposte di matrimonio, o almeno che le dicessimo quanto le stava bene quel cappello, e quel vestito, quanto sembrava giovane, e che non era davvero possibile che avesse gli anni che aveva, e per forza la vicina di casa era incredula, e anche quella cugina di Milano che era venuta in visita, e aveva ragione il medico. Almeno una volta al mese mia nonna infatti andava dal medico, per farsi ascoltare il cuore, prescrivere le analisi del sangue, cambiare pastiglia, ma soprattutto per sentirsi dire, e poterci raccontare, che mese dopo mese, anno dopo anno, il dottore non riusciva assolutamente a credere che lei avesse sessantacinque, settanta, ottanta, novant’anni, le diceva: signora, mi faccia vedere i documenti. Lei sorrideva orgogliosa, le venivano le fossette, e diceva sospirando: e non ero neanche andata dalla parrucchiera. L’altra nonna, la nonna Gianna, allora sbuffava fortissimo, alzava gli occhi al cielo, borbottava qualcosa, la nonna Bruna diceva: “Come? Non ho sentito”, e la nonna Gianna: “Niente, niente”, e ridacchiava e si sistemava i collant color carne sottilissimi, anzi forse anche d’inverno non erano i collant ma erano soltanto le gambe nude, ancora abbronzate dall’estate al mare. Mia nonna Gianna non è mai andata dal medico in tutta la vita, tranne quando finiva il Tavor e aveva bisogno di una nuova ricetta, e allora era nervosissima perché sicuramente il medico le avrebbe consigliato con aria grave dei controlli, l’avrebbe riempita di fogli, e lei sarebbe uscita con i fogli in mano, avrebbe di nuovo appallottolato e buttato via tutto, e nella foga forse avrebbe perso anche la ricetta del Tavor. Lo faceva anche con i vestiti, li appallottolava e li ficcava in fondo a qualche cassetto (che non si chiudeva mai bene) dopo una volta o due che li aveva indossati e si era macchiata mangiando cose comprate in rosticceria direttamente dalla vaschetta di alluminio. La nonna Bruna non lo so, se è mai entrata in una rosticceria: lei faceva tutto in casa, anche le crostate, il pasticcio di maccheroni, gli gnocchi di semolino, le lasagne, gli gnocchi normali, i cappelletti, i budini al cioccolato, e arrivava spesso a casa nostra con queste cose buonissime, perfettamente confezionate, intorno alle quali noi, nipoti sempre distratte, sempre in guerra con i genitori, sempre al telefono oppure in attesa di amici o angosciate per qualche esame, per qualche compito in classe, facevamo grandi feste, schioccandole baci sulle guance lisce e  profumate di borotalco (che lei si spargeva addosso con un piumino giallo) Allora la nonna Gianna sogghignava e diceva: “Certo, lei sì che è una vera nonna”, e filava in rosticceria a comprare patate fritte, pollo arrosto e arancini, insalata russa e cannelloni, e noi baciavamo anche lei, e lei baciava noi e ci lasciava il rossetto rosso sulle guance e ci diceva che eravamo le nipoti più belle del mondo, una più bella dell’altra, anche se certe volte eravamo un po’ “sgodevoli”, e non le raccontavamo abbastanza cose, e su questo punto (e sul fatto che eravamo le più belle del mondo) la nonna Gianna e la nonna Bruna trovavano ogni sera un accordo sufficiente, che un’estate le fece perfino partire insieme per una crociera in Grecia e Turchia: la nonna Bruna con una valigia preparata da mesi, con un abito e braccialetti per ogni sera in cui avrebbe giocato a carte o il capitano l’avrebbe invitata a ballare, la nonna Gianna con una sacca con la cerniera rotta, vari costumi da bagno appallottolati, il Tavor e un po’ di stracci colorati comprati sulla spiaggia dai suoi amici ambulanti o in un negozio dove aveva fatto amicizia con una signora “zoofila come me”, e il pensiero fisso del gatto rimasto a casa da solo a schiattare di caldo; l’abbronzatura di mia nonna Gianna era leggendaria, la bianchezza della nonna Bruna era forse uno dei segreti della sua giovinezza di signora anziana.

 

