Giù le mani dal latino e dal greco, è coro bipartisan sui giornali francesi

In una lettera-editoriale intitolata “Quo vadis?” e indirizzata alla ministra francese dell’Educazione nazionale, Najat Vallaud-Belkacem, il direttore di Libération, Laurent Joffrin, si è divertito a usare una ventina di modi di dire latini di uso corrente.
Giù le mani dal latino e dal greco, è coro bipartisan sui giornali francesi

Una classe scolastica francese

Roma. In una lettera-editoriale intitolata “Quo vadis?” e indirizzata alla ministra francese dell’Educazione nazionale, Najat Vallaud-Belkacem, il direttore di Libération, Laurent Joffrin, si è divertito a usare una ventina di modi di dire latini di uso corrente. Il quotidiano della gauche ha dedicato ieri l’apertura alla cancellazione del latino e del greco antico dai programmi scolastici francesi, nell’ambito di una riforma che finora ha collezionato più sberleffi bipartisan che approvazione. “Andare da sé e da qui verso l’altro e l’altrove”, è la frase manifesto del cambiamento. Ma “la tabula rasa non è una politica”, scrive Joffrin, mentre “la protesta ad hoc dei professori di greco e latino è convincente”.

 

Altre voci raccolte dal giornale – insegnanti e studenti – respingono l’accusa di “elitismo” che dovrebbe costare a latino e greco (e, nei piani, perfino al tedesco) la rapida sparizione da quella che si chiama “offerta scolastica”. Eppure, in un liceo di una zona urbana problematica come Seine-et-Marne, un professore di Lettere antiche di buona volontà è riuscito ad appassionare gli studenti – soprattutto figli di immigrati – alle lingue “morte”. Che dimostrano di essere vivissime, dice a Libé una giovane alunna di origine kosovara. Nel latino e nel greco, spiega, ha trovato “un vettore di uguaglianza di opportunità”, mentre lo studio della sintassi latina ha aiutato una sua compagna di classe a “mettere ordine” nel proprio modo di scrivere e di esprimersi in francese. Argomenti che rischiano di cadere nel vuoto, non solo in Francia, se è vero che i più convenzionali discorsi sullo “svecchiamento” dei programmi anche in Italia finiscono sempre lì: basta con le lingue classiche. Ma non c’è solo la loro estinzione nella pedagogia neoegualitarista della République. Sempre ieri, sul Figaro, un intervento di Madeleine Bazin de Jessey (associazione Sens commun, area Ump) critica la decisione di rendere facoltativo, cioè a discrezione dell’insegnante di storia, lo studio del Medioevo cristiano, mentre diventa obbligatorio quello dell’islam: “In una società che soffre sul piano dell’integrazione e della coesione nazionale stupisce una curiosità così grande per le religioni venute da fuori, e una repulsione così manifesta per le nostre radici giudaico-cristiane”.

 

[**Video_box_2**]La strada scelta è quella “dell’autoflagellazione e dell’odio di sé… non cercate più la crisi della Francia: è là, nel rivoltarsi contro se stessi”. Un’altra bordata ai nuovi programmi arriva, sempre sul Figaro, dal caporedattore Vincent Tremolet de Villers, il quale consiglia alla ministra e al premier Valls di regalarsi una serata al teatro parigino des Mathurins. Lì, da settimane (e con biglietti venduti fino a tutto ottobre) l’attore Fabrice Luchini – protagonista al cinema di “Molière in bicicletta” – fa il tutto esaurito. Solo in scena, legge Rimbaud e Labiche, Céline e Proust, Valéry e Racine: “Quando improvvisa, è prodigioso. Non è un professore, il Théâtre des Mathurins non è un’aula scolastica, ma tutte le generazioni vengono a cercarvi ciò che il pedagogismo si accanisce a nascondere e perfino a distruggere: la propria eredità”.

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