Lapidare Miss Università? Not in my name

Sono ricercatrice anch'io, vedo da vicino le discriminazioni di genere, ma non per questo voglio adeguarmi alla rigida morale di chi ci vuole vedere grigi utilizzatori di asterischi alla fine di aggettivi per neutralizzarne il genere.
Lapidare Miss Università? Not in my name

Il rettore dell'Università “La Sapienza” Eugenio Gaudio presiede la giuria di “Miss Università 2015”

Sono una donna che naviga, a fatica come tutti, nel mercato del lavoro e della ricerca in italia: credetemi, so cosa sono le discriminazioni di genere. Ma non accetto neanche l'alzata moralistica di scudi contro il concorso di bellezza organizzato da una discoteca per eleggere Miss università, alla cui giuria ha partecipato  il rettore della sapienza, Eugenio Gaudio. Partecipato  e non finanziato: quello sì che sarebbe inaccettabile, perché i fondi pubblici vanno usati per la ricerca e non per il marketing. Ma il punto in questione è un altro, ovvero che una serata in discoteca contribuirebbe a perpetrare lo stereotipo per cui una donna vada valutata in base al suo aspetto estetico, invece che alle sue abilità intellettuali. Le due cose sono ovviamente alternative.

 

Patrizia Tomio, presidente della Conferenza nazionale degli organismi di parità delle università italiane, ha infatti commentato: “Mentre gli organismi di parità e le/i delegate/i del rettore/rettrici per queste tematiche svolgono un quotidiano e faticoso lavoro all’interno degli atenei, impegnandosi sul piano scientifico, didattico e culturale, per promuovere il superamento delle asimmetrie nella rappresentanza di genere, nella formazione, nelle carriere all’interno dell’università, ci troviamo di fronte a manifestazioni che sembrano rimettere in discussione quanto realizzato in questi anni, lo sforzo per rimuovere stereotipi, il dialogo con la componente studentesca per una sensibilizzazione su questi temi".

 

Sulla stessa linea, Chiara Lalli commenta esterefatta sull'Internazionale la scelta dello stesso ateneo di chiamare una job fair "Nessuno ve la dà?". Ovviamente, battuta sagace uguale mercificazione del corpo delle donne.

 

Signori, calmatevi: il problema delle discriminazioni di genere c'è ed è reale, ma riguarda cose più serie che un concorso di bellezza. Simona Benedettini fa notare sul Sole 24 Ore che “l’Italia non è un paese per giovani. E neanche per donne che lavorano. Se nel Bel Paese la percentuale di persone comprese tra i 15 e i 29 anni è la più bassa d’Europa, altrettanto preoccupante è il dato che emerge sulla popolazione femminile, non solo under 30. Tra 14 paesi europei, l’Italia “vanta” la minore partecipazione femminile al mercato del lavoro (39,60 oer cento)”. 

 

Ma noi siamo qui ad indignarci per Miss Università. Perché sull’altare della lotta di genere possiamo sacrificare ogni forma di ironia, ogni moto di spirito. Ripeto, sono una donna e sono stata discriminata ogni volta che ho partecipato ad un colloqui di lavoro, ogni volta che ho presentato un risultato, ogni volta che sul posto di lavoro lo sguardo dei miei interlocutori si rivolgeva automaticamente all’uomo in giacca e cravatta presente nella stanza, in cerca di autorità. Ma non per questo voglio adeguarmi alla rigida morale di chi ci vuole vedere grigi utilizzatori di asterischi alla fine di aggettivi per neutralizzarne il genere. Perché io un genere ce l’ho, e talvolta ad altre appartenenti al mio genere piace vestirsi bene e curare il proprio aspetto estetico. Talvolta ad i membri di entrambi i generi piace andare alle feste in discoteca, o farsi una risata per un titolo brillante. Come Valeria Belvedere, studentessa di biologia con la media del 27, ed oggi assurta al ruolo di rappresentante di stereotipi di genere perché ha vinto Miss Università.

 

La verità è che se c'è uno stereotipo forte nella comunità scientifica, ribadito spesso da femministe incazzate, è che non puoi essere allo stesso tempo una ricercatrice seria ed una ragazza figa. Ho sentito dottorande colpevoli di essere belle ragazze essere chiamate "dr. strafiga", o peggio. Ho visto gli sguardi di scetticismo sui meriti scientifici provenire da ricercator* nei confronti di colleghe più carine o più curate. Ho avuto commenti preoccupati di amiche quando ho cominciato a "postare un po' troppo di smalti chanel".

 

Perché non si fa: se sei una ricercatrice, devi essere seria. Grigia. Magari con i capelli sfatti e vestiti desessualizzanti, non sia mai che i tuoi colleghi vengano distratti dal fatto che sei una donna, oltre che una mente. La verità è che tutte abbiamo paura di quegli sguardi, quelli che implicano che se siamo lì allora è perchè, permettetemi, l'abbiamo data a qualcuno. E allora abbruttiamoci, non parliamo di cose frivole, così nessuno metterà in dubbio la nostra sapienza.

 

Anche questo è uno stereotipo forte con cui qualsiasi ragazza abbia voglia di entrare nello sciagurato mondo della ricerca deve scontrarsi: quindi difronte alle moraliste che scagliano la pietra contro Miss Univestià, io ribadisco il mio diritto a lottare per avere un Impact Factor significativo indossando rossetto Mac Russian Red.

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