Big Tuesday, who? Così Giannini e Floris sono diventati i “due del martedì”

In principio fu il nome: e uno non voleva cambiarlo anche se era dell’altro, e l’altro si scervellava per trovarlo per forza originale. E’ andata a finire che Giannini s’è tenuto “Ballarò”, mentre Floris ha tirato fuori un nome-non nome: “Dimartedì”, così te lo ricordi.
Big Tuesday, who? Così Giannini e Floris sono diventati i “due del martedì”

Massimo Giannini e Giovanni Floris

In principio fu il nome: e uno non voleva cambiarlo anche se era dell’altro, e l’altro si scervellava per trovarlo per forza originale. E’ andata a finire che Massimo Giannini, ex vicedirettore di Rep., andando a condurre il programma del martedì su “Rai3”, s’è tenuto “Ballarò”, nome del programma che era stato di Giovanni Floris, mentre Giovanni Floris, ex conduttore di “Ballarò”, volato a La7, ha tirato fuori un nome-non nome: “Dimartedì”, così te lo ricordi. Tiè (o “alè”, come dice lui). In principio fu il nome, ma poi lo share: “ ‘Ballarò’ ” è primo”, esultavano a Rai 3 in settembre; “ ‘Dimartedì’ ” ha fatto il sorpasso”, esultavano a La7 in marzo, e in mezzo scorreva un fiume di piccoli avvicinamenti e allontanamenti: ecco, alla seconda puntata, il “Ballarò” calante (“evviva, evviva”, dicevano a "Dimartedì”, dove tuttavia si lottava ancora per il 4 per cento). “Giannini risale”, annunciavano dalla Rai in novembre, con Giancarlo Leone su Twitter a far di conto ogni mercoledì che dio mandava in terra. E però a febbraio tutto cambiava: “Pareggio, pareggio!”, ed era come dire “miraggio, miraggio!” in mezzo al deserto, per chi a La7 ci aveva sperato, in quel 6 virgola qualcosa per cento, quasi uguale a quello dei rivali in Rai. E ora, in giorni in cui i giornali annunciano la morte dei talk-show, i due talk-show del martedì si attaccano a quelle percentuali: Giannini al 6 e Floris al 5,5, e la felicità (o l’infelicità) è tutta roba di interpretazione&autoconsolazione (“sì, ma noi siamo partiti svantaggiati”; “sì, ma voi avete Maurizio Crozza”).

 

Doveva essere un continuo “Big Tuesday”, una perenne “sfida epocale”, un “Coppi contro Bartali” televisivo (o, a voler essere più modesti, un “D’Alema contro Veltroni” dei conduttori). E insomma era fine estate, nessuno aveva ancora voglia di accendere la tv e “i due del martedì” erano ancora di là dal partire, ma già messi in competizione furibonda sulla carta: Massimo Giannini il Nuovo (ma al posto del Vecchio) contro Giovanni Floris il Vecchio (ma con programma nuovo). Uno arrivava in viale Mazzini, l’altro migrava da Urbano Cairo, e gli amici, lì per lì, si erano pure interrogati sul come fare, il martedì, a scegliere l’uno o l’altro – dolorosa dev’essere stata, dunque, presso entrambe le parrocchie della via Pal del talk politico, la lettura dell’intervista ad Angelo Guglielmi sul Messaggero di qualche giorno fa, intervista in cui lo storico dirigente della Rai d’antan dice che “Ballarò e Dimartedì sono la stessa cosa, vedi Ballarò e ti sembra di vedere Dimartedì”. Figurarsi lo sgomento, a casa Giannini e a casa Floris, al pensiero di tutti gli sforzi profusi per differenziare oltre ogni limite l’impercettibilmente diverso (e percettibilmente simile): come si può confondere Giovanni con Massimo, pur vedendo lo stesso Alan Friedman seduto in poltrona, una settimana qui e una lì? E come si può prendere fischi per fiaschi, e Massimo per Giovanni, pur ricordando di aver ascoltato la stessa Anna Ascani, giovane deputata pd, sia da Massimo sia da Giovanni, ma a settimane alterne? E come si può essere tratti in inganno alla vista dei due conduttori, uno più professorale (Floris), l’altro più redazionale (Giannini)? Eppure accade, e mai come in questo mese i due sono parsi così intercambiabili sotto i colpi del telecomando. Capita infatti che uno spettatore il mercoledì mattina ricordi, sì, di aver visto la sera prima uno speciale sul 730, e che un altro spettatore rammenti invece il reportage sull’Isi che diventa Imu, e succede pure che entrambi abbiano vaga memoria del servizio con il pennarello che si muove da solo sullo schermo (prerogativa di Floris) ma che poi facciano confusione sull’argomento, attribuendo il servizio sui disperati senza casa a Giannini e quello sui fortunati con asilo a Floris – e magari era tutto il contrario.

 

E se è vero che Giannini aveva portato in dote, per la prima puntata, un Roberto Benigni salva-share (undici per cento non ripetibile, ohimé), è vero pure che il cosiddetto “Giovannino”, l’uomo che improvvisamente l’estate scorsa, quando ancora era in Rai, si era messo a fare il pasionario aziendale contro il prelievo renziano dei proventi da canone, ha puntato tutto sul metodo in teoria salva-noia (in pratica, mah) della rotazione ospiti: accendi la tv alle 21 e c’è un tizio, ma se torni a sintonizzarti alle 24 è tutto un altro parterre. Motivo per cui il giorno dopo nessuno ricorda se Tal dei Tali era ospite da Floris o da Giannini o nella terza appendice di Floris e nel pre-intervista di Giannini.

 

Uno oggi fa l’editoriale in video come ieri su carta stampata (Massimo), l’altro (Giovanni) ha scritto, prima di passare a La7, un romanzo di formazione (“Il confine di Bonetti”), in cui metteva tutte le parolacce forse mai dette dal vivo. Uno (Floris) intervista Walter Veltroni, l’altro (Giannini) Eugenio Scalfari, uno ha i ministri (Giannini) l’altro li ha avuti per anni (Floris), epperò tutti e due ricevono la stessa bastonata da Aldo Grasso sul Corriere della Sera: “Fermatevi, avete creato dei mostri! Ballarò e DiMartedì … sono passerelle del narcisismo, dell’inconsistenza, della bulimia…”. E tutto avrebbero pensato, i due che volevano essere così diversi, tranne che di finire criticati a reti unificate.

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