Cd e pirateria addio. Il motore dell'industria musicale è lo streaming

In vent’anni i profitti dell’industria musicale, al netto dell’inflazione, si sono letteralmente dimezzati. Colpa del digitale, si diceva negli anni Duemila, e colpa della pirateria. Eppure oggi è proprio internet a riportare a crescere, lentamente, un settore. Per la prima volta i ricavi del digitale sono pressoché equiparati a quelli dei supporti fisici.
Cd e pirateria addio. Il motore dell'industria musicale è lo streaming

Beyoncé e Jay Z

Era prevedibile, ma adesso ci sono i dati a confermalo. Il cuore che pompa il fatturato dell’industria musicale globale è la musica in streaming. Del resto il consumatore di suoni contemporaneo è molto diverso da quello di pochi anni fa. Il cd, per non parlare della musicassetta, l’album come successione di tracce studiata e ricercata: tutto superato dalla playlist su Spotify e su YouTube (altro discorso andrebbe fatto per i vinili, le cui vendite continuano a crescere trascinate da una moda tutta hipster).

 

In vent’anni i profitti dell’industria musicale, al netto dell’inflazione, si sono letteralmente dimezzati. Colpa del digitale, si diceva negli anni Duemila, e colpa della pirateria. Eppure oggi è proprio internet a riportare a crescere, lentamente, un settore. Questa volta l’inversione di rotta è avvenuta in meno di un anno. Martedì scorso la Federazione internazionale dell'Industria Fonografica (Ifpi) ha pubblicato il consueto report annuale sul fatturato della musica digitale: è il primo anno in cui i ricavi del digitale sono pressoché equiparati a quelli dei supporti fisici. Cercando nei dettagli dei dati, però, si crea un profilo dell’ascoltatore medio – che traccia la rotta di altre industrie, quella giornalistica, per esempio, o quella cinematografica (non è un caso se il successo di Netflix ha superato di molto le aspettative).

 



 

Per quanto riguarda la musica, il download permanente è stato un flop. Anche questo era abbastanza prevedibile: se hai un iPhone da 16 giga non puoi riempirlo di musica, anche fosse a basso costo. Rischi di non poterlo più utilizzare. Per non parlare di tutte le evoluzioni moderne del walkman e dell’iPod: il suo funerale è stato già celebrato da tempo.

 

Per ora il download è ancora poco più della metà dei ricavi complessivi digitali, ma è in costante declino. Oltretutto le persone che scaricano sul proprio supporto delle canzoni, comprano sempre meno la traccia singola, ma preferiscono l’intero album. Le persone scelgono il racconto, un ascolto complessivo, più che la canzone da sola. Lo spiega pure un lungo articolo di Verge, che prende a esempio i cosiddetti “surprise relase” o album a sorpresa, come quello di Beyoncé: 800 mila dischi venduti su iTunes in 72 ore. Nessuna anticipazione, nessuna copia pirata. Tutto legale, e apprezzato dai consumatori. Solo che nessuno di loro aveva un disco in mano, ma nello smartphone. Nel frattempo la vendita di cd e supporti fisici lo scorso anno è scesa di un altro 8 per cento. 

 

“La tecnologia aiuta l’accesso alla cultura perché connette gli artisti con un’enorme audience”, scrive Placido Domingo, presidente dell’Ifpi nell’introduzione al report, subito prima di iniziare il solito sermone sul copyright e l’importanza di pagare la musica e il lavoro degli altri. Beyoncé dimostra che un modo c’è, per pagarla. Ed è in questo perenne dilemma che s’inserisce la musica in streaming. Ma su quale supporto? Sempre più vicino alla gratuità. YouTube è ancora la piattaforma più utilizzata: offre playlist senza dover sborsare un soldo, ma spesso a bassissima qualità, e l’ascoltatore non è sempre certo di aver pagato l’artista che ha prodotto quel brano. La guerra che si sta intensificando quindi è quella tra Spotify, che offre un servizio gratuito e uno a pagamento, a poco meno di dieci euro al mese, e la chiacchieratissima applicazione comprata da Jay-Z, Tidal, che invece punta sulla qualità del suono.

 

Ps. L’album più venduto in assoluto del 2014 è stata la colonna sonora di “Frozen”, manco a dirlo.

 

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