L’epurazione di Tim Hunt e la ricerca scientifica imbrigliata dal femminismo pol.corr.

Il caso del premio Nobel che si era lasciato scappare una valutazione di troppo sulle colleghe scienziate dimostra che la ricerca accademica è al bivio: meglio la competenza tecnica o la rassicurazione sociale?
L’epurazione di Tim Hunt e la ricerca scientifica imbrigliata dal femminismo pol.corr.

Tim Hunt, Nobel nel 2001 per avere scoperto la ciclina (foto LaPresse)

Ci siamo sbagliati: non è il sessismo di un vecchio professore inglese a far notizia nella disavventura occorsa a Tim Hunt ma il modo in cui l’University College London (UCL) se n’è sbarazzato. I fatti. Hunt – insigne biochimico di formazione cantabrigense, membro della Royal Society da un quarto di secolo, Nobel nel 2001 per avere scoperto la ciclina – tiene un estemporaneo intervento di trentanove parole, quindici secondi, al Congresso mondiale dei giornalisti scientifici a Seul. Preso alla sprovvista si lascia andare a considerazioni sul fatto che, se dividi il laboratorio con una donna, o lei si mette a piangere quando si sente criticata o tu te ne innamori; magari è un goffo omaggio romantico alla moglie, l’immunologa Mary Collins. Lei è professoressa a UCL mentre Hunt ne è solo membro onorario quindi non riceve emolumenti né è tenuto a fare ricerca o didattica; fatto sta che un professore non meglio identificato telefona da UCL alla Collins intimandole di far dimettere il marito perché in caso contrario l’avrebbero licenziato. In un’intervista al Guardian lei s’indigna perché la voce al telefono l’aveva assicurata che la gaffe sarebbe stata trattata come sinecura e invece UCL l’ha resa affare di stato.

 

Questo perché Tim Hunt è diventato tossico. Sul sito di UCL la pagina che era dedicata al suo curriculum adesso trabocca di reiterate prese di distanza onde assicurare che Hunt non è mai stato dipendente dell’ateneo: prima schierare un Nobel sarebbe stato un vanto, adesso no. La Royal Society non l’ha espulso ma ha emesso un asettico tweet dichiarando l’impegno nel garantire la parità di genere e dissociandosi dalla dichiarazione di Hunt. Per fortuna il suo curriculum piuttosto impressionante è tuttora visibile sul sito in quanto, per statuto, la priorità della Royal Society è promuovere l’eccellenza scientifica a beneficio dell’umanità mentre il politically correct è solo contorno.

 

Il caso Hunt segna un’evoluzione nelle università britanniche. Nel 2010 Oxford si era limitata ad annullare la conferenza di un professore che in altra sede aveva sostenuto di avere elementi scientifici per dimostrare la superiorità della razza bianca; sarebbe stato più professionale addurre prove sperimentali del contrario ma Oxford aveva preferito togliergli il diritto di parola ritirando l’invito, incurante che si trattasse di James Watson, scopritore della struttura del Dna. Adesso siamo alle dimissioni forzate, a università che cacciano docenti per aver espresso un’opinione non condivisa anche se in fin dei conti, notava Boris Johnson sul Telegraph, Hunt ha fatto ciò che uno scienziato fa di solito: prendere nota di ciò che accade in realtà. Eh sì, i maschietti si innamorano delle femminucce, eh sì, sul lavoro capita di flirtare, eh sì, le femminucce piangono più spesso dei maschietti. Non ci voleva il Nobel, in effetti, e ciò nondimeno la ricerca va avanti come sempre.

 

O no? A ben guardare il caso Hunt può insegnarci le conseguenze contro le quali corriamo a schiantarci giulivi. Si diffonde fra gli studenti l’idea che la competenza tecnico-scientifica, base dell’insegnamento universitario, sia subordinata all’allineamento a principi politically correct che sarebbero garanzia d’intelligenza più dell’aver vinto il Nobel. Gli studenti cresceranno e ogni professore retrogrado, lungi dal vedersi tutelato nella libertà d’espressione, si vedrà deprivato in quindici secondi dei risultati accumulati in decenni d’esperienza. Inoltre, se la competenza di un docente va sottoposta a vaglio etico delle opinioni, il prossimo traguardo potrebbero essere gli scienziati di governo, come i kazaki che in “Borat” sostenevano un’iperbolica differenza fra uomo e donna. Si sosterrà l’esatto contrario con la stessa comicità, però involontaria.

 

[**Video_box_2**]Sullo Spectator Melanie McDonagh s’è chiesta come faremo a prendere sul serio un’università che impone la damnatio memoriae di docenti rei di una battuta infelice. Forse però la diversa reazione di UCL e Royal Society mostra le prime crepe di una possibile frattura nelle prospettive della ricerca, legate a due opposte concezioni di beneficio dell’umanità. Vivremo in mondi accademici paralleli: da un lato una ricerca mainstream attenta alle implicazioni etiche dei propri contenuti, magari finanziata da donazioni di enti impegnati nella rassicurazione sociale; dall’altro una ricerca di nicchia, finanziata in modo mirato per obiettivi circoscritti ignoti ai più e in cui più che essere femministi conterà avere scoperto la ciclina.

 

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