Che noia gli scrittori etici che ci vogliono ricordare che l’alcol fa male

Kerouac non dava interviste educative, perché McInerney sì? Lo scrittore beat e gli altri ubriaconi non si sognavano di rilasciare interviste con uno sfondo educativo-prescrittivo, primo perché erano amorali, secondo perché nessuno si aspettava che fossero life coach, terzo perché bere era un affare privato.
Che noia gli scrittori etici che ci vogliono ricordare che l’alcol fa male

Hernest Hemingway

Roma. Era il 1990 quando Cesare Marchi scrisse che il vino aveva dalla sua una splendida letteratura, mentre l’acqua solo la bolletta delle aziende municipalizzate: non poteva immaginare che, nel giro di pochi anni, si sarebbe rovesciato tutto, la letteratura avrebbe preso ad assomigliare alle bollette e gli scrittori a Luciano Onder. Tuttavia, dalla parte degli astemi, la letteratura annovera: David Foster Wallace, morto suicida sette anni fa; Stephenie Meyer, best seller con la saga di “Twilight”, quella dei vampiri nei college americani; il Piccolo Principe; Isaac Asimov; Franz Kafka; Hitler e Gandhi (non erano scrittori, ma è quantomeno letterario che due come loro avessero qualcosa in comune); Emil Cioran e “On Writing: autobiografia di un mestiere”, il libro in cui Stephen King, astemio integralista, ha scritto che “Hemingway e Fitzgerald non bevevano perché erano creativi, diversi: bevevano perché è quello che fanno gli alcolisti”.

 

Una combriccola di tutto rispetto, che ha fatto grande la letteratura (anche se il “Piccolo Principe”, “Twilight” e Cioran non hanno assalito, maciullato e deviato il cuore di nessuno, né ispirato tumulti, impeti e assalti) e non il vino. Hemingway, Fitzgerald, Kerouac, Thomas, invece, hanno ingigantito la letteratura ingrossandosi il fegato, accettando il solo patto possibile con l’alcol (cioè che il burattinaio è anche burattino), consumandosi la vita (che fosse una posa lo diciamo noi posteri, perché i posteri sono sempre più borghesi e ingrati e maliziosi, insomma più stronzi). 

 

“Penso di aver creduto erroneamente che un comportamento eccessivo mi avrebbe aiutato a diventare uno scrittore”, così Jay McInerney, scrittore tra i più cari a Bret Easton Ellis, in un’intervista apparsa sull’ultimo numero della Lettura del Corriere della Sera. Gli veniva chiesto se avesse iniziato a bere per seguire le orme di Hemingway e Kerouac e se fosse vero che Carver gli aveva fatto comprendere i rischi dell’alcolismo. Che la tensione verso la rettitudine salutista sia la nuova religione occidentale è una di quelle cose di cui saranno pieni i capitoli sul nostro tempo nei sussidiari del tempo che verrà. Che a questa religione del preservarsi, però, aderisca anche la letteratura, che dovrebbe essere una laica effrazione, se non preoccupa (di romanzi meravigliosi, sebbene irrilevanti nelle vite dei lettori, se ne sfornano ancora, soprattutto in America), di certo un po’ annoia. Kerouac e tutti i suoi compari ubriaconi non si sognavano di rilasciare interviste con uno sfondo educativo-prescrittivo, primo perché erano amorali, secondo perché nessuno si aspettava che il loro intervento sulla realtà fosse quello di un life coach, terzo perché bere era un affare privato e non un comandamento (ai loro tempi, chi scriveva non insegnava: dava).

 

[**Video_box_2**]Secondo Sepulveda, lo scrittore non deve essere impegnato, ma coinvolto: non che per essere coinvolti serva ubriacarsi (a meno che non si abbiano da leggere certi premi Strega), nessuno più si sogna di sostenere che il genio vada a braccetto con la sregolatezza o che Bukowski sia fondativo, ma di certo serve non essere distratti dalla ricerca e comunicazione del modo migliore di vivere e scrivere. Stilare regole non compete agli scrittori e nemmeno salvare vite, fare esami di realtà, sistematizzare l’universo (l’ultima domanda della Lettura a Jay McInerney è su cosa la storia ricorderà di Obama e quella prima è un commento su Bill De Blasio, il sindaco di New York: una bolletta pone questioni più affascinanti).

 

Sarà che più siamo istruiti e meno pervie ci risultano le analisi critiche degli stimoli culturali – il paradosso dell’alfabetizzazione – saranno i genitori ombrello e le camere antipanico delle università americane, dove gli studenti possono rilassarsi dopo lezioni che li abbiano scossi. Come che sia, ogni tanto, vorremmo sentire uno come W. C. Fields, che una volta disse “non bevo acqua: i pesci ci scopano dentro” e nei 66 anni che trascorse su questa terra fu giocoliere, attore e comico. Quasi sempre ubriaco, era uno di quelli che odiavano tutto, compresi i parchimetri e il Natale. Morì il 25 dicembre del ’46: anche il Natale uccide, mica solo l’alcol.

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