La decapitazione di Charlie

Dopo il terrore, i giornalisti non litigano sui soldi, ma su Maometto. Due linee si scontrano all’interno del settimanale satirico. Storia del ritorno di una gauche religiosamente corretta.
La decapitazione di Charlie

Una foto di redazione dei giornalisti di Charlie Hebdo

Non sarò più Charlie Hebdo, ma sarò per sempre Charlie”. Così Rénald Luzier, uno dei vignettisti di punta del settimanale francese, ha annunciato che a settembre lascerà, confermando in un’intervista a Libération le indiscrezioni di Mediapart sul suo addio alla rivista decimata dall’odio jihadista lo scorso 7 gennaio. L’addio di “Luz”, che pochi giorni fa aveva annunciato che non avrebbe mai più realizzato vignette su Maometto, arriva negli stessi giorni in cui è scoppiato il caso della giornalista franco-marocchina Zineb El Rhazoui, convocata per un colloquio preliminare a Charlie Hebdo per un possibile licenziamento (causa poi rientrata). “Mio marito ha perso il suo lavoro perché alcuni jihadisti hanno svelato il suo luogo di lavoro, ha lasciato il Marocco, sono minacciata, vivo a casa di amici o in albergo e la direzione vuole licenziarmi… bravo Charlie”, aveva ironizzato la Rhazoui. Lo scorso febbraio, una fatwa aveva colpito la redattrice del settimanale satirico: “Il faut tuer Zineb El Rhazoui pour venger le prophète”. Bisogna uccidere Zineb El Rhazoui per vendicare il Profeta. Foto di lei e del marito prigionieri, pronti per essere giustiziati, sono apparse sui siti islamisti, assieme alla guida di geo-localizzazione della sua casa e dei suoi spostamenti e suggerimenti su come uccidere “l’apostata”. Cosa sta succedendo a Charlie Hebdo?

 

La redazione è tramortita e molti si stanno ancora riprendendo dalle ferite. Il giovane webmaster Simon Fieschi ha avuto un polmone perforato da una pallottola che ha mancato il midollo spinale. Il giornalista Philippe Lançon ha già subito una dozzina di operazioni per ricostruire la mandibola. Il reporter Fabrice Nicolino ha ancora schegge nelle gambe, dopo essere sopravvissuto a un altro attentato il 29 marzo 1985. Quel giorno, una bomba piazzata dalla Jihad islamica esplose nel cinema Beaubourg, durante il Festival del cinema ebraico. Ovviamente non è facile lavorare in un giornale che è stato quasi annientato. Molti vignettisti e giornalisti contattati dopo la strage hanno declinato l’offerta. “Sarò obbligato a partecipare alla riunione di redazione?”, hanno chiesto. E ancora: “Devo firmare con il mio vero nome?”.

 

Una crisi simile a quella attraversata dopo il 2006 dal Jyllands-Posten, il giornale danese che ha pubblicato le prime, dodici vignette su Maometto e che Charlie Hebdo aveva immediatamente riprodotto in solidarietà. “La verità è che per noi sarebbe del tutto irresponsabile pubblicare le caricature oggi”, dice il direttore del giornale, Jorn Mikkelsen. “Il Jyllands-Posten ha la responsabilità di se stesso e dei propri dipendenti”.

 

La prosperità finanziaria ha certamente contribuito all’attuale clima di Charlie Hebdo. Le sette milioni di copie del “numero dei sopravvissuti” hanno portato nelle casse della rivista dieci milioni di euro. 1,75 milioni di euro sono stati donati da 24.500 individui attraverso la piattaforma jaidecharlie.fr. Google ha elargito 250 mila euro, e l’associazione per il pluralismo dei media, presieduta dal giornalista François d’Orcival, ha stanziato 200 mila euro. I media riferiscono di una crisi legata alla fortuna economica accumulata da Charlie Hebdo dopo la strage. Falso. E’ che quando il 7 gennaio i fratelli Kouachi hanno decimato la redazione, forse hanno davvero ucciso Charlie Hebdo. O almeno, coloro che ne avevano fatto “la bestia nera di islamisti e benpensanti”, come lo aveva definito Bernard Henri-Lévy.

 

Si è aperto uno scontro ideologico sul futuro del giornale. Zineb el Rhazoui venne chiamata al settimanale dal direttore Stephane Charbonnier, “Charb”, che mentre Luz annunciava di essere stanco del Profeta, dalla tomba firmava un libro-confessione sul perché l’islam non può essere immune da critiche in una democrazia. Dopo quel 7 gennaio, e dopo la grande marcia dell’11 gennaio a Parigi, in tanti avevano invocato un “ritorno alla normalità”. Così, dopo la copertina del Maometto malinconico di Luz (“Tutto è perdonato”), Charlie Hebdo era tornato in edicola con una copertina su sfondo rosso, il colore della gauche, un cane bianco e nero inseguito da un gruppetto inferocito, in cui si riconoscono Nicolas Sarkozy, Marine Le Pen, Papa Francesco e un jihadista, un lupo nero con un kalashnikov in bocca. Un chiaro segnale su come sarebbe stato il nuovo Charlie Hebdo.

