Ateismo accomodante

Una volta, nemmeno molto tempo fa, il plotone del “New Atheism” si scagliava contro la fede con il proposito, discutibile ma chiarissimo, di distruggerla con le armi del raziocinio, di confutare i suoi argomenti fino a ridurla all’assurdo.
Ateismo accomodante

Sanderson Jones (destra) e Pippa Evans (seconda a sinistra), fondatori britannici della chiesa ateista "Sunday Assembly" di Londra

New York. Una volta, nemmeno molto tempo fa, il plotone del “New Atheism” si scagliava contro la fede con il proposito, discutibile ma chiarissimo, di distruggerla con le armi del raziocinio, di confutare i suoi argomenti fino a ridurla all’assurdo. Al fondo di questo tentativo c’era un che di dinamitardo e nicciano, una volontà di distruzione delle superstizioni che avevano mandato a rotoli l’umanità. Tutte le manifestazioni religiose, dal radicalismo islamico ai pastori creazionisti della Bible Belt, andavano accartocciate e gettate definitivamente nel cestino della storia. Richard Dawkins, Christopher Hitchens, Daniel Dennett e Sam Harris si facevano chiamare i quattro cavalieri della non-apocalisse, tanto per non confondere il pubblico circa il loro spirito battagliero e antagonista, contrario a qualunque manifestazione religiosa, senza troppe distinzioni.

 

“Dio non è grande”, la “delusione di Dio”, il “Dio nato morto”, sono alcune delle sintesi da copertina di bestseller che hanno trovato enorme fortuna nell’età d’oro del nuovo ateismo. La vis polemica dei nuovi atei era in qualche modo benedetta dallo scontro di civiltà inaugurato ufficialmente con la tragedia dell’11 settembre 2001, interpretata come la sintesi del potenziale distruttivo della pulsione religiosa. Era un’esplosiva mistura di preoccupazioni geopolitiche e di tradizionale battaglia raziocinante combattuta brandendo il metodo scientifico, unica via per conseguire una qualche certezza sulle cose di questo mondo. L’altro mondo non soltanto non esiste, ma credervi è gravemente nocivo. Nel 2006 il giornalista Simon Hooper ha scritto che per gli atei in battaglia “la religione non va semplicemente tollerata ma deve essere combattuta, criticata e sbugiardata con argomenti razionali ogni volta che la sua influenza si manifesta”.

 

Oggi l’ateismo belligerante sembra essere a corto di munizioni, rimpiazzato da uno zeitgeist non meno irreligioso ma decisamente più accomodante nelle forme e nei propositi. Dove ardeva lo zelo della confutazione razionalista ora regna la tolleranza, l’inclusività è il mantra aggiornato per chi vedeva nel binomio religione-secolarismo una serie di opposizioni impossibili da riconciliare, gli opposti non sono più così tanto opposti.

 

Le campagne egalitarie di qualunque genere e gender hanno postulato, anche inconsciamente, l’idea che la distinzione – con la sua versione degenerata e socialmente inaccettabile, la discriminazione – è il vero male da combattere con mani tese e spirito compassionevole, non con l’antagonismo ideologico che fa molto Ventesimo secolo. Questo trend edulcorato e rispettoso sta modificando anche il codice genetico dell’ateismo militante, e qualche giorno fa sul New York Times Molly Worthen, storica delle religioni della University of North Carolina, ha scritto della paradossale ricerca di una teologia da parte degli atei. Una teologia che si manifesta ad esempio nei sermoni concilianti e nelle canzoni pop della Sunday Assembly, una “chiesa senza Dio” nata a Londra alcuni anni fa, e che ha la peculiarità di non richiedere ai suoi fedeli di rigettare il loro credo religioso, una precondizione imprescindibile per gli atei della casata di Hitchens e compagni. Non ci sono campagne per sbattezzarsi né raccolte di firme per l’abolizione del Vaticano o la controrivoluzione in Iran; non ci sono manifestazioni dissacranti da squatter né inviti alla blasfemia, che per qualcuno è pur sempre offensiva, quindi va espunta dal vocabolario dell’ateo inclusivo.

 

[**Video_box_2**]C’è posto per tutti in questa zuccherosa ed egalitaria versione dell’ateismo non più militante, una  forma di umanesimo secolarizzato che è “una specie di liberalismo del Ventunesimo secolo, e molti dei suoi aderenti hanno assorbito la tendenza liberal moderna di fuggire dall’ideologia per abbracciare un messaggio di inclusione senza giudizio”, scrive Worthen. A uno come Sam Harris, neuroscienziato per cui l’ateismo è il semplice “rifiuto di negare l’ovvio”, pura ragione umana sulla quale non cade nemmeno l’onere di provare l’inesistenza di Dio, l’elevazione della tolleranza a categoria suprema del dibattito dà l’orticaria. Ed è logico che sia così. “Quello che queste persone non vedono è che queste credenze irrazionali che si rifiutano di criticare hanno enormi conseguenze geopolitiche e personali, e sono esse stesse fonte di intolleranza”, spiega Harris. I non credenti di oggi, continua Worthen, “sembrano inclini a descrivere ateismo e umanesimo secolarizzato come una ‘identità’”, e come per la battaglia per i diritti Lgbt, lo scopo – almeno quello dichiarato esplicitamente – non è la distruzione della parte avversaria con un titanico scontro culturale, ma l’accettazione sociale e la convivenza pacifica fra adulti non “judgmental”. I nuovissimi atei non vogliono uccidere Dio, vogliono ridurlo a semplice identità fra altre identità differenti ma di indentico valore. Perciò gli adepti di questo culto godless hanno il mandato di “concentrarsi sull’accettazione culturale invece che sui dibattiti intellettuali”.

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