Faccio tutto io

E’ facile riconoscerlo: sbuffa, si guarda intorno con aria colpevolizzante, scuote la testa, fa rumore con la sedia e con le scarpe, beve molta acqua direttamente dalla bottiglia, borbotta.
Faccio tutto io

E’ facile riconoscerlo: sbuffa, si guarda intorno con aria colpevolizzante, scuote la testa, fa rumore con la sedia e con le scarpe, beve molta acqua direttamente dalla bottiglia, borbotta. Ed è un po’ curvo, come chi sta semplicemente portando il mondo sulle spalle, e lo porta perché è l’unico in grado di farlo, perché gli altri sono scansafatiche incapaci, oppure molto più furbi di lui (come ama dire nel momento di massimo piacere, cioè durante l’autocommiserazione quotidiana). “Faccio tutto io” non è solo una sindrome molto diffusa nei luoghi di lavoro, anche fra chi ogni dieci minuti posta una foto su Facebook, ma è una tipologia umana: si può essere studenti, accademici, compagni di squadra, mariti e mogli, vivere nel lusso più sfrenato o in povertà, essere in pensione, ma se si appartiene al genere Faccio-tutto-io si tenderà sempre a sopravvalutare il proprio contributo, le proprie azioni e iniziative e quindi la propria indispensabilità.

 

Come quelle signore convinte che senza di loro i mariti non riusciranno nemmeno a trovare i calzini nel cassetto, e i figli non si laveranno i denti per giorni, e la casa sarà invasa dagli scarafaggi, e il gatto si lascerà morire di fame: le signore, con un alto senso del tragico, tornano da una breve forzata lontananza sbuffando e ansimando per la preoccupazione e trovano che è tutto a posto, i ragazzini profumano di shampoo alla camomilla e dicono: per favore papà e grazie papà e giocano sul tavolo del soggiorno a Scarabeo. Allarmate, cercano in ogni angolo della casa le prove del disastro occorso in loro assenza, e quando finalmente scoprono macchioline di caffè sul piano di marmo della cucina, esultano, cercano rumorosamente una spugna per sfregare ansimando e sbuffando, lamentandosi che senza di loro è tutto perduto, e che non possono riposarsi un attimo. Queste persone, perennemente affaticate, in realtà non chiedono affatto che venga tolto loro il mondo dalle spalle, anzi provano desiderio di vendetta se qualcuno offre aiuto e se si mostra particolarmente collaborativo: lo scopo egocentrico dell’eccesso (percepito) di lavoro, responsabilità e sacrificio è il riconoscimento del merito. Il collega che suda e scuote la testa alla scrivania accanto alla vostra, e che sostiene di essere arrivato per primo e di andare via per ultimo e di non avere più una vita, desidera soltanto che voi, dall’alto del vostro ozio privilegiato, gli diciate quanto è bravo. I complimenti e la solidarietà emotiva (così come l’assenza totale di considerazione) sono il carburante e la droga di Faccio-tutto-io. Sul lavoro e in amore.

 

[**Video_box_2**]Lei (o lui) è al centro del mondo e quindi anche delle responsabilità. Se telefona all’idraulico, se paga una bolletta, se porta fuori il cane, tutto assume una dimensione epica, in cui la divisione dei compiti è totalmente irrilevante, e il fatto che l’altro abbia acquistato, trasportato e montato da solo un armadio Ikea rientra nella banalità del nulla. E’ un atteggiamento mentale da cui è difficile guarire. Tanto vale, per chi lo subisce, ripetere spesso: come farei senza di te, e godersi lo spettacolo.

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