Quelli di Nuovi Argomenti manderebbero Langone in un gulag, se potessero

Caro Camillo Langone, trovo il suo articolo sul Foglio di giovedì scorso, dedicato al numero corrente di Nuovi Argomenti in cui abbiamo interpellato un cospicuo e variegato numero di scrittori, poeti, critici e intellettuali (lei e il fondatore del giornale per cui scrive compresi), fazioso e disonesto, ma anche piuttosto divertente.
Quelli di Nuovi Argomenti manderebbero Langone in un gulag, se potessero

Cubeddugrad, 2 luglio 2015

 

Caro Camillo Langone, trovo il suo articolo sul Foglio di giovedì scorso, dedicato al numero corrente di Nuovi Argomenti in cui abbiamo interpellato un cospicuo e variegato numero di scrittori, poeti, critici e intellettuali (lei e il fondatore del giornale per cui scrive compresi), fazioso e disonesto, ma anche – cosa che riscontro spesso nel leggerla e che la rende perdonabile delle sciocchezze che dice – piuttosto divertente. Mi permetto però di segnalarle che, estrapolare citazioni da ragionamenti complessi, mutilandole al fine di stravolgerle per piegarle alla dubbia tesi che la rivista abbia condotto un’indagine rivolta a una “terrazza di romani di sinistra”, omettendo tutte le numerosissime citazioni che sostengono l’esatto opposto, non rende esattamente un buon servizio alla libertà d’espressione che si affanna a difendere.

 

Il lavoro di questo numero, nato su impulso di una redazione che, oltre a sei direttori, conta diverse decine di autori tra membri del Comitato editoriale e Collaboratori che partecipano attivamente alla vita della rivista, è stato coordinato da me, che sono genovese (e, ahimé, purtroppo non possiedo terrazze romane) e dalla redazione (che comprende un altro ligure, un marchigiano e un’umbra). Lo stesso ruolo di Segretario di redazione che ho l’onore di svolgere è già stato ricoperto, prima di me, da un pugliese (Mario Desiati) e un toscano (Sandro Veronesi). Inoltre, basterebbe scorrere l’elenco degli autori che hanno partecipato (per non parlare di quello degli autori contattati) a smontare la fiacca e retorica accusa di romanocentrismo sinistrorso.

 

Se lo scopo era dimostrare che, per certi autori coinvolti, la libertà d’espressione non è illimitata ma limitata, mi permetto di suggerirle che, probabilmente, sono in molti i cittadini – tra cui non dubito anche diversi lettori e giornalisti del Foglio – a rivendicare con orgoglio questa posizione.

 

Chiunque legga il numero 70 di Nuovi Argomenti non troverà nessuna tesi precotta, ma un’indagine in cui tutti gli autori che lo hanno desiderato hanno potuto esprimere secondo le proprie convinzioni il loro punto di vista. La presenza delle sue liberissime risposte (nonostante esprima a parere di chi scrive ben poco di condivisibile) non sono che una delle tante palesi dimostrazioni del metodo adottato per dar vita a questo volume, il cui intento è evidente fin dal titolo scelto: “Dite quel… BIP… che vi pare”.

 

Se poi non le piace quello che, liberamente, la gente dice, che posso dirle, le toccherà farsene una ragione, o passare al lato oscuro della forza di chi questa supposta libertà d’espressione la biasima.

 

Lei, che si autodefinisce “creazionista moderato” (come si fa a non adorarla?), nel suo articolo mi ringrazia per averla coinvolta, e io ringrazio lei, come tutti gli altri generosi collaboratori, per aver aderito all’iniziativa. Poi mi dà dello stalinista, il che, ci mancherebbe, è un suo diritto (la informo solo che ha mancato il bersaglio: preferisco leninista, quindi ardentemente antistalinista) e mi attribuisce la volontà di censurare l’arte affidando il sostegno della sua tesi a questa frase: “La libertà di esprimersi deve variare in base al contesto, tener conto di limiti a volte maggiori, a volte minori e il bilanciamento di questi limiti dovrebbe essere prerogativa di un potere costituito che, rappresentando i bisogni umani (e non il profitto di una minoranza) valuti, in base all’oggettivo vantaggio collettivo, fino a che grado di libertà d’espressione si possa giungere”. Peccato che faccia un torto alla sua intelligenza o a quella dei lettori, immagino al solo scopo di confezionare un pezzo dal vago sapore scandalistico (abbiamo tutti bisogno di lavorare, chi è senza peccato scagli la prima pietra!), collegando le due cose. Se avesse avuto la bontà di tagliuzzare con meno faziosità le mie risposte (che non rappresentano la rivista, per la quale ho scritto un’introduzione che lei si guarda bene dal citare, dato che dimostrerebbe esattamente l’opposto di quel che si propone maldestramente di sostenere, ma me stesso in quanto scrittore/cittadino), avrebbe potuto accorgersi che in merito all’arte scrivo: “in un’opera d’arte, che ha come punto d’arrivo la bellezza (una valle in cui non esiste oscenità, ma solo estasi), tutto dovrebbe essere lecito”. O anche: “l’arte, come le fate, non fa mai niente di utile”.

 

[**Video_box_2**]Del resto, visto che cita il mio ultimo romanzo, sono certo che le basterebbe leggerlo (troverà personaggi testardamente votati all’“indebolimento muliebre” e all’“autorità virile”) per rendersi conto che non c’è alcuna traccia di intento politico nel mio lavoro. Quanto all’“oggettivo vantaggio collettivo del mio “Pornokiller”, su cui s’interroga, non so che dirle. Io avevo tentato di dar vita a un pregevole prodotto di intrattenimento letterario, ma potrei aver fatto un buco nell’acqua. Però, il prossimo (che parla della crisi del maschio e della famiglia ai tempi dell’Isis), sta venendo su davvero bellino. Appena pronto le manderò le bozze, come segno di pace, in attesa di venderne milioni di copie, fare un mucchio di quattrini e comprarmi una terrazza romana dove la inviterò a bere qualcosa (ma non certo il suo disgustoso Lambrusco!), invece di seguire la mia natura e mandarla in un gulag.

Con affetto e simpatia,

Marco Zdanov Cubeddu

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