E se volessimo le nozze gay solo per essere infelici come tutti?

Il matrimonio omosessuale tra diritti e galateo. Apologia e autocritica di un collabò fogliante. La strada per i diritti degli omosessuali è lastricata di pessimi abiti e polemiche di etichetta. Decidere cosa indossare per rivoluzionare la società non è mai stato semplice.

 

E se volessimo le nozze gay solo per essere infelici come tutti?

Foto LaPresse

La strada per i diritti degli omosessuali è lastricata di pessimi abiti e polemiche di etichetta. Decidere cosa indossare per rivoluzionare la società non è mai stato semplice, lo sa chi ha visto una foto storica e poco conosciuta scattata nel 1957 che ritrae un manipolo di attivisti per i diritti gay, quando ancora il gay non è orgoglioso di essere gay e l’America non è ancora gay-friendly, in cui l’unico tratto identificativo è nei cartelloni sollevati: «65.000 marinai gay chiedono nuove leggi militari» e «Gli omosessuali sono morti per il loro paese, sono cittadini come tutti». Il Dr. Frank Kameny, uno dei leader dell’associazione politica Mattachine Society, aveva convinto il gruppo ad attenersi al dress code elegante: gli uomini in giacca e cravatta e le donne in tacchi e gonna. Kameny sosteneva che: “Se vogliamo essere assunti come impiegati dal Governo dobbiamo sembrare impiegati del governo”. L’idea della richiesta pre-liberazione sessuale era la stessa contenuta in un qualsiasi colloquio di lavoro odierno: essere accettabili. La condizione minima perché le richieste fossero ascoltate era l'essere ordinari. Se la parola non fosse tanto complicata diremmo normali.

 

Negli anni della liberazione sessuale quelle cravatte si sono trasformate in giacche di pelle, pailettes, shorts cortissimi, costrittori del torace, costumi di scena, corpi sempre più nudi che rivendicavano la propria differenza e autonomia rispetto alle convenzioni di una società repressiva del passato. Si inserisce in questo contesto la polemica innescata da Daniela Tiburzi, democrat, quando si rifiuta di sfilare accanto a Marino per sostenere il Pride nazionale, adducendo come motivazione: «Non ho nessuna intenzione di sfilare ad un evento che toglie dignità alla causa per i diritti gay». Lo decide lei?

 

Ogni anno si sfila per la sollecitazione dei diritti, in Italia tardivi ma nel resto d’Occidente sempre più avanzati, al Gay Pride, e ogni anno ci si chiede se sia opportuno o meno rivendicare diritti di eguaglianza utilizzando codici di una generazione per cui erano autenticamente significativi e rivoluzionari. Oggi il tasso di nudità ai gay Pride è inferiore a qualsiasi bacheca facebook dove: i padri e le madri di famiglia colgono ogni pretesto per denudarsi in favor di like; i maschi eterosessuali sfoggiano fieri caviglie sottili dai loro risvoltini e amano pubblicamente Beyoncé, Rihanna e Madonna; chi può fa sempre meno figli e preferisce geolocalizzarsi in sex app per incontri - le donne fingono di essere sposate e gli uomini fingono di essere single; e dove tutti hanno relazioni che durano meno della scadenza del latte. Dunque: che orgoglio gay di essere gay potrà mai esserci nella trasgressione carnevalesca in una società occidentale dove la polizia, al contrario di Stonewall, protegge i cittadini gay e non li perseguita (la verità è che sarebbe coraggioso e rivoluzionario fare il pride in Russia o in Iran, non a Roma o Milano) e dove gli etero sono più gay dei gay?

 

Siccome i social network sono il luogo degli imbecilli, non mancano le foto brandite da pretesto per contestare la moralità di chi chiede diritti: bambini femminei e truccati che twerkano con bandiere brasiliane (che solo quelli di Forza Nuova, schiumanti di rabbia, scambiano per i colori della bandiera italiana); leather man con sospensori e costrittori, chiappe a vista (va detto che sono tutto fuorché liberi: il loro desiderio è imposto dalla pornografia anni settanta e francamente che bisogno c’è di chiedere la nostra approvazione?). Grazie a Google sappiamo che sono foto scattate in vecchi Pride di altri Paesi. Non che gli eccessi carnevaleschi non manchino anche ai Pride italiani, ma è come esporre la foto di una cubista e sostenere che non merita dignità giuridica nei suoi diritti.

