L’Elefante a Pompei, paradiso di decenza e invidiabile capacità manutentiva. Altro che diavoli, sorrisi e culoni

E’ una città di rovine in pietra, in marmo, in mattoni, in terriccio tufaceo, una città che il tempo della rovina aveva salvato sotto la terra e, scavata per i nostri studi e i nostri occhi, è stata reimmessa, come sospettavo quando leggevo le cretinate sulla rovina della rovina, nel circuito distruttivo del tempo, e finirà come tutto finisce.
L’Elefante a Pompei, paradiso di decenza e invidiabile capacità manutentiva. Altro che diavoli, sorrisi e culoni

Pompei (foto LaPresse)

Prendo la Circumvesuviana e vado a Pompei a visitare gli scavi della città romana goduriosa e chic sepolta dalle ceneri e dalla lava e riscoperta nel tempo del romanticismo archeologico. E’ un giovedì di primavera fresca e con il sole, è mattino presto, ieri. Sono pieno di stupide paure causate dal traumatismo dell’informazione banalmente apocalittica e mestatoria, che vuole fortissimamente vuole tutto compreso e stravolto in una perenne shit storm. A mezzogiorno e un quarto sono di ritorno in uno splendido bed & breakfast di Port’Alba, affacciato sulla piazza Dante che brulica intorno al monumento, da cui si scorge il principio di via Toledo, che per Herman Melville era la strada europea più simile alle avenue di Manhattan. Il viaggio dura 40 minuti sopportabilissimi, in piedi, c’è folla turistica e pendolare, abbondanza di etnie sorridenti e di battute e intercalari piacevoli. Si passa per rioni gomorrosi come Barra, poi i nomi del miglio d’oro come villa delle Ginestre e Leopardi, sullo sfondo dell’arido misterioso Vesuvio, poi Torre del Greco dove è nato il professor Zerlenga, che è con me per la mia gioia. Infine Pompei, Scavi-Villa dei misteri.

 

La metropolitana più bella del mondo ferma a pochi metri dall’entrata della città sepolta. File brevissime, prezzi abbordabili allo sbigliettamento, e inizia la passeggiata dei miracoli. Lascio stare il bello, che sotto la potestà di certi nomi, come Pompei, è giusto l’ovvio. Incontro il pulito (una bottiglietta e un pezzo di carta in circa due ore e mezzo), il ben mantenuto, operai al lavoro per ditte private appaltatrici, divise professionali, selfie gioiosi: accettano ridendo i miei complimenti per il gioiello che tengono in mano, per la perfezione, il senso (dispiegato da cartelli e opere) di progetti e investimenti attivi allo scopo di fare l’impossibile. E’ una città di rovine in pietra, in marmo, in mattoni, in terriccio tufaceo, una città che il tempo della rovina aveva salvato sotto la terra e, scavata per i nostri studi e i nostri occhi, è stata reimmessa, come sospettavo quando leggevo le cretinate sulla rovina della rovina, nel circuito distruttivo del tempo, e finirà come tutto finisce nel non asettico clima atmosferico di pioggia, vento, intemperie, sole, elementi vari sotto il cielo.

 

Pompei è un paradiso di decenza e di invidiabile capacità manutentiva. E non è abitato da diavoli. Accoglie culoni tedeschi e spilungoni olandesi, e asiatici con fotocamera e italiani, e accoglie con freschezza di tratto, organizzazione non banale, interventi a copertura e a esclusione degli effetti più invadenti del turismo di massa. I crolli, gli sfarinamenti, tutto vero e quasi tutto inevitabile, ma tutto rimediato nella cura, nella incredibile disposizione archeologica del Foro, delle case tutte censite e numerate, del Lupanare, della caserma dei gladiatori eccetera. Una cura che non si racconta, perché notizia decente è solo quella ansiogena, moralistica, autolesionistica, conformistica. Mosaici, strade, reperti murari del rosso pompeiano, colonne, architetture domestiche, fontane interne, affreschi: teniamo con abilità e noncurante, paesaggistica bellezza di tratto il nostro più celebre patrimonio. La passeggiata a Pompei, nelle condizioni giuste, è un percorso d’amore e d’onore che spazza via milioni di parole inutili e sprezzanti sulla rovina della rovina. Tutte balle.  Ritorno in Circumvesuviana addirittura trionfale, questa volta seduti fra normanni di due metri, nigeriani, asiatiche, stormi di napoletani, chi potelé chi più asciutto, tutti simpatici e di dolorosa consapevolezza. L’impressione è che ci sia un paese, questo, che sa, nella sua più spettacolare metropoli archeologica, come si faccia a non funzionare piuttosto bene.

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