 

Da allora, Charlie Hebdo sia è adeguato. Niente più ironia su Maometto, lo Stato islamico o la sharia, ma il ripiegamento su bersagli come il Front National, meno pericolosi e più provvidi di applausi da parte dell’establishment politicamente corretto. Nel disegno, firmato dall’olandese Willem, si vede un angelo-skinhead con gli anfibi, la lira, il manganello e la scritta “sdoganato a fondo”. Willem è lo stesso vignettista che, dopo la strage, aveva detto alla stampa che gli veniva “da vomitare” per la solidarietà al suo settimanale ricevuta dal Papa, da Putin e dalla Regina Elisabetta.

 

Il nuovo direttore del settimanale è Laurent Sourisseau, detto “Riss”, che ancora deve recarsi sotto scorta in ospedale per la riabilitazione alla gamba. Come scrive Libération, “Riss era in opposizione a Charb, è meno politicamente identificato, più introverso di lui”. Riss ha scritto libri su Sarkozy, Carla e “Hitler in salotto”. Niente islam.

 

Alcuni giorni fa, è uscito nelle librerie francesi un altro libro, quello della fidanzata di Charb, Jeannette Bougrab, che la famiglia del giornalista ucciso aveva diffidato dopo la strage dal presentarsi ai media come la sua “compagna”. Si intitola “Maudites” e Bougrab vi spiega che gli attacchi alla sua persona dai colleghi di Charb nascono dal fatto che la donna, intellettuale algerina nemica del fondamentalismo islamico, è stata una ministra nel governo di Sarkozy, una delle ossessioni del nuovo Charlie Hebdo. La verità è che la crisi del settimanale è ideologica e culturale.

 

Charbonnier faceva capo alla generazione di Philippe Val, Fiammetta Venner e Caroline Fourest, la sinistra oltranzista e libertaria decisa a fare della critica all’islam a suon di copertine “blasfeme” un pegno dell’esistenza stessa del settimanale satirico. L’ombra di Philippe Val, che ha plasmato e diretto il settimanale dal 1992 al 2009, si staglia anche sul futuro del giornale e l’idea di un suo possibile ritorno ha scatenato già una levata di scudi.

 

Val ha appena pubblicato per Grasset il libro “Malaise dans l’inculture”, dove a proposito di islam e libertà di parola attacca “il Muro di Berlino ideologico” che è stato innalzato dalla gauche attraverso una “ortodossia che indicherebbe la via del bene e del male”, “un pensiero politico vittimista” e un “giornalismo malato di sociologia” che finisce per fare il gioco di “una parte della popolazione, quella islamica che si è radicalizzata, che non esita a uccidere per impedire alla gente di esprimersi”. Il nuovo Charlie Hebdo non vuole nemmeno sentir nominare Val. “Ha fatto il suo tempo e quel tempo è finito”, ha detto Laurent Léger alla stampa. Nel corso del 2011, in seguito alle bombe che distrussero gli uffici di Charlie, un manifesto di giornalisti di sinistra aveva dichiarato il rifiuto di sostenere il settimanale. Due anni più tardi, uno dei firmatari, Olivier Cyran, un ex redattore di Charlie Hebdo, aveva definito la linea del giornale come un “bombardamento ossessivo dei musulmani”. Lo stesso ha fatto un ex giornalista di Charlie vicino alla gauche anti-globalizzazione, Philippe Corcuff, che ha accusato la rivista di fomentare lo “scontro di civiltà”. Fu a quel punto che Charb e Fabrice Nicolino presero l’iniziativa di firmare un articolo sul Monde, il 5 dicembre 2013, dal titolo “No, Charlie Hebdo non è razzista”. Di questa corrente recriminatrice fa parte l’ex vignettista di Charlie Hebdo, Delfeil de Ton, che dopo il 7 gennaio sul settimanale Nouvel Obs ha accusato i giornalisti: “Ce l’ho veramente con te, Charb. Che bisogno c’era di questa escalation a tutti i costi? Non bisognava farlo, ma Charb l’ha fatto ancora”.

