Cosa succede quando un’intera generazione commette lo stesso crimine?

Un libro sulla storia della pirateria e l’effetto James Taylor
Cosa succede quando un’intera generazione commette lo stesso crimine?

James Taylor

Roma. Potremmo chiamarlo l’effetto James Taylor. E’ quello che costringe un artista con cinquant’anni di onorata carriera, autore di canzoni che hanno fatto la storia degli anni Settanta, a buttarsi sul lato commerciale del mestiere. Per tredici lunghi anni James Taylor ha deciso di non tirar fuori un solo prodotto nuovo. Nessun rischio con album di inediti, con costi di produzione altissimi e cataste di cd invendute, perché poi magari il materiale viene piratato e si trova gratis online prima ancora che ci si possa guadagnare un euro (è successo con l’ultimo album di Bjork, mesi di attesa per un lancio che sarebbe dovuto essere spettacolare: tutto lavoro buttato, visto che il disco era facilmente reperibile in rete già un mese prima). L’effetto James Taylor è quello per cui un artista, pur di evitare operazioni fallimentari, si limita a riconfezionare ciò che è sicuro possa monetizzare: un album di cover per Natale, un tour estivo – perfino quando i concerti sono talmente low cost da prevedere soltanto due persone sul palco. Del resto bisognerà pur trovare un modo di mettere insieme il pranzo con la cena, nell’èra di internet. Oggi il mercato musicale sta improvvisamente vivendo una nuova giovinezza grazie ai servizi in abbonamento e allo streaming. E perfino James Taylor, smessi i panni di quello con il blocco dello scrittore, domani pubblicherà il suo diciassettesimo album, “Before this world”, prima di questo mondo, e mai titolo fu più azzeccato. Perché la domanda fondamentale è ancora una: cosa succede quando un’intera generazione commette lo stesso crimine? E’ quello che si è chiesto il giornalista (e pirata musicale pentito) Stephen Witt nel libro appena uscito “How Music Got Free: The End of an Industry, the Turn of the Century, and the Patient Zero of Piracy” (Viking, 304 pp., 28,57 euro).

 

I giornali anglosassoni sono impazziti per il libro di Witt, e il motivo è semplice: tutti riconosciamo il momento in cui siamo passati dalla musicassetta al cd, e dal cd all’mp3, dall’mp3 a una nuova innovativa formula per pagare la musica, ma mai nessuno aveva rimesso insieme i fili della contemporaneità dell’industria musicale. La storia del suono che diventa, inevitabilmente, anche la storia di internet. Witt parte dal 1997, l’anno in cui si è iscritto all’università di Chicago e non sapeva nemmeno cosa volesse dire l’acronimo mp3. Alla fine del corso di studi aveva sei hard disk da venti gigabite pieni di musica. Quattro anni dopo, nel 2005, possedeva circa millecinquecento giga di musica, pari a quindicimila album interi. Detenuti illegalmente. “Scaricavo su Napster o su BitTorrent. La maggior parte della musica che avevo non l’ascoltavo mai. Perché lo facevo? Ora, anni dopo, posso dire che quello che volevo era appartenere a un’élite. Era un impulso inconscio, e se qualcuno me l’avesse detto, l’avrei negato. Ma questo era ciò che mi affascinava della pirateria underground. Non era solo avere della musica – voleva dire appartenere a una sottocultura”.

 

[**Video_box_2**]Witt ha incontrato Karlheinz Brandenburg, l’ingegnere tedesco che ha contribuito alla creazione del formato audio compresso chiamato MPEG Audio Layer 3, ed è il primo giornalista ad aver intervistato Dell Glover, il “paziente zero”, l’uomo che ha iniziato la pirateria su larga scala – quello che ha distrutto l’industria musicale, secondo un’opinione diffusa. Glover nel 1994 lavorava come impiegato alla PolyGram di Kings Mountain, in Carolina del nord, dove si producevano i cd. Dopo l’avvento degli mp3 fece il ragionamento che tutti, prima o dopo, abbiamo fatto: perché bisogna spendere dei soldi per un cd quando si potrebbe scaricare gratis dalla rete? Intorno al 2001 Glover divenne l’uomo che metteva in rete gli album prima ancora che uscissero sul mercato, da Jay Z a 50 Cent. Nel 2009 fu condannato a tre mesi di prigione per violazione di copyright. “Ancora adesso la musica illegale è facilmente scaricabile”, ha detto Witt, che oggi paga la musica che gli piace ed è abbonato a un servizio di streaming, “ma è anche molto più facile passare dei guai per la pirateria”. Forse perfino James Taylor può smetterla di fare album per Natale.

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