“Charb” firma dalla tomba un libro contro i suoi nemici: la gauche

“No, Charlie Hebdo non è islamofobo”. Di fronte alla critica costante contro il giornale satirico, Charb aveva deciso di rispondere ai suoi nemici. Il direttore di Charlie Hebdo adesso deve farlo dalla tomba, con un libro postumo che esce oggi in Francia.
“Charb” firma dalla tomba un libro contro i suoi nemici: la gauche

Stephane Charbonnier (foto LaPresse)

Roma. “No, Charlie Hebdo non è islamofobo”. Di fronte alla critica costante contro il giornale satirico, Charb aveva deciso di rispondere ai suoi nemici. Il direttore di Charlie Hebdo adesso deve farlo dalla tomba, con un libro postumo che esce giovedì in Francia. Si tratta di una “Lettera aperta ai truffatori della ‘islamofobia’ che fanno il gioco del razzismo” (edizioni Les Echappés). A tre mesi dalla strage al settimanale satirico, Stéphane Charbonnier torna a far riflettere la Francia. Ma i nemici a cui si rivolge Charb non sono i fratelli Kouachi, i terroristi che hanno decimato la sua redazione né l’arcipelago islamista che da anni attentava alla sua vita. No. I nemici sono gli intellettuali francesi e i benpensanti che per anni hanno demonizzato, isolato e indebolito Charlie Hebdo, trascinandolo in tribunale. Il direttore del settimanale non usa mezzi termini con i media. Li accusa di aver influenzato l’opinione pubblica. “Secondo quale contorta teoria l’umorismo sarebbe meno compatibile con l’islam che con qualsiasi altra religione? Se l’idea è che si può ridere di tutto, tranne che per alcuni aspetti dell’islam, perché i musulmani sono molto più suscettibili rispetto al resto della popolazione, cosa facciamo se non una discriminazione?”.

 

Charb scrive che il problema non è il Corano, “un romanzo soporifero, incoerente e scritto male, ma i fedeli che lo leggono, come leggiamo le istruzioni per l’installazione di uno scaffale Ikea”. Il direttore di Charlie Hebdo se la prende anche con l’ex inquilino dell’Eliseo: “In Francia, il discorso razzista è stato ampiamente diffuso da Sarkozy e dal suo dibattito sull’identità nazionale”, ha scritto in riferimento a quanto avvenne nel 2009. Poi denuncia gli “attivisti comunitaristi” che cercano “di imporre alle autorità giudiziarie il concetto politico di ‘islamofobia’ e che non hanno altro scopo che quello di spingere le vittime del razzismo a essere musulmani assertivi. La lotta contro il razzismo è di combattere contro ogni forma di razzismo, la lotta contro l’islamofobia è di combattere contro cosa? I razzisti ridono”. Poi Charb affonda contro la gauche: “E’ ora di porre fine a questo disgustoso paternalismo della sinistra intellettuale, borghese e bianca”. Come quello del vignettista americano Garry Trudeau, creatore della leggendaria striscia di Doonesbury, premio Pulitzer, la cui popolarità in America non è inferiore a quella dei Peanuts di Schultz. “La libertà di parola diventa un tipo di fanatismo”, ha detto giorni fa Trudeau durante la consegna di un premio alla carriera alla Long Island University. “Attaccando un impotente minoranza senza diritti, Charlie Hebdo è entrata nel regno dei discorsi dell’odio”. Mercoledì, sulla scia delle parole di Trudeau, il Washington Post è andato a chiedere cosa ne pensavano i quindici maggiori vignettisti d’America. Risultato: tutti stavano con Trudeau e contro Charlie Hebdo. Senza contare tutti i musei (come il Victoria and Albert di Londra e il Musée Hergé di Louvain-la Neuve), cinema ed eventi culturali che in Europa hanno soppresso, dopo Charlie Hebdo, attività in qualche modo passibili di “islamofobia”.

 

[**Video_box_2**]Stéphane Charbonnier non è stato assassinato soltanto dai fratelli Kouachi. Prima, contro di lui e gli altri giornalisti di Charlie Hebdo, si sono avventate le élite della cultura dominante che reagisce con un’anestesia delle menti sistematica e con la volontà di non sapere, all’attacco alla nostra cultura. Sono quelli che a parole rivendicano la tolleranza e nei fatti praticano l’intolleranza, suggello del pensiero politicamente corretto. E questo vale per i liberal del Massachusetts come Trudeau e per le redazioni dei giornali europei.

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