Femminismo felice

Le ragazze, il rossetto, la depilazione e i brutti tailleur secondo la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie. “Avrei tanto voluto mettermi il lucidalabbra e la gonna corta”, ma non ha avuto il coraggio: temeva di non essere presa sul serio.
Femminismo felice

La scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie (foto LaPresse)

La parola “femminista” si porta dietro un bagaglio negativo notevole: odi gli uomini, odi i reggiseni, pensi che le donne dovrebbero essere sempre ai posti di comando, non ti trucchi, non ti depili, sei perennemente arrabbiata, non hai senso dell’umorismo, maltratti le persone, non usi il deodorante, non trovi marito. Chimamanda Ngozi Adichie, bravissima scrittrice nigeriana trentenne (“Americanah” è il suo ultimo romanzo), ha preso tutti questi cliché, e molti altri (nel suo paese, se sei femminista significa che odi la cultura africana) e li ha trasformati in un discorso universale, moderno, attraente, che è diventato un piccolo libro appena uscito per Einaudi, intitolato “Dovremmo essere tutti femministi” (da quel discorso la cantante Beyoncé ha saccheggiato alcune frasi utilizzandole nel videoclip di una canzone, “Flawless”, ed è stata criticata: tutto quel corpo esposto, tutto quel mascara non farebbero di lei una femminista degna dei cliché, in effetti).

 

Viviamo in un mondo profondamente nuovo, dice Chimamanda Ngozi Adichie, che però per la sua prima lezione di scrittura all’università ha indossato un tailleur molto serio e molto brutto. “Avrei tanto voluto mettermi il lucidalabbra e la gonna corta”, ma non ha avuto il coraggio: temeva di non essere presa sul serio. E a Lagos, in Nigeria, una metropoli con quasi venti milioni di abitanti, fuori di sera con un amico, ha dato qualche soldo a un ragazzo che li aveva aiutati a trovare parcheggio fuori dal locale. “E lui, quell’uomo grato e felice, ha preso i soldi dalla mia mano, poi si è girato verso Louis e ha detto: ‘Grazie, signore!’”. Perché se Chimamanda aveva dei soldi, quei soldi dovevano venire da un uomo. A Manhattan o a Roma non succederebbe, d’accordo, però questa scrittrice piena di forza e libertà (che si definisce una “femminista felice”) sostiene che facciamo un torto grave alle ragazze, perché le costringiamo a prendersi cura dell’ego fragile degli uomini, insegniamo loro a restringersi, a farsi piccole, o almeno a dissimulare con grazia: “Diciamo alle femmine: puoi essere ambiziosa, ma non troppo. Devi puntare ad avere successo, ma non troppo, altrimenti minaccerai l’uomo. Se nella coppia guadagni di più, fai finta che non sia così, soprattutto in pubblico, altrimenti lo renderai meno virile”.

 

Una ragazza nigeriana ha venduto casa sua per non intimidire l’uomo che avrebbe potuto sposarla. Una ragazza americana ha preso il posto di un dirigente uomo (definito “tosto e ambizioso” con ammirazione), e alla prima discussione ha ricevuto le lamentele della direzione per la sua aggressività. Essendo una donna doveva rimpicciolirsi, non intimidire, magari anche indossare un brutto tailleur. Per queste cose di solito si piange in bagno, poi ci si abitua, Chimamanda Ngozi Adichie invece si è messa il lucidalabbra, la gonna corta, si è pettinata i capelli all’insù e ha detto che cambierà tutto, perché sono le persone che fanno la cultura (e la sua bisnonna in Nigeria, che non conosceva la parola “femminista”, fuggì dalla casa dell’uomo che non voleva sposare, si oppose, spiegò che amava un altro, che aveva scelto un altro, e lo sposò).

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