E adesso che non ho più con me le mie nonne con cui essere “sgodevole” o a cui regalare brevi racconti di fidanzati o amici o progetti di fuga (ai quali la nonna Bruna rispondeva ogni volta scuotendo la permanente sulla quale i capelli non sono diventati davvero bianchi, nemmeno a novantun anni, e dicendo “Lo saprai poi tu”, che significava sospensione del giudizio ma intima disapprovazione di un mondo moderno in cui tutti agivano in modo strano ed erano nervosi e si vestivano male e non le facevano abbastanza complimenti e non davano la cera sul pavimento e non andavano a Messa), adesso che non hanno fatto in tempo a conoscere il loro bis nipote maschio (il primo maschio, oltre a mio cugino Ludovico, in una famiglia in cui anche i gatti sono sempre femmine, e i mariti e i fidanzati sono oggetto di curiosità un po’ distaccata un po’ incredula, e presi in considerazione, ai pranzi di Natale, in base al grado di devozione e alla capacità di versare il vino nel bicchiere al momento giusto, un secondo prima di desiderarlo), adesso che non si può tornare indietro, e prendere il treno il giorno prima, o ritelefonare per dire “ciao nonna” dopo avere trovato la prima volta il telefono occupato, adesso sento più forte la somiglianza con le mie nonne, e anche l’impossibilità di resistere a questa somiglianza. Come la nonna Gianna, ogni anno perdo il Cud per la dichiarazione dei redditi e tutti gli scontrini della farmacia e delle spese mediche (che non ho, perché come la nonna Gianna non vado dal medico fino a che non sogno lei che, esasperata, me lo ordina). Come la nonna Bruna, penso che il capitano della nave mi inviterà a ballare, ma come la nonna Gianna appallottolo i vestiti e me ne frego. Ma non ho mai visto la nonna Bruna con suo marito, mio nonno, perché è morto troppo presto, nel 1967, e lei è rimasta sola da allora, a cucinare, a portarmi a spasso, ad andare dal parrucchiere, in crociera, in montagna, a guardare la televisione la sera a casa (e io scema ridevo quando mi diceva che non riusciva a guardare i film spaventosi o anche solo drammatici, perché poi non dormiva la notte, e sono diventata esattamente così), invece ho visto la nonna Gianna con mio nonno Ludovico, fino a che avevo otto anni, e li ho visti partire per la Jugoslavia e litigare, l’ho vista piangere con lui accanto quando ha deciso di andare in pensione e smettere di fare la maestra,  ho visto lui abbracciare gli alberi, in campagna, e mi è sempre sembrata una cosa normale. “Li abbraccia per sentire se sono ingrassati”, mi diceva mia nonna, ma per me li abbracciava perché gli voleva bene, e voleva bene anche a me, infatti mi portava a vedere i conigli appena nati, quando sono tutti nudi e rosa, e mi regalava gatti e galline e anche un cane. Arrivava in campagna con una macchina scassata sulla strada sterrata, sollevava un mucchio di polvere e diceva: guarda che cos’ho, ficcandomi fra le braccia una scatola con i buchi. Io urlavo: che cos’è?, e lui: “Una cosa viva”. Così, anche quando regalava per sbaglio una catenina d’oro o un braccialetto su cui aveva fatto incidere il mio nome, lo avvolgeva in carta da giornale e diceva: “E’ una cosa viva”. Ma io volevo solo le cose vive davvero, e nessun uomo al mondo mi ha mai più fatto regali così belli, pulcini così gialli, cose così vive, molti pioppi, e anche l’albero preferito, il salice piangente. Nessun uomo al mondo ha nemmeno mai russato così forte, in un modo così totalmente soddisfatto del proprio sonno pomeridiano, al mare, mentre io leggevo Topolino, senza che mia nonna lo trovasse nemmeno un po’ eccessivo. Essendo una cosa viva, russava, che c’era di strano?

 

[**Video_box_2**]Ma la notte in cui ero morta, sono venute solo le nonne a salvarmi, perché era una guerra di femmine, e perché io ero uguale a loro. Come la nonna Gianna che non ha mai fatto le analisi del sangue in tutta la vita e non si era nemmeno accorta di essere incinta quando era incinta, ma a un certo punto non le si chiudeva più la gonna e non digeriva bene, come la nonna Bruna che credeva di essere sempre giovane e forte perché glielo diceva la vicina di casa quando la incontrava in ascensore e la parrucchiera che non trovava capelli da tingere. E perché loro lo sapevano quanto riuscivo a  essere “sgodevole”: mi avevano tenuto in braccio, aiutato a fare i compiti, disinfettato le ginocchia, regalato Cicciobelli, dato soldi di nascosto, avevano protetto mia sorella quando io la torturavo, protetto me quando ero convinta che mia madre mi torturasse, e tenuto in braccio mia figlia dicendo che era la bambina più bella del mondo perché era uguale a me, e quindi a loro (bisnonne senza averne l’aria, e mia nonna Bruna tornava dalle passeggiate con la carrozzina con nuove fossette sulle guance, dicendo che nessuno ci credeva, che era la bisnonna, e la nonna Gianna sbuffava): uguale a noi ragazze dentro questa cosa viva che era la nostra vita insieme anche quando eravamo lontane e io tornavo troppo poco, telefonavo troppo poco, e ogni volta che telefonavo mia nonna Bruna diceva che dovevo assolutamente comprare un aggeggio che si chiamava Bimby e che cucinava da solo, e mia nonna Gianna mi chiedeva se  avevo degli spasimanti. D’inverno lo chiedeva di meno, perché l’inverno la rendeva triste, non le interessava più di niente, neanche di andare in rosticceria, ma appena tornava il sole le sembrava che il mondo dovesse essere affollato di miei spasimanti, o almeno di “cavalier serventi”. Sbuffavo, come lei sbuffava sempre, macché Bimby, macché spasimanti, e allora raccontami qualcos’altro, gridava lei, anzi gridavano entrambe, negli ultimi tempi un po’ più sorde e anche più solidali. Anche se alla cena a sorpresa per i novant’anni della nonna Bruna, che per la gioia ne dimostrava al massimo quaranta, la nonna Gianna sbuffava a più non posso. Non era lei la festeggiata, e aveva solo ottantadue anni. Era molto offesa. “Che cosa hai detto, Gianna Rosa?”, “Niente niente, tanti auguri Bruna”, “Ah, mi pareva”. Qualcuno poi versava altro vino, e le nonne ricominciavano ad andare d’accordo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi