Giafar il sottomesso

Scrive Buttafuoco che una forma dell’inimicizia tributata alla sua milizia intellettuale consiste nel non prenderlo sul serio. Voglio prenderlo sul serio? E allora devo stroncare il suo ultimo saggio di conversione all’islam sciita. Voglio stroncarlo? No, perché accanto a follie e irresponsabilità il saggio contiene il meglio di Buttafuoco.
Giafar il sottomesso

Pietrangelo Buttafuoco

Scrive Buttafuoco che una forma dell’inimicizia tributata alla sua milizia intellettuale consiste nel non prenderlo sul serio. Voglio prenderlo sul serio? E allora devo stroncare il suo ultimo saggio di conversione all’islam sciita. Voglio stroncarlo? No, perché accanto a follie e irresponsabilità anche deliranti, il saggio contiene (sebbene a volte lo nasconda) il meglio di Buttafuoco: naufragare nelle questioni d’esistenza, lasciarsi strangolare dalle passioni, perdere la bussola tra le ideologie, tenere ferma l’identità impossibile di un relitto del totalitarismo novecentesco  (e questo mi lega a lui, sebbene io dalla parte dei vincitori, cosa di cui non meno vanto né vergogna, e lui dei vinti, dunque con un blasone di nobiltà che a me manca). Sono i paradossi e i diverticoli di un articolo amichevole, quello che segue, magari non amichevole fino alla sponsorship alla Cazzullissimo (presentazione incantata sul Corriere della Sera), ma frutto del bene che gli voglio. A proposito, l’altro compianto epico emesso dalla maschera di Buttafuoco è indirizzato al tipo che non ha più voluto dargli la sua amicizia per le sue idee: non sono di quelli lì, ho un bisnonno di Piana degli Albanesi (modestamente, lo nacqui), l’amicizia non è volatile. Al massimo (e non lo considero poco) mi incazzo di brutto perché Buttafuoco nella sofisticata Bompiani ha sprezzantemente rinserrato i chiodi della tomba dei vignettisti libertini assassinati a Parigi dagli islamici, definendoli nichilisti, e lo ha fatto al modo di un Garry Trudeau qualsiasi, e di mille coglioni liberal della satira milionaria e occidentalista americana che Giulio Meotti ha recentemente sistemato per le feste (gente cui tocca, ed è un bene, l’irriverente critica postuma contenuta in un libro scritto da Charb, uno degli uccisi). D’altra parte: o Buttafuoco prende atto del carattere satirico della sua affermazione, secondo la quale il casino di islam e cristianesimo oggi dipende “solo dal fatto che qualcuno prega cinque volte al giorno rivolto alla Mecca”, oppure, se questa fosse affermazione di sobrio letteralismo, dovrei dichiararmi totalement abasourdi, cioè stupefatto, costernato, traumatizzato, scelga lui.

 

Al dunque. Pietrangelo ha un nuovo nome in lingua coranica: Giafar al-Siqilli. Ha messo insieme la spiritualità che si vorrebbe allegra, ma è a suo modo cupa e irriverente, di un cattolico catanese, impregnato di paganitas ed eroe santagatino della Candelora, con la giovinezza filosofica intensamente vissuta, con il gusto evoliano e guenoniano e corbiniano per l’esoterismo e il sufismo, con l’odio imperituro per una democrazia che esclude e lo esclude in quanto nemico della democrazia nella sua forma liberale, occidentale, anglosassone: risultato, un nuovo nome e una nuova fede. A me, laico devoto e sboccato con tendenza protestante (quello vuole da noi secolari Papa Francesco? è quello otterrà alla fine), questa sua nuova sembra la fede che cresce in una religione naturale, con omaggi floreali multicolore a una Rivelazione di ultimo conio contenuta nella Profezia di un maestro del potere e della guerra e dei suoi successori o Califfi. Insomma, trovo che un uomo così intelligente non dovrebbe infilarsi nella lista dei diversamente credenti, a tutto c’è un limite e ogni limite ha la sua pazienza, e l’islam è il limite.

 

Il tutto, però, in Buttafuoco è nutrito non di rancori, ma di ambizioni alla carità, a una carità speciale, di quelle che si rintracciano nell’inferno dantesco al di là delle stesse terzine, tra peccatori e idoli eretici, e che annoiano molto meno delle superbe, magnifiche conversazioni del suo paradiso. Davanti al romanticismo islamico, cade come corpo morto cade.

 

Giafar sa essere fazioso. Sa mostrare molte sue facce, e forse anche troppe. Ma chi di noi non ha una punta anche spessa, anche intrattabile, di faziosità alimentata dalla cultura civile italiana, e dalla comune maleducazione nel senso di mala educación? Detesto l’antifascismo italiano bolso, lo detesto da antifascista naturale, originario, e da comunista non democratico nella mia prima educazione familiare, e dunque ho rispetto per l’anti-antifascismo di Buttafuoco. Il quale ha la bonomia di uno scrittore brillante e sicuro di sé, da chêvet, lontano il tempo della pubblicazione di suoi saggi (ben s’intenda con mia prefazione) per i tipi della Franco Freda editore. Ha la tempra del dadaista, anche nella forma dell’amore (condiviso) per l’avanspettacolo come cuccuma dentro la quale mangiare finalmente gli spaghetti con le mani, come nei migliori presepi. Ha il tratto del padre di famiglia, e dello sposo, e del fidanzato d’Italia, passa da Scalfari al Fatto al Foglio e all’editoria chic sempre con uno speciale e indebito alone di vittimismo, che gli si perdona perché è comunque un uomo tutto lealtà e spirito di combattimento, sulla scia dei semidei di Sicilia. Vuole femminilizare l’islam nel nome della loro strana Maria, sa che quello è il punto. Ma è Paolo, o Saul, che ha scritto: “La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; anche il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie” (1Cor 7,4).

 

[**Video_box_2**]Attenzione: a ciascuno il suo sacro. Il saggista ha trovato la sua formula da sogno: lo scontro non è tra islam e occidente cristiano, per quanto secolarizzato, lo scontro è tra Nichilismo e Tradizione. Solo che quello islamico non è il mondo della mia tradizione, con la minuscola, non è il mio magistero spirituale, poetico e artistico o teologico e mistico, è il mondo di una maschera, non di Buttafuoco. Giafar, appunto, che come tutte le maschere ha anche un cuore, una pulsione che presumo sincera, un’attitudine spiegata da qualche equivoco filosofico di stampo heideggeriano e da una lettura scritturale troppo disciplinata dalle scuole dell’islamistica parigina e insieme troppo libera. Buttafuoco evoca, con tono elegiaco, la poetica di una disperazione, il caffè dove si riunivano Kojève, Corbin e altri maestri, tutta gente di buona scuola e di ottima confusione, che col benvolere del dopo chiameremo “altezza metafisica”. E poi compiange la scomparsa del caffè, al crocevia tra i boulevard, e la comparsa di un supermercato al suo posto. Bè, di sacro in questo c’è solo l’estetismo passatista. Poco per uno scrittore capace di liricizzare con temperamento unico nelle lettere italiane lupi, lune, uova del drago, curve impossibili della storia, favole alidiche di vario genere, in un ballo sufi pregevole al vedersi ed estraneo alla storia del mondo com’è.  Con bella formula poetica, e anaforeggiando, Buttafuoco ripete in più luoghi “io di mio ho un nome saraceno” e “io di mio ho questa lunga storia d’amore”. Ai nomi e all’amore ovviamente non si comanda. Ma noi di nostro abbiamo un Dio biblico degli eserciti, una tradizione giudaica e greco-latina, l’umiltà cristiana, le crociate e il monachesimo e la Commedia, e nonostante la rivoluzione francese (d’accordo: evento infausto), nonostante Rousseau e il suo fatale narcisismo ecologico, nonostante o a causa dell’antisemitismo e della soluzione finale, ora cerchiamo di  uscire dalla discordia senza rinnegare una lunga storia d’amore con la cara illusione della libertà e con la sua tradizione.

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