 

Quando divenne direttore nel 1992, riesumando un settimanale in fallimento, Philippe Val disegnò una linea editoriale orientata verso la sinistra liberale e umanistica, pro-israeliana e anti-musulmana. La cacciata di “Siné” (accusato di antisemitismo) segnò la rottura definitiva con alcuni dei lettori e redattori. Come spiega il sociologo Philippe Corcuff, che lasciò Charlie Hebdo in protesta con la direzione, “c’è stata la tendenza a equiparare islam e islamismo. Ma non era il cuore dei vignettisti e dei giornalisti di Charlie, che hanno difeso la possibilità di un’ironica critica nei confronti di tutte le religioni, senza particolare logica discriminatoria nei confronti dell’islam”. La rottura maturò nel 1999, quando Val prese posizione a favore della guerra del Kosovo e perorò l’intervento militare della Nato. Fu uno choc per molti giornalisti di Charlie educati all’antimilitarismo e all’antiamericanismo di maniera tipico della Francia. Nel 2000, mentre il grosso dei redattori e dei lettori era filopalestinese, Val sostenne Lionel Jospin che definiva le azioni di Hezbollah “terroristiche” e veniva preso a sassate a Ramallah. Nel 2005, Val ha poi sostenuto il “sì” al referendum sulla Costituzione europea mentre la sinistra si divise sulla questione. In Charlie Hebdo hanno sempre convissuto diverse anime, quella antimilitarista con Cabu, quella allegra ed edonista con Wolinski, quella anticapitalista con Bernard Maris, e poi i déconneurs anticlericali, antiborghesi e anti-tutto con Siné. Val spinge il giornale su posizioni occidentaliste: gli antimilitaristi diventano “una nuova Monaco”, i souverainistes sono chiamati “fascisti anti-americani” e ai filopalestinesi si dà di “antisemiti”. Poi arriva il “caso Siné”.

 

[**Video_box_2**]Siné era un’istituzione di Charlie Hebdo. Era provocatorio, senza tabù. Ma a Val non è mai piaciuto e nel loro scontro matura il divorzio tra le due anime della sinistra. Tignous, ucciso il 7 gennaio, si oppose alla sua estromissione. Charb tenne invece un profilo basso, di fatto appoggiando Val. Un articolo di Olivier Cyran, già redattore del settimanale, avrebbe accusato gli ex colleghi di “nevrosi islamofoba”. Molti redattori della rivista non presero bene l’arrivo, nel 2004, delle femministe Fiammetta Venner e Caroline Fourest, assunte da Val, che iniziarono ad attaccare gli “utili idioti dell’islamismo”, i compagni di strada della gauche che flirtavano con gli imam e i predicatori. Duro anche il critico cinematografico di Charlie, Jean-Baptiste Thoret, che scriverà: “C’è stata una notevole evoluzione del discorso della sinistra, una sorta di allineamento in tutte le direzioni su una posizione vagamente finkielkrautiena”.

 

I fautori della linea Val-Charb parteggiano, sull’islam, per una visione legata alla filosofia contro il velo di Elizabeth Badinter e per un superamento di SOS Racisme e del Mrap, il Mouvement contre le racisme et pour l’amitiés entre le peuples, che voleva far indossare ai libri di Oriana Fallaci la fascetta con l’avvertenza “testo di natura antimusulmana”, a tutela della salute mentale dei lettori francesi. L’attuale direttore di Charlie Hebdo, “Riss”, in un impeto di rabbia afferrò Val per il collo. Si detestavano quindi già prima che i terroristi islamici facessero irruzione nella redazione quella mattina di gennaio. Antipatie umane, ma soprattutto divisioni su quale significato dare alla libertà di espressione, sul posto dell’islam in Europa e sulla reazione della sua classe dirigente.

 

Quando i fratelli Kouachi uscirono per strada, dopo aver abbattuto otto fra giornalisti e vignettisti, gridarono: “Abbiamo vendicato Maometto. Abbiamo ucciso Charlie Hebdo”. Poi ci fu la sbornia dell’adunata di massa, con i capi di stato che marciavano spediti e in silenzio, come se non avessero niente da dire. Forse è stato così, forse davvero Charlie Hebdo è morto. “E’ stato sterminato un modo di pensare”, disse Val in lacrime fuori dalla redazione. Soltanto il tempo ce lo dirà.
Intanto, il settimanale “normale” ha il volto di Luz, che ha pianto in diretta tv dopo aver presentato la copertina dei sopravvissuti con Maometto che dice “tutto è perdonato”, che ha annunciato che non si sarebbe più occupato del Profeta e che adesso si dimette, stanco. Ma prima di andarsene, Luz è andato sul Grand Journal, assieme a Madonna, e in un gesto di triste voyeurismo si è tirato fuori l’uccello e si è masturbato, coperto dal logo “Je suis Charlie”.
Povero Charlie Hebdo.

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