Non è vero che siamo infelici, è che siamo solo un po' più stronzi

Pensiamo di essere infelici; ma se invece fossimo soltanto stronzi? Gli ultimi dati Eurostat certificano che gli italiani non ritengono la vita alla loro altezza e sono insoddisfatti dei rapporti umani.
Non è vero che siamo infelici, è che siamo solo un po' più stronzi

Una utoritratto di Antonio Ligabue del 1954. Il pittore considerato mentalmente instabile venne rinchiuso in una clinica psichiatrica

Pensiamo di essere infelici; ma se invece fossimo soltanto stronzi? Gli ultimi dati Eurostat certificano che gli italiani non ritengono la vita alla loro altezza e sono insoddisfatti dei rapporti umani. Sai che novità: due anni fa il Censis ci definiva sciapi e infelici mentre nel 2007 uno studio di Cambridge c’incoronava popolo meno contento d’Europa, mica come i danesi che svettavano al primo posto. Per tirarci su dovremmo leggere il libretto di Amleto De Silva che l’editore LiberAria ha pubblicato col titolo “Stronzology” quando sarebbe stato più azzeccato chiamarlo “Contro gli psicologi”. A leggere De Silva, sono loro la causa della nostra infelicità perché hanno sdoganato la stronzaggine. Lo stronzo è infatti colui che non solo compie il male ma ti persuade della valida ragione che ha per farlo; ora, poiché secondo la psicologia un tanto al chilo qualsiasi atto compiamo è spia di qualcos’altro, allora tutto ha una giustificazione profonda e nessuno si assume la responsabilità delle proprie azioni. Non è colpa nostra se siamo così. Anzi, ci sentiamo diversi da come la realtà degli atti ci palesa (De Silva cita il caso limite della donna che si concede solo storie di una notte perché non si ritiene tipo da storie di una notte) e la psicologia ci blandisce insegnandoci che tutto dipende dalle circostanze. De Silva non ci concede attenuanti: perché giustificare un ladro dicendo che è povero se altri poveri non sono ladri? Gli atti sono frutto di libera scelta, non di moti d’animo necessitati da congiunture. Non lo cita perché ha scritto prima, ma nel caso del pilota della Germanwings molti hanno parlato di suicidio risaltando il suo malessere e sottovalutandone la decisione di commettere centocinquanta omicidi. Nel comune sentire il criminale ha ceduto il passo al folle, la responsabilità alle circostanze, il bene alla felicità individuale, l’etica alla psicologia.

 

E i matti, appunto? Qui ci soccorre Paolo Nori che per Marcos y Marcos intende seguitare il progetto di Roberto Alajmo pubblicando un “Repertorio dei matti” delle città italiane. Vasto programma. Per ora sono usciti i volumi dedicati a Bologna e a Milano: quest’ultimo è un catalogo ammirevole che però qua e là si lascia andare – Nori è il curatore, aiutato da diciannove compilatori – all’idea sottesa che i matti siano beati nello straniamento, esenti dalla follia collettiva dei milanesi “immersi nei loro pensieri fatti di scadenze, priorità e password da ricordare”. Il problema è l’inverso. Il minimo comun denominatore emerso dal repertorio è che il matto dice cose giuste o coerenti, benché opinabili, all’interno di un contesto sbagliato (inneggia alla rivoluzione proletaria con un mangiadischi sotto braccio, patrocina il sistema tolemaico inveendo contro Galileo mentre vende gelati, proclama il Regno dei Cieli quando viaggia in metrò servendosi degli appositi sostegni); oppure compie atti comuni privandoli del loro scopo (in biblioteca fissa i libri senza leggerli, si veste da guardia giurata ma non è una guardia giurata, al supermercato riempie il carrello ma non lo porta in cassa).

 

[**Video_box_2**]Tutto sta nel rapporto col contesto: se il sistema di riferimento diventa idiotico, ripiegato su se stesso, gli atti perdono di senso. Lo dimostrano i versi scritti dai matti che il “Repertorio” riporta, del tutto indistinguibili da quelli di poeti professionisti salvo che nella forma di pubblicazione. Il matto più significativo del libro è uno che è tale perché infelice e consapevole della propria infelicità ma non delle sue cause, ragion per cui ripete ai passanti: “Non ero così, prima! Mi hanno imbrogliato!”. Sarebbe piaciuto agli statistici dell’Unione Europea come tipo italiano medio cui far indossare il berretto a sonagli dell’infelicità: diventiamo sempre più tristi perché poco a poco ci straniamo dal contesto oggettivo e incardiniamo sul nostro ombelico il sistema di riferimento da cui emettere giudizi assoluti. Diventiamo sempre più matti per noi stessi e stronzi per gli altri.

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