 

Il punto, per non cadere nel moralismo o nel paternalismo, è un altro: il movimento lgbtqi è schizofrenico. Il che è facilmente spiegabile dicendo che non esiste un movimento politico ma diverse vaghe richieste sotto il segno della libertà. Da una parte difende e promuove la liberazione del corpo e dei costumi sessuali e sostiene la laicità contro l’interferenza religiosa nella prospettiva queer ma anche da quella libertarian, dall’altra chiede l’inclusione alla genitorialità e ai matrimoni, che come sanno perfettamente Aldo Busi e David Cameron è una posizione cara ai conservatori. E non chiedono l’una o l’altra cosa, ma entrambe assieme come se non fossero in contraddizione. Così, sfilano sui carri ballando Gloria Gaynor (ancora?) come in uno spettacolo drag estivo (ancora?) e chiedono di potersi sposare.  Va aggiunto per gli eterosessuali è più facile essere ipocriti: hanno gli stessi diritti a prescindere che siano sfrenati erotomani o morigerati monogami.

 

Se da un punto di vista giuridico è auspicabile regolarizzare quelle coppie sposate e con figli per tutelarle, oltreché creare tutele pensionistiche, ereditarie e fiscali per le coppie dello stesso sesso, da un punto di vista culturale ci sono alcune critiche sollevabili (ché di autostima ne abbiamo fin troppa). Gli omosessuali sembrano illudersi veramente di emanciparsi col matrimonio perché vogliono vivere l'istituzione borghese da cui provengono ma da cui sono sempre stati respinti. Su gay.it un banner porta al sito matrimonigayitalia.it con sponsorizzazione di viaggi in Portogallo, New York e Olanda. Ti fai una vacanza a Oporto e in quattro giorni torni sposato. Si legge: «La cerimonia viene realizzata dagli organi pubblici competenti e comporta gli stessi diritti e doveri del matrimonio per le coppie eterosessuali». Certamente lì, ma una volta in Italia non ha alcun effetto giuridico. Perché farlo?

 

[**Video_box_2**]Questi pacchetti matrimoniali rappresentano simbolicamente la critica primaria alla fantasia che un’istituzione storicamente combattuta possa essere oggi, magicamente, luogo di liberazione. Ma c’è veramente bisogno di provare il proprio amore legalizzandolo in un paese straniero, affittando abiti nuziali, il fotografo e la torta, o è più che altro la solita ansia da legittimità sociale di una minoranza un tempo marginalizzata? Nelle informazioni fornite dal sito si legge: «La trascrizione nei registri dello stato civile consente, alle coppie dello stesso sesso sposate all’estero di poter dare pubblicità al loro matrimonio e di ottenerne la relativa certificazione tutte le volte che intendono esercitare, in Italia e all’estero, un diritto loro spettante in base alle leggi dell’Unione europea». In sostanza si incoraggia la via giudiziaria: Il sindaco trascrive. Il prefetto impugna, tu impugni, però vuoi mettere con il poter dire “mio marito” o “mia moglie”. Duemila euro ben spesi per quasi la stessa validità che ha cambiare lo status coniugale su Facebook.

 

Sospettiamo che i gay abbiano realizzato il grande sogno eterosessuale unendo il libertinismo sessuale all’ipocrisia borghese. Se dal punto di vista cattolico sappiamo che si contesta l’equiparazione al matrimonio perché viene meno la differenza religiosa, dal punto di vista di un libertarian laico chiunque dovrebbe poter godere degli stessi diritti; ma attenzione, lasciamo cadere l’ultima maschera e diciamocelo seriamente: questo diritto ci serve, come ogni diritto, per poterlo rifiutare. A furia di aderire ai codici convenzionali ci si è resi conto che in realtà lo si è sempre stati. In realtà i gay non si sono mai distaccati da quell’idea di Kamey: il desiderio è essere infelici come tutti.

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