Minority report

Quei nobili francesi che custodiscono la tradizione e difendono un ideale vivo

Tutti gli anni di questa stagione, da circa 200 anni, nella piccola chiesa di rue de Picpus 35 – nome che gli amanti di Maigret non possono scordare – si svolge una cerimonia ristretta e commovente per i 1.306 martiri della ghigliottina di Place du Trone. Uccisi nell’anno III (1794) in poco più di un mese, insieme alle suore carmelitane, per essere nobili e cattolici.
Quei nobili francesi che custodiscono la tradizione e difendono un ideale vivo

La lapide che ricorda i 1.306 martiri della ghigliottina di Place du Trone

C’è una nobiltà in Francia. Non i molto ricchi, non i titolati per ragioni di denaro o di sport o di canzoni. Non i titolati del valore civico e delle Repubbliche occidentali. In Francia c’è nobiltà vera, quella dei libri di storia e di Dumas, quella che non si acquista e non si vende, quella che deriva da molti secoli di eredità, quella nella quale non si può più entrare, quella che è vanto e, bien sûr, obbligo, anche quando è in gioco la testa.

 

Già, le teste. Tutti gli anni di questa stagione, da circa 200 anni (!), nella piccola chiesa di rue de Picpus 35 – nome che gli amanti di Maigret non possono scordare – si svolge una cerimonia ristretta e commovente per i 1.306 martiri della ghigliottina di Place du Trone. Uccisi nell’anno III (1794) in poco più di un mese, insieme alle suore carmelitane, per essere nobili e cattolici. Dopo averli ghigliottinati, i giacobini ne gettano i corpi in una fossa comune di quella che allora doveva essere la periferia di Parigi. La sorella e figlia di due dei giustiziati, però, segue la macabra carretta e vede il prato dove sono stati sepolti alla rinfusa parenti e amici. Da lì una sorta di pellegrinaggio silenzioso che, finiti i tempi bui della rivoluzione, crea un piccolo cimitero. Le fosse sono ora due prati con una stele in mezzo, recintati. Subito fuori, un piccolo gruppo di tombe che le famiglie dell’alta nobiltà francese hanno voluto fossero vicino ai loro martiri: conti, marchesi, visconti, duchi. La maggior parte morti per la Francia, negli ultimi due secoli. Vicino al prato delle vittime della ghigliottina, una bandiera americana mette un po’ a suo agio il mio animo repubblicano e yankee: sventola sulla tomba di LaFayette, un eroe di due mondi. Vicino a LaFayette, per gli amanti della letteratura, André de Chenier; i Tocqueville sono poco distanti.

 

Alla messa ci saranno 300 persone, qualche sciarpa bianca, una musica bellissima. Non sono affatto tutti vecchi: di padre in figlio sono sempre qui a ricordare. Dopo il rito religioso, processione e benedizione delle fosse, in un silenzio e un’emozione surreali, se uno pensa che sono passati 200 anni. E' il momento delle domande inevitabili: che senso ha? E' vero che sono le tombe dei parenti, e sono dei parenti uccisi ingiustamente, ma è passato davvero tanto tempo. La predica fa riferimento ai fatti di allora come fosse ora e a testi di memorie che evidentemente tutti conoscono. Sembra un tuffo un po’ esagerato nel passato.

 

D’altro canto, la gente prega sul serio e quando ciascuno passa a benedire le fosse c’è emozione effettiva. Così tra i morti del 1794 e tutte queste altre tombe, tutti questi morti per la Francia, penso a Hegel e alla sua dialettica di ruoli. Perché i nobili sono nobili? Seguendo il ragionamento hegeliano il fatto è che hanno affrontato la morte con coraggio al posto degli altri, perché hanno difeso gli altri. Hanno rischiato la vita ed è stato loro riconosciuto. Da qui il titolo, che spesso i discendenti non hanno rinnovato e onorato fino a provocare situazioni di ingiustizia tali da rendere plausibili (per poco) persino i giacobini.

 

[**Video_box_2**]Un’amica mi dice che la forza organizzativa propulsiva delle grandi manifestazioni francesi pro-famiglia viene da questo nucleo di nobili. L’amica è simpatica e intelligente, ma – si sa – le voci corrono e andrebbero verificate. Tuttavia, a prescindere dalle battaglie del momento, è proprio questo il punto della serata e penso che sia anche il loro dilemma da almeno 200 anni. Essere nobili è una nostalgia del passato, un discorso chiuso, per pochi, in pochi momenti, o è una devozione al proprio Paese e al proprio popolo, un obbligo a mantenere il buono del passato (tutto, anche quello doloroso) e a battersi nel presente per un ideale vivo? E qual è l’ideale? La tradizione è la forza degli esseri umani, ma come si comunica? Finora non ci avevo mai pensato perché non li avevo mai visti, ma forse l’antica nobiltà di Francia può giocare ancora un ruolo importante come è già avvenuto tante volte nella storia. Lo spero per loro e per noi. Noblesse oblige?

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